FRENCH CONNECTION

FRENCH CONNECTION
di Cédric Jimenez


Con uno stile secco, teso e debitore ai classici – francesi e non – di quattro-cinque decenni fa, Cédric Jimenez racconta in French Connection la guerra senza quartiere scatenata dal giudice Pierre Michel contro la malavita marsigliese negli anni '70.

Sindrome marsigliese

Marsiglia, 1975. Il giudice Pierre Michel viene trasferito nella zona per occuparsi della French Connection, una potente struttura mafiosa con ramificazioni in molti paesi, tra cui gli USA e l’Italia. Dedita principalmente a un gigantesco traffico di eroina, l’organizzazione è guidata dall’”intoccabile” Gaetan Zampa, boss che vive da uomo libero. Le cose iniziano a cambiare quando Michel scatena una vera e propria guerra contro la French Connection, seguendo la scia della produzione e del traffico di droga, puntando dritto a Zampa. Ma il giudice, la cui lotta contro l’organizzazione assume sempre più i tratti dell’ossessione, dovrà presto rendersi conto che il boss gode di appoggi e complicità molto più in alto di quanto lui stesso pensasse.

Al suo secondo lungometraggio, il regista francese Cédric Jimenez prende decisamente di petto un genere con una lunga tradizione, quale il polar. Lo fa, in questo French Connection, dimostrando di aver mandato bene a memoria i classici del filone, specie nella sua declinazione anni ’70 incarnata da autori quali Jacues Deray e Jean-Pierre Melville; ma il regista rivela qui anche, nell’occhio privilegiato per scenari urbani che assurgono quasi a co-protagonisti, l’influenza del noir americano dello stesso periodo, nella revisione che ne offrirono cineasti quali William Friedkin (il titolo internazionale del film è uguale a quello originale di uno dei suoi classici, Il braccio violento della legge), senza contare la lezione di certo cinema poliziesco italiano degli anni ’70 (pensiamo ad autori come Damiano Damiani) che sapeva unire spettacolarità, impegno civile e vigore divulgativo.

Il film di Jimenez racconta la vera storia del giudice Pierre Michel e della sua guerra contro la malavita marsigliese nella seconda metà degli anni ’70; guerra che gli costò infine la vita nel 1981, quando fu ucciso in un agguato vicino alla sua abitazione. Il film evidenzia soprattutto la dimensione di scontro – un confronto psicologico prima che fisico – tra il magistrato e il suo nemico Gaetan Zampa, interpretati rispettivamente da Jean Dujardin e Gilles Lellouche; un motivo che pone a costante confronto protagonista e antagonista, che da una parte assurgono a dimensioni archetipiche, ma dall’altra vengono costantemente riportati dalla sceneggiatura alla loro realtà umana, descritti nei rispettivi rituali familiari come in quelli del lavoro, progressivamente e fatalmente ossessionati l’uno dall’opposizione dell’altro. Su tutto, una Marsiglia ripresa quasi sempre di giorno, trasformata in un costante campo di battaglia, teatro di sequenze d’azione tese e realistiche, che vedono l’irruzione improvvisa della violenza, senza soluzioni di continuità, nei luoghi della quotidianità.

Il regista dimostra in questo French Connection sicurezza e perizia nella messa in scena, confezionando scene d’azione che uniscono spettacolarità e realismo, adottando uno stile nervoso che riflette al meglio il clima di costante minaccia che caratterizzò la Marsiglia degli anni ’70. Ritmo e tensione si mantengono sempre su buoni livelli, mentre Dujardin e Lellouche offrono prove della giusta intensità, sfruttando anche nel migliore dei modi l’unica sequenza in cui si trovano insieme sullo schermo. Lo script delinea bene le ricadute del “lavoro” dei due sulle rispettive vite private, rifuggendo i rischi degli stereotipi e descrivendone le compenetrazioni in modo semplice e credibile. Ottima si rivela la ricostruzione scenografica della città nel decennio preso in esame; ma convincente, soprattutto, è la restituzione del clima di costante minaccia e violenza che informava di sé il periodo. L’amarezza che emerge dalla morale del film ribadisce la natura cupa e amara del genere, ponendolo nel solco di una tradizione che il regista dimostra di aver appreso e metabolizzato al meglio.

La notevole durata del film (135 minuti) potrebbe forse scoraggiare alcuni spettatori, nonostante la narrazione non presenti rilevanti cali di tensione. La solidità della sceneggiatura, e il mestiere dimostrato dal regista nella messa in scena, non cancellano comunque il carattere sostanzialmente derivativo della pellicola: se si ricerca una lettura personale del genere, una reinterpretazione o addirittura un “tradimento” dei suoi canoni, ci si deve decisamente rivolgere altrove. Questo French Connection si pone nel solco di una tradizione precisa e codificata, reinterpretata con gusto moderno ma rispettata nei suoi cardini e nelle sue declinazioni più affini allo stile del regista; nel film non si respira solo il clima degli anni ’70, la violenza e la tensione delle strade della città francese, ma anche i sapori e il mood del cinema di genere (non solo francese) di quel periodo. Siamo di fronte, insomma, a un’espressione di alto artigianato cinematografico, che non è, e non vuole essere, reinvenzione o modifica radicale di alcunché.

Titolo originale: La French
Regia: Cédric Jimenez
Paese/anno: Francia / 2014
Durata: 135’
Genere: Drammatico, Poliziesco
Cast: Benoît Magimel, Bruno Todeschini, Céline Sallette, Cyril Lecomte, Éric Collado, Féodor Atkine, Gilles Lellouche, Guillaume Gouix, Jean Dujardin, Mélanie Doutey, Moussa Maaskri, Pierre Lopez
Sceneggiatura: Audrey Diwan, Cédric Jimenez
Fotografia: Laurent Tangy
Montaggio: Sophie Reine
Musiche: Guillaume Roussel
Produttore: Alain Goldman
Casa di Produzione: Gaumont, Légende Films
Distribuzione: Medusa Film

Data di uscita: 26/03/2015

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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