HUMANDROID

HUMANDROID
di Neill Blomkamp


Regista figlio degli anni ‘80, Neill Blomkamp mette in scena in Humandroid un racconto fiabesco sullo sfondo di una società degradata, tenendo insieme in modo apprezzabile ed equilibrato istanze realistiche e afflato sentimentale.

Tra fiaba e incubo futuribile

Johannesburg, Sudafrica, in un futuro non molto lontano. Con la criminalità fuori controllo, la polizia ha iniziato a usare un potente corpo di androidi, gli Scout, creati dal geniale Deon Wilson. Wilson, spesso oggetto di critiche per i rischi della sua creazione, punta in realtà a sviluppare un androide senziente, dotato di coscienza e sentimenti umani. Gli si presenta l’occasione quando uno dei suoi droidi si guasta e ne viene decretata la rottamazione: l’uomo installa il software della coscienza nell’androide, dandogli letteralmente vita. Nasce così Chappie, la prima macchina con sentimenti umani. Ma Chappie, appena venuto al mondo, è di fatto un bambino, a cui può essere insegnato sia il bene che il male.

Neill Blomkamp, regista messosi in evidenza nel 2009 col folgorante District 9 (che si avvaleva della produzione di Peter Jackson) arriva con questo HumandroidChappie in originale – al suo terzo lungometraggio. Blomkamp, come già nel suo esordio e nel successivo Elysium, si conferma figlio degli anni ’80, di un’idea di cinema fantastico tanto piacevolmente demodé nella concezione quanto moderna e capace di reinventarsi nella messa in scena. In Humandroid, le tematiche del regista sudafricano tornano in primo piano, costituendo di nuovo lo sfondo ideale del racconto, la necessaria base su cui far muovere i suoi personaggi: un futuro in cui i fenomeni di emarginazione, degrado e criminalità si siano spinti appena più in là di quanto succede nella società odierna, una metropoli caotica e moderna nell’aspetto quanto medievale e governata dalla legge del più forte nelle dinamiche, l’ossessione per la sicurezza che spinge a sacrificare i diritti umani, l’emarginazione del più debole e la paura del diverso eletti a modus vivendi. Di nuovo, il film parte da una ricostruzione dal taglio documentaristico per gettare da subito lo spettatore, senza mediazioni, all’interno del suo mondo.

Qui, tuttavia, il gioco citazionistico di Blomkamp si fa più scoperto, i modelli più chiari: i droidi poliziotti, e i dilemmi morali sul loro utilizzo, sono presi di peso dall’indimenticato Robocop di Paul Verhoeven, mentre il tema del robot senziente dalla personalità di un bambino è mutuato da un altro cult come Corto circuito di John Badham. Il film di Blomkamp si muove proprio nella rischiosa ma affascinante operazione di amalgama di queste due (apparentemente opposte) influenze: un lavoro che vuole mettere insieme credibilità e sentimentalismo, afflato patetico (nel senso più neutro del termine) e ritratto antropologico del futuro, fiducia nelle qualità umane e resa spietata delle loro degenerazioni. Una favola (post)moderna sullo sfondo di un incubo futuribile, quindi, che si prende i suoi rischi in quanto a compattezza del racconto e unità di tono, ma che regala allo spettatore una narrazione vibrante ed emotivamente forte, innervata da un’ambientazione fin troppo vicina alla nostra quotidianità.

In questo Humandroid, Blomkamp conferma di saper mettere in scena un racconto dal taglio classico – seppur ambientato in scenari futuribili – con vigore e un’ottima gestione dei meccanismi narrativi di genere. Un soggetto come questo era a forte rischio di scivolare da un lato in un grottesco involontario, in un’interruzione della suspension of disbelief che ne avrebbe fatalmente ucciso tutto il potenziale emotivo; dall’altro, di perdere di vista la sua componente genuinamente fiabesca, di racconto morale e dalla natura (malgrado tutto) ottimista. Muovendosi tra questi due crinali, la sceneggiatura riesce quasi sempre a trovare il giusto equilibrio, ma soprattutto ad organizzare gli eventi in un climax che porta per mano lo spettatore fino a una vibrante e suggestiva conclusione.

Va sottolineata la capacità del regista di mettere in scena il ritratto della sua società futura senza sacrificare nulla in termini di realismo, e di sguardo antropologico sui suoi meccanismi; oltre a questo, va evidenziato il solido mestiere di Blomkamp (frutto – palese – di una frequentazione appassionata dei cult del genere) e l’evidente gusto nell’intrattenere col racconto per immagini. Apprezzabile, inoltre, si rivela la descrizione dei membri della gang del teppista Ninja, oltre alla loro evoluzione – così semplice e al tempo stesso credibile – che li tiene lontani dalle semplici figurine unidimensionali che sarebbero potuti diventare. Decisamente apprezzabile è poi l’interpretazione corporea, realizzata grazie alla motion capture, che l’attore Sharlto Copley ha dato all’androide protagonista: una figura credibile come macchina, ma nello stesso tempo dai contorni, e dalla resa scenica, decisamente umani.

In Humandroid si può rilevare comunque qualche passaggio forzato, poco fluido, specie nella gestione degli eventi che portano alla scoperta, da parte delle autorità, dell’invenzione del protagonista, e al suo successivo inseguimento. Qualche incongruenza di script fa capolino qua e là tra le maglie del racconto, mentre il personaggio di Vincent Moore (col volto di Hugh Jackman) appare un villain decisamente troppo caricaturale, sopra le righe: uno psicopatico di cui fatichiamo a comprendere appieno le motivazioni, e che per questo risulta anche poco efficace come antagonista. Inoltre, nonostante l’evoluzione del plot, e lo stesso finale, abbiano un potenziale emotivo decisamente forte, va sottolineato come la risoluzione della vicenda appaia un po’ forzata, tesa probabilmente a lasciarsi lo spazio per un eventuale sequel: il modo in cui la storia viene conclusa ha il suo notevole fascino, ma la sceneggiatura ci arriva forzando un po’ – forse oltre il lecito – le regole della narrazione. Un limite che tuttavia, per la genuina carica di coinvolgimento che il film esprime lungo tutta la sua durata, non si fa fatica a perdonare.

Titolo originale: Chappie
Regia: Neill Blomkamp
Paese/anno: Stati Uniti, Sud Africa / 2015
Durata: 120’
Genere: Azione, Fantascienza, Thriller
Cast: Anderson Cooper, Brandon Auret, Dev Patel, Hugh Jackman, Johnny Selema, Jose Pablo Cantillo, Sharlto Copley, Sigourney Weaver, Watkin Tudor Jones, Yolandi Visser
Sceneggiatura: Neill Blomkamp, Terri Tatchell
Fotografia: Trent Opaloch
Montaggio: Julian Clarke, Mark Goldblatt
Musiche: Hans Zimmer
Produttore: Neill Blomkamp, Simon Kinberg
Casa di Produzione: Alpha Core, Media Rights Capital (MRC), Ollin Studio, Simon Kingberg Productions, Sony Pictures Entertainment, TriStar Pictures
Distribuzione: Columbia Pictures

Data di uscita: 09/04/2015

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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