LA DOLCE ARTE DI ESISTERE

LA DOLCE ARTE DI ESISTERE
di Pietro Reggiani


Al suo secondo lungometreggio, Pietro Reggiani compone con La dolce arte di esistere una tenera storia di “realismo magico”, che tuttavia soffre un po' della regia eccessivamente piana, e di un'impostazione generale da fiction generalista.

Scompaio, dunque sono

In un mondo ipotetico, in cui l’invisibilità è una malattia sociale, si incontrano le storie speculari di Roberta e Massimo: la prima diventa invisibile quando si sente trascurata e avverte che gli altri non le dedicano l’attenzione che vorrebbe; il secondo, al contrario, soffre l’eccessiva pressione delle persone che gli stanno intorno, sviluppando una reazione che lo fa letteralmente scomparire. L’origine del disturbo dei due ragazzi, in entrambi i casi psicosomatico, risiede nelle famiglie di origine: permissiva e distratta quella di Roberta, esigente e soffocante quella di Massimo. Quando i due si incontrano nasce un’istintiva simpatia, ma iniziano anche i primi problemi: difficilmente, infatti, Roberta e Massimo riescono a essere entrambi visibili nello stesso momento.

Quello dell’invisibilità è un tema da sempre frequentato sul grande schermo: a partire dal classico della Universal L’uomo invisibile (con un indimenticato Claude Rains) passando per le divagazioni in forma di commedia (Avventure di un uomo invisibile di John Carpenter) e arrivando al recente, super-eroistico Il ragazzo invisibile di Salvatores, la sfida della trasparenza, la scommessa di filmare ciò che l’occhio non può cogliere, ha sempre interessato un’arte visiva per definizione come il cinema. L’operazione del regista italiano Pietro Reggiani, tuttavia, è ancora più peculiare e originale: in questo La dolce arte di esistere, infatti, Reggiani ipotizza che l’invisibilità non sia un evento straordinario, ma piuttosto una malattia (di origine psicosomatica) che l’individuo sviluppa come risposta a un disagio sociale.

Il fantastico irrompe quindi nella quotidianità, in una realtà sociale che per il resto è in tutto e per tutto analoga a quella che lo spettatore conosce: Roberta e Massimo crescono in normali famiglie borghesi, vanno a scuola, affrontano le sfide e le difficoltà di tutti gli adolescenti, si allontanano da casa per iscriversi all’università. In più, vivono il loro problema, che li rende – in modo analogo a quanto succede con chi soffre di balbuzie o di altri disturbi fisici – degli outsider. Il “realismo magico” del regista, già sviluppato nel precedente L’estate di mio fratello, funge qui da metafora, per niente velata, della contemporaneità: si scompare come reazione alla pressione eccessiva di una società che lascia pochissimo spazio al privato; o, al contrario, si diventa invisibili assecondando i gruppi sociali di riferimento quando questi trascurano l’individuo, condannandolo già ad un’invisibilità de facto.

La forma che il regista sceglie, per mettere in scena la trama di La dolce arte di esistere, è quella della favola contemporanea: la voice over è una presenza costante che illustra e contrappunta le vicende dei due protagonisti, il tono è lieve e intriso di un umorismo un po’ stralunato, lo sguardo ironico ma non privo di empatia. L’originalità dell’idea di Reggiani sta nel trattare un elemento fantastico (in sé vecchio quanto il cinema) in termini di quotidianità, inserendolo in un tessuto narrativo realistico e con i piedi ben piantati nella modernità. L’idea dell’invisibilità come metafora, per quanto scoperta, è semplice e potente: la sua trattazione in termini di “realismo magico”, la sua organica introduzione nelle normali dinamiche sociali, è un’intuizione sorprendente e narrativamente forte.

I due protagonisti e le loro (dis)avventure, che seguiamo parallelamente fin dalla loro prima infanzia, ispirano nello spettatore un’istintiva simpatia: il tono lieve, che enfatizza solo un po’ alcuni tratti caratteriali dei personaggi, ricorda quello di molte commedie indipendenti americane, chiaro punto di riferimento per il lavoro del regista. I riferimenti alla cultura di massa (i fumetti, i settimanali scandalistici) e a contesti sociali colti con sufficiente precisione (i diversi gruppi di amici, le caricaturali – ma non troppo – realtà familiari) aiutano molto l’identificazione e l’empatia; da par suo, la protagonista Francesca Golia (che abbiamo già visto ne La grande bellezza e Bella addormentata) offre una prova ricca di umorismo e sensibilità. Apprezzabili si rivelano anche gli inserimenti nel cast di volti noti come quelli di Anita Kravos (nel ruolo della surreale madre di Roberta) e Rolando Ravello, fan della ragazza sui generis.

Tuttavia, malgrado la felice intuizione del tema, l’incedere di La dolce arte di esistere è eccessivamente lento e (in alcuni passaggi) macchinoso, mentre la regia mantiene l’intero racconto su un mood che si può definire piano, se non piatto. Nei punti nodali della narrazione, mancano al film quelle accelerazioni di ritmo, quegli espedienti squisitamente cinematografici (di montaggio, regia e colonna sonora) atti a catturare l’attenzione dello spettatore, che avrebbero potuto dare al film un’arma in più. Così com’è, con la sua messa in scena corretta ma in fondo convenzionale, il film di Reggiani si avvicina un po’ troppo all’atmosfera di certa fiction televisiva, nel tono se non nel look generale (comunque piuttosto curato).

In più, l’espediente della voce fuori campo, se da un lato serve a dare a La dolce arte di esistere quel clima da favola contemporanea che era evidentemente ricercato dal regista, dall’altro risulta troppo invadente nel contesto generale della storia; la sua presenza costante, anche nei punti in cui non sarebbe stata narrativamente necessaria, finisce presto per generare fastidio. Se inoltre, da una parte, la recitazione di Francesca Golia risulta efficace e funzionale, nel delineare l’insicurezza e la fragilità di Roberta, il Massimo di Pierpaolo Spollon è un po’ monocorde, poco convincente nella resa di un personaggio non facile, che necessitava di una gamma espressiva probabilmente più ampia. Tutti limiti, questi ultimi, che pesano un po’ sulla riuscita complessiva del film di Pietro Reggiani, interessante quanto imperfetto esempio di commedia fantastica in salsa italica, da premiare più per l’idea che per il risultato.

Titolo originale: La dolce arte di esistere
Regia: Pietro Reggiani
Paese/anno: Italia / 2015
Durata: 96’
Genere: Commedia
Cast: Anita Kravos, Beatrice Uber, Francesca Faiella, Francesca Golia, Marco Borromei, Paolo Sassanelli, Pierpaolo Spollon, Rolando Ravello
Sceneggiatura: Pietro Reggiani
Fotografia: Luca Coassin
Montaggio: Erika Manoni
Produttore: Pietro Reggiani
Casa di Produzione: Adagio FIlm
Distribuzione: Adagio Film

Data di uscita: 09/04/2015

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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