JURASSIC WORLD

JURASSIC WORLD
di Colin Trevorrow


Tecnicamente di buona fattura quanto narrativamente esile, Jurassic World si segnala per la sovrapposizione del suo tema con la fattura delle sue immagini: il film di Colin Trevorrow appare infatti come poco più di un accattivante, quanto innocuo, contenitore di attrazioni.

Titanicamente inoffensivo

A ventidue anni dai drammatici eventi di Isla Nublar, l’isola ha il suo parco perfettamente funzionante, e il pubblico considera ormai i dinosauri come uno spettacolo normale. Ma proprio il passare degli anni e l’assuefazione del pubblico hanno provocato un notevole calo di visitatori al Jurassic World. I responsabili della Masrani Corporation cercano così di correre ai ripari: allo scopo di rilanciare il parco, viene progettata una nuova specie di dinosauro, un ibrido geneticamente modificato, con una forza e un’intelligenza superiori alle altre specie, detto Indominus rex. Quando a far visita al parco giungono i due nipoti della responsabile della gestione, Claire Dearing, un incidente provoca la fuga del pericoloso animale. Claire, disperata per aver lasciato soli i due nipoti, sarà aiutata da Owen, un ex militare esperto di comportamento animale, con cui ha avuto in passato una relazione.

In un periodo di reboot e recupero di vecchie saghe, un film come Jurassic World si presenta inevitabilmente con una patina nostalgica. Patina che, con tutta probabilità, non era nemmeno prevista nel progetto iniziale: l’idea di un quarto episodio della saga inaugurata nel 1993 da Steven Spielberg, infatti, nasce subito dopo l’uscita di Jurassic Park III, che fu diretto nel 2001 da Joe Johnston. Un progetto, quindi, rimasto in un lungo development hell, che ne ha fatalmente cambiato i contorni: i quattordici anni intercorsi dall’ultimo capitolo della saga, infatti, hanno fatto registrare moltissimi cambiamenti nel campo del cinema d’intrattenimento mainstream, e nella stessa concezione di blockbuster. Specie dopo il parziale insuccesso dell’ultimo episodio, il quesito su quanto le nuove generazioni potessero trovare attraente un nuovo Jurassic Park era legittimo: e la sceneggiatura del film ha in effetti (almeno) la buona idea di traslare questo dubbio nella trama. I dinosauri, per i visitatori del parco di Isla Nublar, sono ormai attrazioni sorpassate, da considerare alla stregua di una qualsiasi altra specie vista in un giardino zoologico.

Il pubblico moderno (quello del parco, e quello cinematografico) vuole di più: vuole il brivido di una specie nuova, mai vista, capace di dare l’illusione (ma solo l’illusione) di essere pericolosa; vuole, da dietro lo schermo, il 3D, il coinvolgimento fisico, lo stordimento visivo, un ritmo più serrato. Realtà intra ed extra-diegetica si confondono e sovrappongono: e Jurassic World, in effetti, del parco divertimenti a tema (trasposto su schermo) ha tutti i contorni. Il poco di violenza e sentore di pericolo che ancora sopravviveva nei precedenti episodi, viene qui completamente annullato: più che a una corsa sulle montagne russe, il film di Colin Trevorrow somiglia a una simulazione tridimensionale in cabina. Non temiamo mai, realmente, per la sorte dei protagonisti: tutto il film sembra dirci che in fondo si sta scherzando, che quell’eccitazione è puro godimento sensoriale, efficace quanto innocuo. L’Indominus rex è tanto più grande quanto (nei fatti) meno pericoloso dei suoi fratelli minori: con loro si scontra, ma il loro confronto ha la valenza e la carica agonistica di un incontro di wrestling. Per il sollazzo degli spettatori, al di là e al di qua dallo schermo.

Del film di Trevorrow salta subito all’occhio l’ottima fattura tecnica, che si traduce principalmente in un 3D efficace ed accattivante. Dopo il pionieristico Avatar (che resta, a tutt’oggi, parametro di riferimento per tutte le produzioni stereoscopiche successive) e dopo gli usi e abusi che si sono fatti in seguito di questa tecnologia, l’industria sembra andare verso un suo utilizzo più consapevole e intelligente. Pensato in tre dimensioni, Jurassic World guadagna molto dall’uso della profondità, e la regia sa come adeguarvisi. L’abbondanza di riprese dal basso, di corpi e volumi in risalto, di ambienti che mettono in evidenza la consistenza e l’immersività delle scenografie, testimoniano di una ricerca sull’immagine nient’affatto usuale, nel contesto di un blockbuster destinato al grande pubblico.

Lo spettacolo, e l’intatto fascino della tematica, indubbiamente trascinano: la regia vi si adegua con un buon ritmo, e una gestione sontuosa dell’intero comparto visivo del film. Il regista si dimostra ben consapevole dei quattordici anni intercorsi dall’ultimo episodio della saga, e, pur sfruttando l’effetto-nostalgia, si rivolge direttamente al gusto degli spettatori del 2015. Un altro punto a favore del film è l’efficace prova di un Chris Pratt eroe sui generis, muscolare ma con la giusta dose di autoironia, funzionale anche nelle schermaglie con la controparte femminile interpretata da Bryce Dallas Howard.

Nonostante lo sfarzo della sua messa in scena, e l’indubbia efficacia dello spettacolo che offre, non si può comunque soprassedere sul fatto che Jurassic World sia un film in cui lo script è relegato a un ruolo sostanzialmente secondario. L’esilità generale del racconto (una rimasticatura di vecchie tematiche ecologiche, con accennata spruzzata di pacifismo) si somma all’obiettiva, cattiva fattura di alcuni dialoghi, uniti a passaggi che rendono oggettivamente difficile la sospensione dell’incredulità. Sappiamo che l’approccio improntato, almeno in parte, alla verosimiglianza dei primi due episodi, eredità di Michael Crichton (dai cui romanzi i film erano direttamente tratti) è ormai lontano: ma qui, pare che Trevorrow e il co-sceneggiatore Derek Connolly non si pongano neanche il problema di dare, almeno, una parvenza di accettabilità scientifica al tutto. Nel momento in cui, nella trama, vengono introdotti motivi come quello dell’imprinting e dell’esemplare alfa, era compito della sceneggiatura gestirne conseguentemente gli sviluppi: ciò, di fatto, non accade.

Proprio questa scarsa coerenza e credibilità, unitamente alla bidimensionalità dei personaggi presentati (compreso un villain, col volto di Vincent D’Onofrio, talmente sopra le righe da non riuscire a suscitare reale antipatia) e alla pretestuosità delle tematiche familiari da cui la storia muove, fa di Jurassic World un film visivamente potente quanto narrativamente di scarsa fattura. Uno spettacolo da divorare con gli occhi, insomma, dimenticando (per quanto possibile) la sua inconsistenza narrativa.

Titolo originale: Jurassic World
Regia: Colin Trevorrow
Paese/anno: Stati Uniti / 2015
Durata: 124’
Genere: Avventura, Azione, Fantascienza, Thriller
Cast: Andy Buckley, BD Wong, Brian Tee, Bryce Dallas Howard, Chris Pratt, Irrfan Khan, Jake Johnson, Judy Greer, Katie McGrath, Lauren Lapkus, Nick Robinson, Omar Sy, Ty Simpkins, Vincent D'Onofrio
Sceneggiatura: Amanda Silver, Colin Trevorrow, Derek Connolly, Rick Jaffa
Fotografia: John Schwartzman
Montaggio: Kevin Stitt
Musiche: Michael Giacchino
Produttore: Frank Marshall, Patrick Crowley
Casa di Produzione: Amblin Entertainment, Legendary Pictures, Universal Studios
Distribuzione: Universal Studios

Data di uscita: 11/06/2015

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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