POLTERGEIST

POLTERGEIST
di Gil Kenan


Derivativo e incapace di suscitare vera paura, ma anche quel senso di inquieta fascinazione che aveva caratterizzato il film di Hooper e Spielberg, il Poltergeist di Gil Kenan si rivela un popcorn horror di mediocre fattura, che si fa dimenticare abbastanza presto.

Soporifere presenze

Eric ed Amy Bowen, coi loro tre figli Kendra, Griffin e Madison, sono alla ricerca di una nuova casa; l’uomo, ex dipendente di una ditta informatica, è stato appena licenziato, dunque le disponibilità economiche sono forzatamente limitate. L’agente immobiliare di fiducia mostra alla famiglia uno stabile sito in un complesso di recente edificazione, che sembra venire incontro alle loro esigenze. Una volta trasferitisi nella nuova casa, tuttavia, i Bowen sono testimoni di strane manifestazioni, che includono rumori notturni e misteriosi spostamenti di oggetti; i fenomeni sembrano prendere di mira in particolare i piccoli Griffin e Madison. Una notte, durante un temporale, la piccola Madison inspiegabilmente scompare nel nulla; mentre i genitori, disperati, chiamano il suo nome, una flebile voce risponde loro… dall’interno del televisore di casa.

In periodo di imperante moda del reboot, arriva anche l’atteso rifacimento di un indimenticato classico dell’horror anni ’80, un’opera quantomai originale nel panorama dell’epoca. Il Poltergeist dell’82, un grande successo commerciale, due sequel e una presunta maledizione gravante sull’intera saga (provocata dalla scomparsa della piccola Heather O’Rourke, e di alcuni altri membri del cast) era il risultato della sinergia creativa tra il regista Tobe Hooper e il produttore e sceneggiatore Steven Spielberg: un sodalizio difficile, che le cronache dell’epoca davano sempre sul punto di rompersi – per le profonde divergenze occorse sul set tra i due cineasti – ma che tuttavia diede origine a una sintesi potente e originale, in cui l’orrore si mescolava allo stupore e alla curiosità, e in cui le presenze erano qualcosa di più che semplici manifestazioni demoniache. Un’impostazione che si sovrapponeva, inoltre, a un sottotesto politico abbastanza esplicito, che voleva la rapacità capitalista (si era nei primi anni del governo di Ronald Reagan) come responsabile della disgregazione familiare, e infine della condanna di un’intera comunità.

In questo remake, prodotto da un nume tutelare del genere come Sam Raimi, il regista Gil Kenan (al suo attivo il film d’animazione Monster House, e il fantasy Ember – Il mistero della città di luce) sceglie di dare alla storia un’impostazione più classicamente horror: fin dal trasferimento della famiglia Bowen nel nuovo stabile, nutriamo ben pochi dubbi sulle intenzioni, e sulla natura ostile, delle presenze che lo abitano. Memore di una tradizione che va da Il sesto senso in poi, inoltre, Kenan sceglie di fare dei bambini il “tramite” privilegiato col mondo degli spiriti: sono solo loro, inizialmente, ad accorgersi del pericolo, e ad essere testimoni diretti delle inquietanti manifestazioni che si susseguono nella casa. Parallelamente, il regista sceglie di visualizzare ciò che nell’originale restava fuori campo: il mondo delle anime, quel limbo che resta sospeso tra l’universo materiale e la “luce” dell’aldilà, in cui la piccola Madison viene dapprima attirata con l’inganno, e poi forzatamente trattenuta. Un universo in digitale, barocco, la cui rappresentazione – limitata a pochi ma significativi dettagli – si rivela in linea col gusto figurativo dell’horror moderno.

I pregi di questo nuovo Poltergeist, al netto della cura degli effetti speciali e dell’ovvia, buona fattura tecnica del prodotto, sono invero (diciamolo subito) ben pochi. Il regista tenta di svecchiare i temi dell’originale, introducendo una maggiore cupezza e un clima più marcatamente orrorifico, e facendo da subito della casa (nido accogliente nell’originale) una trappola mortale, possibile foriera di pericoli. La stessa scelta di rendere esplicito, e visibile, l’universo degli spiriti, attraverso un espediente semplice come quello dell’aeroplano dotato di telecamera, è un’innovazione di cui va dato atto a Kenan; la “concretezza” dell’universo in questione è in certo qual modo accentuata dall’uso del 3D. Si segnalano inoltre alcuni rimandi diretti al film originale, vere e proprie strizzate d’occhio all’appassionato (la trasmissione intitolata This house is clean, il cui titolo riprende la frase pronunciata dalla medium Zelda Rubinstein nel film dell’82) oltre ad alcune citazioni da altri classici dell’horror (la distruzione con un coltello del clown meccanico, in una scena, è un rimando a un’analoga, nota sequenza di Profondo Rosso).

Sono tante, invece, le note dolenti di un remake rivelatosi purtroppo, nel suo complesso, ben poco riuscito. Innanzitutto, il sottotesto politico del film originale, quella critica sociale di cui si diceva in apertura, figlia dei suoi tempi, viene qui totalmente annullata: il capofamiglia, in questo film, non è un dipendente della ditta immobiliare che ha edificato sul cimitero, non è responsabile (pur involontario) dell’orrore che poi si scatenerà, ma piuttosto vittima di eventi sui quali, fin dall’inizio, ha ben poca capacità di intervento. Quel misto di curiosità, stupore e paura che caratterizzava, nel Poltergeist originale, i primi contatti con le presenze (figlio di una mentalità open minded che era quella di certa classe media – post sessantottina – dell’epoca) è qui totalmente assente: le presenze vengono viste, inizialmente, solo dai bambini, e appaiono subito come esseri malvagi e ostili.

Il risultato è una banalizzazione dell’intero tessuto narrativo del film, e una sua riconduzione ai canoni più classici (e vieti) del genere. Canoni che si traducono qui in un impianto visivo che è figlio delle ghost story più recenti, e che ne riassume (a mò di bignami) tutti gli stilemi: la casa come trappola minacciosa, le porte e gli armadi a celare indicibili presenze, la costruzione della sequenza tutta tesa – in modo diretto, e più che mai prevedibile – al successivo effetto-shock. Una regia fiacca e senza fantasia, quella di Kenan, che mostra il limite di riproporre, in modo scolastico, i più semplici espedienti per creare, a un livello epidermico, la paura. A ciò, si aggiunga una poco convinta prova di Sam Rockwell nel ruolo del capofamiglia, e il sostanziale spreco di un interprete come Jared Harris a dare il volto al medium, alter ego maschile della già citata Zelda Rubinstein del film originale. Film che – si sarà capito – resta ben lontano da questo Poltergeist versione 2015, non solo esteticamente ma anche idealmente: due prodotti che, al netto del soggetto di partenza e del livello di produzione medio-alto, restano accomunati di fatto solo dal titolo.

Poltergeist poster

Titolo originale: Poltergeist
Regia: Gil Kenan
Paese/anno: Stati Uniti / 2015
Durata: 95’
Genere: Horror
Cast: Jane Adams, Jared Harris, Kennedi Clements, Kyle Catlett, Nicholas Braun, Rosemarie DeWitt, Sam Rockwell, Saxon Sharbino, Soma Bhatia, Susan Heyward
Sceneggiatura: David Lindsay-Abaire
Fotografia: Javier Aguirresarobe
Montaggio: Bob Murawski, Jeff Betancourt
Musiche: Marc Streitenfeld
Produttore: Robert G. Tapert, Roy Lee, Sam Raimi
Casa di Produzione: Ghost House Pictures, Metro-Goldwyn-Mayer, Vertigo Entertainment
Distribuzione: 20th Century Fox

Data di uscita: 02/07/2015

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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