EVEREST

EVEREST
di Baltasar Kormákur


Film di apertura della Mostra del Cinema di Venezia, prima incursione di Baltasar Kormákur nel disaster movie, Everest conta sul fascino del suo tema e su una messa in scena potente e magnetica; ma l'anima dei personaggi e la concretezza del loro dramma vengono troppo spesso persi di vista da uno script incerto.

Oltre la vetta

1996: dopo l’apertura del monte Everest a gruppi di alpinisti non professionisti, varie compagnie di viaggio organizzano spedizioni sull’imponente montagna, la più alta del mondo. Tra queste, la Adventure Consultants e la Mountain Madness, che in primavera radunano due gruppi di scalatori guidati rispettivamente dagli esperti Rob Hall e Scott Fischer. Varie motivazioni muovono gli alpinisti, di nazionalità ed estrazioni sociali diverse: i due gruppi, inizialmente in competizione tra loro, decidono di collaborare per il raggiungimento della meta comune. A seguirli, in un reportage che farà storia, il giornalista e saggista Jon Krakauer.

Film di apertura della recente Mostra del Cinema di Venezia, ispirato al saggio Aria sottile di Jon Krakauer, Everest racconta i drammatici giorni che videro protagoniste due diverse spedizioni sulla vetta asiatica, nella primavera del 1996, e che si conclusero con la morte di otto alpinisti. Il film segna l’esordio nel disaster movie per il regista islandese Baltasar Kormákur (da qualche anno di stanza a Hollywood, con titoli quali Contraband e Cani sciolti) e conta un cast di star di richiamo: tra queste, Jason Clarke e Jake Gyllenhaal nei panni delle due guide, Josh Brolin e Sam Worthington a impersonare due membri delle spedizioni, oltre alle non meno importanti presenze di Keira Knightley ed Emily Watson.

Per ricostruire i paesaggi mozzafiato della catena hymalaiana, il regista si è avvalso di alcune location nepalesi, di altre site nella Val Senales, in Alto Adige, oltre ad alcuni set ricostruiti negli studi romani di Cinecittà e negli inglesi Pinewood Studios. Girando il tutto nel formato IMAX 3D, Kormákur ha confezionato un prodotto di assoluta classicità, che mette ancora una volta in primo piano l’eterna sfida dell’uomo alla natura: sfida che qui supera e travalica le rivalità interpersonali (pur presenti in nuce nell’intera sceneggiatura), assumendo una dimensione irrazionale e mitica. A far da contraltare all’impresa degli alpinisti, la dimensione familiare, incarnata nei personaggi della Knightley e di Robin Wright, emblemi impotenti di una vita borghese sospesa, impossibilitata a competere col richiamo irresistibile della montagna, con la sua carica di energia primeva che porta sempre con sé l’idea (e la possibilità concreta) della morte.

Partendo quasi in sordina, e concentrandosi dapprima sulle dinamiche interpersonali dei due gruppi al centro della storia, Everest cresce d’intensità e ritmo nelle sue due ore di durata, in un climax dall’indubbia presa narrativa e spettacolare. Kormákur, da qualche anno avvezzo ai budget medio-alti, non si adagia sulla bellezza e l’attrattiva delle location, evitando di abusare di dolly e campi lunghissimi, e schivando (quasi sempre) la trappola del film-cartolina: il regista non perde anzi di vista il ritmo del racconto, organizzandolo in un sapiente crescendo, e riuscendo a trasmettere al meglio il fascino di una sfida archetipa che il cinema ha già trattato, nella sua storia, in lungo e in largo.

Proprio nella sua classicità, e nella capacità di adattarla al meglio ai mezzi del cinema moderno, sta il principale pregio del film di Kormákur. La dimensione di sfida, la dialettica tra l’esistenza borghese e un tempo sospeso in cui le regole sociali (ivi comprese quelle della famiglia) perdono di importanza, la fascinazione per luoghi e spazi che contemplano – facendone parte della loro essenza – l’idea della morte, sono elementi resi al meglio dalla costruzione visiva del regista islandese. Quest’ultimo non ha paura di fare del suo film un saggio di cinema classico, innervato da un uso della stereoscopia che (pur non strettamente necessaria ai fini della fruizione) aggiunge magnetismo e profondità ad alcune delle sequenze più significative.

Concentrato sul crescendo drammatico che spianerà la strada alla tragedia, perso nel vortice visivo di eventi dalla dimensione sempre più universale, Everest finisce a tratti per perdere di vista (specie nella sua seconda parte) i suoi personaggi, la carne e l’anima di caratteri che la sceneggiatura aveva precedentemente abbozzato con indubbia efficacia. Le morti che si susseguono nell’ultima parte del film colpiscono più per il contesto e le modalità con cui sono rappresentate, che non per una reale empatia con personaggi mai realmente fatti propri. Poco convincenti si dimostrano poi le parentesi familiari inserite nel bel mezzo della tragedia (tra queste, i contatti telefonici tra i personaggi di Clarke e della Knightley), nonché i pretestuosi inserti onirici che vedono protagonista l’alpinista interpretato da Brolin. Il tema della competizione economica tra le diverse compagnie, conseguenza dell’apertura della vetta ai non professionisti, a scapito della sicurezza dei partecipanti (motivo appena accennato nella prima parte del film) meritava inoltre altro e diverso approfondimento.

Più in generale, da un certo punto della sua durata Everest procede quasi esclusivamente grazie alla forza delle sue immagini, di uno score – opera dell’italiano Dario Maranelli – dall’indubbia efficacia, nonché di un crescendo narrativo che lascia però in secondo piano le psicologie.

Titolo originale: Everest
Regia: Baltasar Kormákur
Paese/anno: Islanda, Regno Unito, Stati Uniti / 2015
Durata: 121’
Genere: Avventura, Drammatico, Thriller
Cast: Clive Standen, Elizabeth Debicki, Emily Watson, Ingvar Eggert Sigurðsson, Jake Gyllenhaal, Jason Clarke, John Hawkes, Josh Brolin, Keira Knightley, Mark Derwin, Martin Henderson, Mia Goth, Micah Hauptman, Michael Kelly, Naoko Mori, Robin Wright, Sam Worthington, Thomas M. Wright, Tom Goodman-Hill
Sceneggiatura: Simon Beaufoy, William Nicholson
Fotografia: Salvatore Totino
Montaggio: Mick Audsley
Musiche: Dario Marianelli
Produttore: Baltasar Kormákur, Brian Oliver, Eric Fellner, Nicky Kentish Barnes, Tim Bevan, Tyler Thompson
Casa di Produzione: Cross Creek Pictures, RVK Studios, Universal Pictures, Walden Media, Working Title Films
Distribuzione: Universal Pictures

Data di uscita: 24/09/2015

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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