DEADPOOL

DEADPOOL
di Tim Miller


Personaggio sui generis nell’ambito delle storie Marvel, nato a margine delle avventure degli X-Men, Deadpool ha ora un film tutto per sé: un lavoro in cui il regista Tim Miller preme sul pedale dell’autoironia e della beffarda amoralità, risultando tuttavia, a tratti, compiaciuto e poco equilibrato.

Un antieroe ludico e metacinematografico

Se è vero che le storie a fumetti targate Marvel, rispetto a quelle della più seriosa DC, si sono sempre caratterizzate per ironia e capacità di smitizzare la figura del supereroe mascherato, quello di Deadpool rappresenta da sempre un caso a parte. Il personaggio dell’ex agente speciale, creato nel 1991 da Fabien Licieza e Rob Liefeld, ha fin da subito catalizzato l’attenzione dei lettori per il suo carattere di antieroe, dal fare cinico e amorale e dalla pungente, sagace (auto)ironia. Una sorta di scheggia impazzita, entrata nell’universo Marvel quando questo era già delineato nei suoi punti fermi e nelle sue icone. La già chiacchierata trasposizione cinematografica del personaggio, ad opera dell’esordiente Tim Miller, nasce come spin-off della saga degli X-Men. Scelta, quest’ultima, in un certo senso obbligata, visti da un lato i frequenti incroci fumettistici delle storie di Wade Wilson con quelle della squadra di mutanti, e dall’altro la detenzione da parte della Fox dei diritti del personaggio, che ne rendeva impossibile l’inclusione nel Marvel Cinematic Universe (quello della serie degli Avengers). D’altro canto, il franchise cinematografico ci aveva già fatto fare la conoscenza di Deadpool, che aveva fatto una significativa apparizione (già col volto di Ryan Reynolds) nel recente Wolverine – Le origini.

Nel film di Miller, Wade Wilson è un mercenario ed ex agente operativo delle Special Forces, a cui viene improvvisamente diagnosticato un tumore in fase terminale. Quando ha ormai perso le speranze di sopravvivere, Wade viene avvicinato da un uomo che si presenta come agente di una misteriosa organizzazione, che gli offre la possibilità di guarire e ottenere poteri sovrumani. In cambio, Wade dovrà accettare di prestare i suoi servigi all’organizzazione, diventando così un supereroe. Ormai senza niente da perdere, l’ex agente acconsente a sottoporsi al trattamento: ma, durante quest’ultimo, Wade scopre che lo scopo dell’organizzazione è in realtà quello di creare degli schiavi mutanti, da vendere a facoltosi clienti. L’uomo riesce a fuggire dal laboratorio, non prima che il trattamento sia riuscito a curare il suo tumore, lasciandolo tuttavia gravemente sfigurato. Creduto morto da tutti, compresa la sua fidanzata Vanessa, Wade si mette così alla ricerca del capo dell’organizzazione, colpevole di avergli distrutto la vita.

Wade Wilson/Deadpool, dunque, ha ora una pellicola a lui interamente dedicata: un’opera che mantiene una fedeltà esibita, diremmo persino smaccata, allo spirito delle storie disegnate. L’umorismo cinico, lucido e ludico, presente nelle tavole originali, l’attitudine a smontare e smitizzare gli stilemi delle storie di supereroi, vengono interamente replicati sullo schermo: fin dai titoli di testa, il film di Miller si presenta come un divertissment consapevole, infarcito di citazioni e rimandi a cinema, fumetti e cultura di massa, tutto teso a instaurare una dialettica (nel segno dell’autoironia) coi suoi fruitori. Laddove il Deadpool cartaceo era consapevole di vivere tra le tavole di un fumetto, quello cinematografico rompe sovente la “quarta parete” per rivolgersi direttamente allo spettatore. Forte di un fare scanzonato e cinefilo, che arriva a irridere persino il suo stesso interprete, il personaggio annulla così il potenziale brutale e amorale delle sue azioni, chiamando lo spettatore alla partecipazione (più di pancia che di testa) alle sue azioni. Al suo fianco, due mutanti gravitanti intorno alla squadra degli X-Men (solo due, “forse perché la produzione non aveva abbastanza soldi”, come suggerito dallo stesso protagonista): il Rasputin/Colosso che qui ha il volto di Andre Tricoteux, e la “Testata Mutante Negasonica”, interpretata da Brianna Hildebrand.

Ben diretto e interpretato, totalmente e filologicamente fedele alla sua controparte cartacea, Deadpool sarà probabilmente apprezzato dai fans del personaggio, e più in generale dal pubblico che si ritrovi più in sintonia coi registri narrativi delle sue storie. Fin dai suoi titoli di testa, il film di Tim Miller esibisce un’autoironia aperta e consapevole, che gioca esplicitamente con lo spettatore e tende a catturare immediatamente, con semplicità e mestiere, la sua attenzione. È divertente ritrovare, nel film, riferimenti al cinema, alle serie televisive, ai fumetti, e in generale a tutta la cultura di massa degli ultimi 20 anni: il fare anarchico e amorale del personaggio, la sua attitudine giocosa tale da smontare un topos come quello della vendetta, risultano caratteristiche rare in un contesto standardizzato (e dai codici abbastanza rigidi) come quello dei comic movie. Ryan Reynolds, da par suo, legge il personaggio con la giusta carica espressiva e (soprattutto) fisica, adeguandosi al meglio al ritmo figurativo e “verbale” richiesto dalla sceneggiatura.

Il film di Miller, tuttavia, si affida un po’ troppo, e in misura eccessivamente scoperta e smaccata, agli ammiccamenti extratestuali e al “gioco” metacinematografico, reiterando questo meccanismo oltre ogni misura. Le citazioni, le strizzate d’occhio, le gag tese a smitizzare e demolire qualsiasi accennato senso di epica, debordano e invadono ogni frangente della narrazione: al punto da dare l’impressione che gli sceneggiatori si siano preoccupati di ribadire, a ogni piè sospinto, come il tutto non vada preso troppo sul serio. Un’insistenza velleitaria e priva di misura, che finisce per sottrarre freschezza al tutto, e gettare sulla storia un velo di artificio e forzatura. Eliminate quelle che, nel contesto della narrazione, restano delle mere sovrastrutture, di Deadpool resta un’esile, risaputa vicenda di amore e vendetta (pur declinata in chiave grottesca): un’esilità che fa sentire ancor più nettamente l’artificiosità dei vezzi sparsi nel film, il tentativo di giocare col materiale di base in modo così scoperto e gratuito da stimolare, a più riprese, un latente senso di noia. Noia che permane anche dopo l’immancabile, prevedibile e un po’ gratuita sequenza post-credits; una chiusura in linea con un intrattenimento piacevole quanto poco efficace quando si tratta di reggere la dimensione del lungometraggio.

Titolo originale: Deadpool
Regia: Tim Miller
Paese/anno: Stati Uniti / 2016
Durata: 108’
Genere: Avventura, Azione, Commedia, Fantascienza, Thriller
Cast: Andre Tricoteux, Brianna Hildebrand, Ed Skrein, Gina Carano, Isaac C. Singleton Jr., Jed Rees, Karan Soni, Kyle Cassie, Leslie Uggams, Morena Baccarin, Rob Hayter, Ryan Reynolds, Style Dayne, T. J. Miller
Sceneggiatura: Paul Wernick
Fotografia: Ken Seng
Montaggio: Julian Clarke
Musiche: Junkie XL
Produttore: Lauren Shuler Donner, Ryan Reynolds, Simon Kinberg
Casa di Produzione: 20th Century Fox, Marvel Entertainment, The Donners' Company, TSG Entertainment
Distribuzione: 20th Century Fox

Data di uscita: 18/02/2016

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *