LEGEND

LEGEND
di Brian Helgeland


Accodandosi a una tendenza che, nel cinema occidentale, punta a recuperare pedissequamente gli stilemi del noir classico, Brian Helgeland confeziona con Legend una parabola criminale visivamente accattivante ma dall'incedere zoppicante, con un Tom Hardy non sempre sfruttato al meglio.

Epica criminale sfiatata

Londra, anni ’60. Per le strade di una metropoli in cui sfarzo e degrado convivono, si fa strada il potere criminale dei gemelli Kray: Reggie, ex pugile freddo, controllato, razionale ma spietato; Ronnie, sociopatico e violento, mentalmente instabile, più temuto che rispettato da amici e nemici. Dopo l’uscita dal carcere di Ronnie, il potere dei due si espande: la East London diventa base e teatro delle loro scorribande, la scalata al mondo criminale il loro obiettivo. Nel frattempo, Reggie conosce e si innamora di Frances Shea, una ragazza del suo quartiere: i due si sposano, e l’uomo promette di rigare dritto e tenere a bada le intemperanze del fratello. La tranquillità appena acquisita, tuttavia, è solo un illusione: Ronnie, infatti, uccide a sangue freddo George Cornell, socio del potente gangster Charlie Richardson, con cui i due avevano stretto un’alleanza. La guerra sarà inevitabile.

Il gangster movie occidentale, negli ultimi anni, continua a nutrirsi con sempre maggior costanza di una classicità che sfiora (e in certi casi oltrepassa) la maniera. Se nel cinema americano abbiamo avuto l’esempio recente dei film di Scott Cooper (Il fuoco della vendetta, e soprattutto il successivo Black Mass – L’ultimo gangster), sul fronte inglese la tendenza viene confermata, e rinverdita, da prodotti come questo Legend. Come per il recente film di Cooper, l’ispirazione è qui in una vicenda reale: l’ascesa nel mondo del crimine organizzato dei fratelli Kray, capi di un’organizzazione criminale britannica dell’East End di Londra tra gli anni ’50 e ’60.

Analogamente, sono evidenti i modelli a cui il film di Brian Helgeland sembra guardare: le storie di ascesa e caduta di quasi un secolo di parabole criminali (da Nemico Pubblico a Il padrino), la respingente e a suo modo consolatoria epica americana di antieroi (in)vulnerabili, traslata in un contesto distinto, ma collegato, come quello britannico dei sixties. Analoghe, anche, le modalità di rappresentazione: una cura scenografica minuziosa, un’accattivante e fosca resa degli esterni, l’utilizzo di volti e corpi noti (Johnny Depp lì, Tom Hardy qui) abilmente trasfigurati. Una figura, quella di Hardy, che qui si sdoppia, arrivando persino a descrivere due personalità antitetiche, ancorché complementari. Come da norma del genere, troviamo inoltre una love story impossibile e destinata in partenza alla tragedia, quella del fratello più razionale con la Frances interpretata da Emily Browning.

Questo Legend, visivamente molto curato, utilizza un canovaccio-tipo che, con minime variazioni, abbiamo visto più volte rappresentato al cinema. L’ascesa e caduta di una personalità criminale rappresenta un topos che il regista riesce a trasporre, col minimo sforzo, in un contesto poco battuto dal cinema – e per questo tanto più attraente – come quello della East London dei primi anni ’60. La vicenda dei fratelli Kray, e la carica “mitica” che la loro presenza sul palcoscenico criminale portò con sé, restano naturale fonte di fascino per lo spettatore digiuno della vicenda, mentre le suggestioni psicanalitiche (pur semplificate) di cui il soggetto si carica riescono a coinvolgere e irretire l’appassionato del genere.

Rispetto al discreto Black Mass – L’ultimo gangster (lavoro con cui condivide molte caratteristiche) Legend manca tuttavia del “passo” e del respiro necessari a una vicenda come quella che vuole narrare, adagiandosi in modo eccessivo sulla sua resa visiva, e sulle capacità (non sempre sfruttate al meglio) del suo protagonista. La rappresentazione iperrealistica della Londra degli anni ’60, la sua consistenza cupa e fumosa, la granulosa resa fotografica dei sobborghi cittadini, non trovano il loro contraltare in un intreccio narrativamente zoppicante, infarcito di episodi secondari e complessivamente mancante di ritmo.

Se il titolo suggerisce l’ambizione a un respiro epico per la vicenda dei fratelli Kray, l’obiettivo è ben lungi dall’essere stato raggiunto: Legend incespica al contrario in una narrazione che, indecisa se dare risalto alla dimensione pubblica (e mediatica) della vita dei due fratelli, o alle sue implicazioni più intime, resta sospesa in una sorta di terra di mezzo. Problematica, seppur non priva di motivi di interesse, è infine la doppia interpretazione di Hardy: la sua prova nei panni dello psicopatico Ronnie, infatti, appare tanto marcata nella resa delle idiosincrasie del personaggio, talmente smaccatamente sopra le righe, da perdere presto in misura e credibilità. Un limite che, più che all’ottimo interprete britannico, va imputato a una sceneggiatura che sembra affidarsi in misura eccessiva alle sue doti attoriali.

Titolo originale: Legend
Regia: Brian Helgeland
Paese/anno: Francia, Regno Unito / 2015
Durata: 131’
Genere: Biografico, Drammatico, Noir
Cast: Alex Giannini, Aneurin Barnard, Chazz Palminteri, Christopher Eccleston, Colin Morgan, David Thewlis, Duffy, Emily Browning, John Sessions, Kevin McNally, Lorraine Stanley, Paul Anderson, Paul Bettany, Sam Spruell, Stephen Lord, Tara Fitzgerald, Taron Egerton, Tom Hardy, Tom Woodward
Sceneggiatura: Brian Helgeland
Fotografia: Dick Pope
Montaggio: Peter McNulty
Musiche: Carter Burwell
Produttore: Brian Oliver, Chris Clark, Eric Fellner, Quentin Curtis, Tim Bevan
Casa di Produzione: Cross Creek Pictures, Working Title Films
Distribuzione: 01 Distribution

Data di uscita: 03/03/2016

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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