HEIDI

HEIDI
di Alain Gsponer


Dicendo la sua su un soggetto ormai cristallizzato nell’immaginario collettivo come quello di Heidi, Alan Gsponer torna alla fonte, ovvero al romanzo originale di Johanna Spyri, riuscendo a rifuggire il rischio di manicheismo che la storia, in sé, comportava.

Ritorno nel nido

Siamo alla fine dell‘800, tra le Alpi Svizzere. La piccola Heidi, rimasta orfana di entrambi i genitori, viene portata da sua zia Dete nella baita di suo nonno, un vecchio misantropo e scontroso che vive in totale isolamento. Il vecchio rifiuta dapprima di accogliere con sé la bambina, ma in seguito finisce per sviluppare verso di lei un forte sentimento di affetto, accettando senza remore di occuparsene. I mesi passano, e Heidi si adatta al meglio al nuovo ambiente, facendo anche amicizia col pastorello Peter. Ma nel vicino villaggio, i paesani non perdono l’occasione di ribadire la loro ostilità verso l’uomo, facendo circolare maldicenze secondo le quali l’isolamento e la vita con suo nonno non facciano bene alla piccola Heidi. Dete, in contatto con una famiglia borghese di Francoforte, finisce per accettare un’offerta di quest’ultima: in cambio di denaro, dovrà portare Heidi a vivere nella loro villa in città, per far compagnia alla loro rampolla Klara, malata e costretta su una sedia a rotelle.

Quello di Heidi è un soggetto che più di altri può essere definito “senza tempo”, oggetto di un numero pressoché infinito di letture, interpretazioni, adattamenti dal più diverso taglio e sui più diversi media. Se è vero, infatti, che i 30-40enni di oggi hanno conosciuto l’orfanella uscita nel 1880 dalla penna di Johanna Spyri attraverso la serie anime di Isao Takahata, è anche vero che la sua storia è stata raccontata più e più volte nel corso degli anni, al punto di divenire praticamente una vicenda trans-generazionale. Dal film del 1937 con Shirley Temple alla miniserie del 1993 interpretata da Jason Robards, passando per il misconosciuto film svizzero del 1952, firmato da Luigi Comencini, la storia di Heidi, Almohi, Peter e Klara ha accompagnato l’infanzia (e non solo) di svariate generazioni di lettori e spettatori cinematografici, televisivi e teatrali.

Ora, il regista svizzero Alan Gsponer punta col suo film a “tornare alla fonte”, offrendo una lettura che si lasci guidare dall’originale storia della Spyri. Un’interpretazione che punta quindi ad accostarsi alla vicenda di Heidi con un occhio il più possibile “vergine”, cercando di andare oltre la mera icona, e la semplificazione che le varie versioni mediali della storia hanno finito per produrne: lo scopo è quello di rendere sullo schermo quell’originale rappresentazione e contrapposizione di due mondi (quello della Svizzera rurale e montana, e quello della borghesia urbana tedesca) che la storia della Spyri, con gli strumenti della narrativa per ragazzi, aveva descritto. Una lettura che rifiuti il manicheismo, offrendo una rappresentazione sfaccettata dei due ambienti (l’idillio montano che nasconde analfabetismo e ignoranza, il severo mondo borghese, che tuttavia apre la protagonista alla passione per la conoscenza) e dei personaggi che li abitano.

Dire qualcosa di nuovo, o anche solo di cinematograficamente valido, su una storia come quella di Heidi, non era compito facile. Tuttavia, il film di Gsponer, nel suo accostarsi filologicamente (ma con sensibilità moderna) alla vicenda scritta da Johanna Spyri, riesce a renderne al meglio connotati e filosofia. Colpisce favorevolmente, nella parte iniziale del film, l’efficace descrizione dell’empatia tra la protagonista e l’ambiente montano (con le specie che lo abitano), la simbiosi quasi magica che la ragazzina subito stabilisce con un contesto che presto diventerà il suo habitat. Ancora più efficace si rivela, a livello di pregnanza narrativa, la successiva fase del soggiorno di Heidi presso i Sesemann, con la puntuale descrizione di un opprimente microcosmo borghese, i cui protagonisti vengono tutti caratterizzati al meglio.

Nella sua progressione, la sceneggiatura trova un ottimale equilibrio tra umorismo e lacrime, riuscendo inoltre a rifuggire le trappole del manicheismo, e affidandosi a un gruppo di ottimi interpreti: se l’esordiente Anuk Steffen è una Heidi quasi disarmante, per la spontaneità che emerge dalla sua interpretazione, un veterano come Bruno Ganz sembra qui aver vestito da una vita i panni del vecchio Almohi. Ma è tutto il cast a offrire, nel suo complesso, una prova decisamente convincente, frutto anche di un’attenta direzione generale da parte di Gsponer. Una menzione va fatta anche all’ottima colonna sonora di Niki Reiser, dai toni efficacemente sognanti, con al centro un motivo ricorrente che si stampa indelebilmente nella memoria. Va rimarcato infine come, pur restando nel suo complesso assolutamente fedele alla storia originale, lo script sembri voler spezzare quel carattere cristallizzato, immobilizzato in un’eterna infanzia, che la protagonista pare da sempre portare con sé: ci riesce facendo, nei minuti finali, una precisa ipotesi (che è anche una proiezione) sul suo futuro. Rendendola, in questo modo, ancora più credibile e viva.

L’unico limite di questa apprezzabile versione di Heidi risiede nel fatto che, nella sua fase iniziale, il film è troppo rapido (diremmo affrettato) nel delineare il rapporto che si instaura tra la protagonista e il vecchio Almohi: quasi che la sceneggiatura volesse, coscientemente, sorvolare su tutta questa fase, dando per scontata la sua conoscenza da parte dello spettatore. Una scelta, comunque, narrativamente poco giustificabile. Una più attenta e approfondita resa di questa parte della storia (magari aggiungendo qualche minuto in più al metraggio complessivo) avrebbe aiutato di certo l’empatia dello spettatore con la protagonista; e avrebbe reso ancora più efficace, emotivamente, il suo successivo sradicamento dall’ambiente montano.

Heidi (2015) poster locandina

Titolo originale: Heidi
Regia: Alain Gsponer
Paese/anno: Germania, Sud Africa, Svizzera / 2015
Durata: 111’
Genere: Avventura, Drammatico
Cast: Anna Schinz, Anuk Steffen, Arthur Bühler, Bruno Ganz, Christoph Gaugler, Hannelore Hoger, Isabelle Ottmann, Jella Haase, Katharina Schüttler, Laura Parker, Lilian Naef, Marietta Jemmi, Markus Hering, Maxim Mehmet, Michael Kranz, Monica Gubser, Peter Jecklin, Peter Lohmeyer, Quirin Agrippi, Rebecca Indermaur
Sceneggiatura: Petra Biondina Volpe
Fotografia: Matthias Fleischer
Montaggio: Mike Schaerer
Musiche: Niki Reiser
Produttore: Jakob Claussen, Lukas Hobi, Reto Schärli, Ulrike Putz
Casa di Produzione: Claussen Wöbke Putz Filmproduktion, SRF Swiss Radio and Television, StudioCanal, Teleclub AG, Zodiac Pictures International
Distribuzione: Lucky Red

Data di uscita: 24/03/2016

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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