LA COMUNE

LA COMUNE
di Thomas Vinterberg


Lontano dai precetti del “suo” Dogma 95, ma fedele al suo spirito, Thomas Vinterberg prosegue ne La comune la sua sardonica ricognizione sulla famiglia borghese, esaminandone la variante “rivoluzionaria”: il risultato è tematicamente interessante, ma troppo programmatico nella sua voglia di provocare.

Programmatiche sovversioni

Erik e Anna sono una coppia di intellettuali che vivono nella Copenhagen degli anni ‘70. Insieme alla figlia Freja, i due si trasferiscono nell’enorme villa di proprietà di lui, e qui decidono di mettere su una comune: dapprima insieme all’amico Ole, e poi con un sempre più vasto numero di inquilini, la coppia darà vita a un modello di convivenza democratica e partecipata, tale da superare le normali convenzioni borghesi. Assemblee, votazioni e valutazione periodica sul grado di soddisfazione di ogni singolo partecipante costituiranno la norma che regolerà la convivenza all’interno della villa. Tutto sembra filare per il meglio, fin quando Erik, professore universitario, non si innamora di una sua studentessa. Anna, ostentando un atteggiamento aperto e in linea con lo spirito della comune, non si oppone alla relazione: ma l’evento aprirà un’inevitabile crepa nella relazione tra i due coniugi, e nella stessa convivenza all’interno della villa.

Fin dal suo esordio, il folgorante Festen – Festa in famiglia, Thomas Vinterberg si è sempre mostrato interessato alle dinamiche della famiglia borghese. Pur nella varietà dei temi trattati dal cineasta danese, nel corso della sua quasi ventennale carriera, l’istituzione di base della società borghese è rimasta presente, magari in forma sfumata, all’interno del suo universo di riferimento; un tema che va a inserirsi nel più generale quadro di un’ecologia sociale di cui Vinterberg si è sempre divertito (con sguardo sardonico, seppur in grande misura studiato) a mettere in luce contraddizioni e guasti. Questo nuovo La comune, ispirato a una pièce teatrale scritta dallo stesso regista, sembra ricollegarsi direttamente al suo esordio del 1998, rappresentandone, in un certo senso, una sorta di ideale contraltare. Non più, al centro dell’obiettivo, la tradizionale famiglia dell’alta borghesia danese – coi suoi rigidi rituali a nascondere (male) orrori e depravazioni – ma il modello alternativo e “democratico”, cresciuto e sviluppatosi negli anni ‘70, che di quella struttura sembra voler negare e ribaltare le fondamenta.

Alla base di tutto, malgrado e a dispetto delle dichiarazioni di intenti dei suoi animatori, c’è la stessa classe sociale che era stata (mal)trattata da Vinterberg nel suo esordio: quella borghesia che, annoiata e incapace di trovare stimoli, si lascia andare a un’anarchia che si colora, di volta in volta, di cupo individualismo o di ostentato collettivismo. Col fare programmatico che gli è usuale, il regista danese sembra qui voler gettare uno sguardo disilluso sulla pretesa di modificare le basi dei rapporti sociali, mascherando isterie e nevrosi tutte contemporanee dietro un plastificato (e fragile) progressismo di facciata.

Vinterberg, con tutte gli eccessi e le furbizie del caso, compone in questo La comune un quadretto borghese che ha la sua presa, innervato da buone interpretazioni (tra queste, spicca quella di Trine Dyrholm, che per la sua prova ha ricevuto l’Orso d’Argento nel corso dell’ultima Berlinale). Da tempo lontano dai lacci del Dogma 95, il cineasta danese ne incarna ancora idealmente peculiarità e limiti, con un fare iconoclasta che – dal punto di vista artistico come da quello sociale – pur programmatico e non esente da astuzie, si conferma efficace a livello di puro impatto cinematografico. L’abilità del regista nella messa in scena si conferma in alcune singole, efficaci sequenze (tra queste, ne citeremmo una centrale per l’evoluzione della trama – di cui non sveliamo il contenuto – posta nei minuti conclusivi).

La comune resta tuttavia un film fin troppo studiato, programmatico al punto da sembrare costruito a tavolino, tenuto in piedi esclusivamente dalla sua intuizione di base, e dal potenziale cinematografico che questa esprime. L’intento provocatorio del regista, e il modo grottesco e sopra le righe con cui delinea i suoi personaggi, restano elementi fini a sé stessi, incapaci di vivere e respirare dentro una drammaturgia compiuta: spogliato dai suoi orpelli, e dallo sfondo sul quale è ambientato, il film di Vinterberg si riduce a un triangolo dai contorni risaputi e dagli esiti prevedibili. Poco sembra interessare al regista dei personaggi di contorno, ridotti a macchiette dal valore puramente accessorio: la “morale” che alla fine (in modo fin troppo didascalico) il film sembra voler esprimere, risulta scontata e anche un po’ irritante.

La resa di quegli anni ‘70 che dovrebbero essere, oltre che sfondo, centro e motore ispiratore della storia, resta affidata soltanto alla buona soundtrack, in gran parte costituita da composizioni folk-rock locali; per il resto, l’aria di libertà e ribellione sociale che contraddittoriamente animava il periodo resta nascosta, in ombra, data per scontata nella costruzione della sceneggiatura. La comune finisce così per confermare i limiti di un cineasta che, pur laddove continua a mostrare indubbie doti tecniche, inciampa sovente in un’attitudine gratuitamente e tediosamente provocatoria, che gli fa perdere di vista la narrazione e l’elaborazione di un racconto compiuto e credibile.

Titolo originale: Kollektivet
Regia: Thomas Vinterberg
Paese/anno: Danimarca, Paesi Bassi, Svezia / 2016
Durata: 111’
Genere: Drammatico
Cast: Anne Gry Henningsen, Fares Fares, Helene Reingaard Neumann, Julie Agnete Vang, Jytte Kvinesdal, Lars Ranthe, Mads Reuther, Magnus Millang, Martha Sofie Wallstrøm Hansen, Rasmus Lind Rubin, Sebastian Grønnegaard Milbrat, Trine Dyrholm, Ulrich Thomsen
Sceneggiatura: Thomas Vinterberg, Tobias Lindholm
Fotografia: Jesper Tøffner
Montaggio: Anne Østerud, Janus Billeskov Jansen
Musiche: Fons Merkies
Produttore: Arnold Heslenfeld, Frans van Gestel, Jessica Ask, Julie Rix Petersen, Laurette Schillings, Madeleine Ekman, Mark Denessen, Morten Kaufmann, Sidsel Hybschmann, Sisse Graum Jørgensen
Casa di Produzione: Danmarks Radio, Det Danske Filminstitut, Film i Väst, Svenska Filminstitutet, Toolbox Film, Topkapi Films, Zentropa Entertainments
Distribuzione: BiM Distribuzione

Data di uscita: 31/03/2016

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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