ZONA D’OMBRA – UNA SCOMODA VERITÀ

ZONA D’OMBRA – UNA SCOMODA VERITÀ
di Peter Landesman


Opera con cui il regista Peter Landesman illumina una pagina di cronaca sportiva tragica e poco trattata, Zona d’ombra - Una scomoda verità trova il suo limite in una sceneggiatura approssimativa, appesantita da un sottotesto misticheggiante e poco giustificato, che a tratti fa sconfinare il racconto nel pacchiano.

L'ombra del successo

2002. Dopo la morte di Mike Webster, ex campione di football della squadra dei Pittsburgh Steelers, il patologo forense Bennet Omalu, di origini nigeriane, fa un’incredibile scoperta: sia la scomparsa dell’atleta, ufficialmente dovuta a un infarto, sia i segni di squilibrio mentale che aveva dato durante l’ultimo periodo di vita, sarebbero il risultato di un serio e prolungato deterioramento cerebrale. Omalu formula l’ipotesi che i ripetuti colpi alla testa subiti da Webster nel corso della sua carriera abbiano provocato i traumi che lo hanno infine portato alla morte, definendo la sua sindrome “encefalopatia traumatica cronica”. Con l’aiuto dell’ex medico degli Steelers, Julian Bailes, Omalu pubblica un articolo in cui mette sotto accusa l’intero mondo del football, attirandosi l’ostracismo della National Football League.

È da una recente vicenda reale, conclusasi ufficialmente solo pochi anni fa, che trae ispirazione questo Zona d’ombra – Una scomoda verità, dramma ad ambientazione sportiva co-prodotto da Ridley Scott e diretto da Peter Landesman (Parkland, La regola del gioco). Il patologo Bennet Omalu fu infatti protagonista di una lunga battaglia contro la National Football Association, colosso americano che per anni nascose e disconobbe i rischi per il cervello, da lui evidenziati, derivanti dall’attività professionistica nel football americano. Una lunga lotta che vide lo scienziato vittorioso solo nel 2009, col pubblico riconoscimento da parte della NFL della validità delle sue teorie: una battaglia descritta nell’articolo Game Brain di Jeanne Marie Laskas, base ispiratrice per un libro dello stesso autore e infine per il film di Landesman.

Centrato sulla figura del suo protagonista (uno Will Smith che conferma pregi e limiti della sua recitazione), Zona d’ombra – Una scomoda verità racconta una battaglia solitaria e impari; lo fa cercando di coniugare la dimensione pubblica dell’attività del personaggio con un privato pervaso da una forte dimensione etica, e da un rapporto preponderante con la spiritualità. Nell’enfasi su quest’ultimo aspetto, e nelle continue sottolineature sulla componente religiosa dell’agire del protagonista, è difficile non vedere la mano di uno Smith che in più occasioni, nelle sue ultime interpretazioni, si è voluto misurare con temi analoghi. Sullo sfondo, il motivo della condizione di immigrato, e il fantasma di una discriminazione strisciante e mai dichiarata: da ciò la conseguente, perpetua diffidenza che accompagna tanto l’attività del protagonista, quanto la sua lotta.

Questo Zona d’ombra – Una scomoda verità, opera terza di un regista che è giornalista d’inchiesta prima che cineasta (suoi una serie di reportage sul traffico d’armi, sulla prostituzione, e sui recenti conflitti nelle zone più calde del pianeta), possiede un apprezzabile impeto divulgativo. Registicamente solido ed essenziale, il film di Landesman ha il merito di gettare luce su un tema finora mai trattato sullo schermo, smontando una “fabbrica di icone” pervasiva e ramificata, che occulta col dramma spettacolare della competizione sportiva quello privato della sofferenza e della morte. Una regia complessivamente sobria, sempre al servizio della narrazione e dei suoi interpreti, lascia spazio solo a tratti ad alcune accelerazioni e sottolineature visive (tra queste, quella molto riuscita del finale): lo scopo è quello di descrivere al meglio la componente emotiva di una vicenda imbevuta di una sofferenza tacita quanto pulsante.

Il film di Landesman mostra tuttavia il limite di una sceneggiatura debole e lacunosa, appesantita dal grossolano e poco giustificato sottotesto mistico che coinvolge il protagonista. Un’enfasi che trascende, nel corso del racconto, qualsiasi concetto di misura e credibilità narrativa, nutrendosi di suggestioni pacchiane (il dialogo del protagonista con i corpi che si trova sul suo tavolo) e sfiorando a più riprese il grottesco involontario. Difficile non vedere in questa componente la forte influenza dell’interprete principale, che da par suo offre una prova in linea con le oscillazioni emotive (e con gli indebiti sconfinamenti patetici) che il personaggio presenta. In uno script che vuole muoversi tra pubblico e privato, approssimativo e poco centrato è lo sviluppo della love story tra il protagonista e la sua futura moglie; mentre resta solo sullo sfondo il motivo della discriminazione (e della conseguente diffidenza professionale) che ostacola il personaggio nella sua battaglia. Una componente che avrebbe potuto dare consistenza e forza narrativa alla vicenda di Zona d’ombra – Una scomoda verità, ma che resta sacrificata a favore dell’onnipresente sottotesto religioso che affligge (facendola a tratti deragliare) l’intera narrazione.

Zona d’ombra - Una scomoda verità recensione

Titolo originale: Concussion
Regia: Peter Landesman
Paese/anno: Australia, Regno Unito, Stati Uniti / 2015
Durata: 123’
Genere: Drammatico
Cast: Adewale Akinnuoye-Agbaje, Albert Brooks, Alec Baldwin, Arliss Howard, Dan Ziskie, David Morse, Eddie Marsan, Elizabeth Tulloch, Gary Grubbs, Gugu Mbatha-Raw, Hill Harper, Jason Davis, Joni Bovill, Kevin Jiggetts, L. Scott Caldwell, Larry John Meyers, Luke Wilson, Matthew Willig, Mike O'Malley, Paul Reiser, Randy Kovitz, Richard T. Jones, Sara Lindsey, Stephen Moyer, Will Smith
Sceneggiatura: Peter Landesman
Fotografia: Salvatore Totino
Montaggio: William Goldenberg
Musiche: James Newton Howard
Produttore: Amal Baggar, David Wolthoff, Elizabeth Cantillon, Giannina Facio, Larry Shuman, Ridley Scott
Casa di Produzione: LStar Capital, Scott Free Productions, The Cantillon Company, The Shuman Company, Village Roadshow Pictures
Distribuzione: Warner Bros.

Data di uscita: 21/04/2016

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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