UNDERDOG

UNDERDOG
di Ronnie Sandahl


Presentato nell'edizione 2016 del romano Nordic Film Fest, Underdog segna l'esordio del regista Ronnie Sandahl: il risultato è un melò realistico e poco propenso agli svolazzi estetici, sullo sfondo della poco trattata realtà dell'immigrazione interna ai paesi del Nord Europa.

Oltre il confine, un altro mondo

La giovane Dino, 23 anni e già una storia di dipendenza da alcol alle spalle, sogna una vita diversa. Immigrata svedese in Norvegia, deve confrontarsi con una realtà in cui gli svedesi sono considerati i cugini poveri, costretti a servire il più ricco (e tracotante) vicino. Quando una frattura al braccio le provoca l’ennesimo licenziamento, la ragazza ottiene casualmente un lavoro come governante. Nella villa di Oslo dov’è di servizio, Dino finisce per attirare l’attenzione di tutti e tre gli occupanti: di Steffen – uomo in preda alla solitudine, e sofferente per la lontananza della moglie, spesso fuori città per lavoro – e delle due figlie Ida e Siri, che subito stabiliscono con la ragazza un forte legame. È presto chiaro come Siri stia colmando un vuoto nella vita di Steffen: i due si lasciano andare con veemenza e trasporto, incuranti delle possibili conseguenze.

Datato 2015, insignito del premio Guldbaggegalan (l’Oscar svedese) alla miglior attrice esordiente (l’apprezzabile Bianca Kronlöf), Underdog è l’esordio nella regia di un lungometraggio di Ronnie Sandahl, classe 1984 e già un paio di corti alle spalle. Un esordio, arrivato in Italia nella selezione del Nordic Film Festival di Roma, in cui il regista svedese esplora il tema dell’immigrazione dal suo paese nella vicina Norvegia: un argomento poco trattato, tanto dalla narrazione mediatica quanto dal cinema, tale da smentire la preconfezionata visione dei paesi scandinavi come un’unica, indifferenziata isola felice, fatta di welfare e opportunità sociali. Nella vicenda della protagonista c’è il dramma dell’immigrazione e dello sradicamento, la cruda realtà di un’esistenza in bilico, la voglia nonostante tutto di riscatto, tanto sul piano affettivo quanto su quello personale.

Questo Underdog si muove costantemente sul doppio binario di uno spaccato sociale, debitore a certo cinema inglese contemporaneo, e del melò familiare: il regista cala una vicenda di affetti e ricerca di sostegno reciproco in una realtà magmatica quanto sfuggente, in cui le strade della metropoli possono contribuire, esse stesse, a generare solitudine ed esclusione. Una solitudine e un senso di inadeguatezza che accomuna tutti e tre i personaggi principali, ma da cui il film suggerisce una possibile via d’uscita. Lo fa senza retoriche e improbabili fughe, ma con la consapevolezza della necessità dell’altro (come indispensabile complemento) in tutti gli aspetti della propria esistenza. Una necessità che il film racconta in modo sobrio e insieme ficcante, affidandosi a una buona scrittura e all’efficacia di tutti i suoi interpreti.

Melodramma in bilico tra il naturalismo dello spaccato sociale e l’esplorazione delle dinamiche affettive (anche e soprattutto extrafamiliari), Underdog gode di una regia sobria e sempre al servizio della narrazione, tutta giocata sui primi piani e sulla valorizzazione degli ambienti, puntellata da tre ottimi interpreti e da una sceneggiatura efficace e abbastanza equilibrata. L’esordiente Sandahl mostra un’inedita sicurezza per un cineasta al suo primo lungometraggio, evitando da un lato le trappole della retorica – sempre in agguato quando si trattano temi sociali di una certa consistenza – dall’altro quelle di un melò eccessivamente esplicito e poco centrato. Film di sceneggiatura e di interpreti, quello del giovane regista norvegese è anche un esordio che mostra una sua eleganza figurativa, e che ha il merito di illuminare una realtà poco conosciuta e trasmessa alla narrazione contemporanea soprattutto attraverso gli stereotipi. Un merito divulgativo che si somma all’indubbia efficacia, narrativa quanto visiva, della sua resa sullo schermo.

Melò poco appariscente e in sottrazione, con pochissime concessioni alla declinazione più esplicita del genere, o a un approccio diretto e da pamphlet ai temi che tratta (l’immigrazione, la disoccupazione, la discriminazione strisciante), Underdog non può e non vuole accontentare tutti, restando nei binari di una ricercata sobrietà, narrativa e stilistica. Il limite principale del film di Ronnie Sandahl è probabilmente la scelta di sacrificare, per una fase forse troppo lunga della storia, l’interessante personaggio della giovane Ida, in favore della focalizzazione sul rapporto tra i due protagonisti: una lunga eclissi che penalizza un carattere dalle ottime – e in parte inesplorate – potenzialità narrative, recuperata solo nel comunque notevole finale.

Titolo originale: Svenskjävel
Regia: Ronnie Sandahl
Paese/anno: Norvegia, Svezia / 2014
Durata: 97’
Genere: Drammatico
Cast: Adam Lundgren, Bianca Kronlöf, Erik Lennblad, Gizem Erdogan, Henrik Rafaelsen, Kyrre Hellum, Mia Saarinen, Mona Kristiansen, Naomi Emeilie Petronella Barker, Trine Wiggen
Sceneggiatura: Ronnie Sandahl
Fotografia: Ita Zbroniec-Zajt
Montaggio: Åsa Mossberg
Musiche: Gunn Tove, Stein Berge Svendsen
Produttore: Annika Hellström, Gudny Hummelvoll, Martin Persson
Casa di Produzione: Anagram, Cinenic Film, Fixafilm, Hummelfil, Hummelfilm

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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