PELÉ

PELÉ
di Jeff Zimbalist, Michael Zimbalist


Con Pelé, i fratelli Jeff e Michael Zimbalist realizzano un biopic dal buon potenziale spettacolare, attento alla ricostruzione del contesto in cui la leggenda del campione brasiliano maturò; ma falliscono nel raccontare l’uomo, ridotto a mera figurina celebrativa.

L’uomo dai piedi d’oro, il film dai piedi d’argilla

Nel villaggio brasiliano di Bauru, tra miseria e voglia di riscatto, nasce e cresce quella che diventerà una leggenda dello sport mondiale: Edson Arantes Do Nascimento, figlio di un ex calciatore costretto al ritiro, inizia un’irresistibile scalata ai vertici del calcio mondiale, partendo da un oscuro club di provincia e arrivando fino alla convocazione ai Campionati del Mondo, a soli 17 anni. Scontrandosi con avversari interni ed esterni, ma anche con tecnici che vorrebbero limitare la sua straripante fantasia, Pelé restituirà dignità al calcio brasiliano, portando il suo stile di gioco (basato sulla ginga, passo di base dell’antica arte marziale della Capoeira) ad essere riconosciuto come patrimonio di un intero paese.

Il potenziale cinematografico della vicenda di O’Rei (Edson Arantes Do Nascimento, in arte Pelé) non era finora mai stato sfruttato, in forma di fiction, dal grande schermo. Un ritardo curioso, visti i ripetuti flirt del campione brasiliano (tuttora considerato come il miglior calciatore della storia) col mondo del cinema; flirt culminati nell’indimenticata partecipazione, con l’iconica rovesciata nei minuti finali, al cult Fuga per la vittoria di John Huston. Invero, la favola di Pelé, emblema del riscatto di una cultura sportiva (e non solo) ferita e umiliata, contiene da sempre, in nuce, un potenziale spettacolare ottimale per essere reso dal grande schermo.

A colmare la lacuna arriva ora questo biopic, realizzato con i capitali di una produzione hollywoodiana medio-grande, affidato alle mani dei due fratelli documentaristi Jeff e Michael Zimbalist. Un progetto che si concentra essenzialmente sull’infanzia e l’adolescenza del personaggio (due gli interpreti che vestono i suoi panni, rispettivamente all’età di 8 e 17 anni), messo in continuo rapporto dialettico con un ambiente sospeso tra miseria e ottimismo della volontà, presto raccolto intorno al protagonista come a un’inattesa utopia di riscatto attraverso lo sport.

Oltre all’attenzione alla realtà sociale e umana che nutre la formazione del protagonista, questo Pelé offre un significativo excursus storico sulla ginga, vilipeso stile di gioco che il giovane campione riporterà all’antico splendore, fino all’identificazione col calcio brasiliano tout court. In un racconto dai tratti inevitabilmente celebrativi, emerge anche il conflitto – di classe prima che sportivo – con l’altro campione brasiliano di quegli anni, José Altafini: un conflitto che è estensione di una rivalità che affonda le sue radici nell’infanzia (e nelle rispettive provenienze sociali) dei due atleti.

Forti del loro background documentaristico, i fratelli Zimbalist delineano con attenzione il contesto sociale in cui il protagonista cresce, rendendone efficacemente il clima, sempre sospeso tra rassegnazione e slanci di ottimismo quasi fideistici. Un contesto che fa da contraltare alla crescita sportiva e umana di un personaggio che prende presto su di sé quello che si delinea come un vero e proprio riscatto nazionale. Con una regia vivace, che dà il meglio di sé nella resa degli incontri (nonostante qualche scivolata in un digitale ai limiti del kitsch), Pelé mostra un buon coté visivo, alimentato da uno sguardo attento per gli ambienti e il loro potenziale narrativo. Risulta inoltre apprezzabile, quasi favolistica nella sua resa visiva, la parentesi sulla storia della ginga, vero e proprio emblema di orgoglio nazionale presto riportato all’antica popolarità dal protagonista.

Attento dunque agli ambienti – e alla loro resa visiva – nonché alla ricostruzione del contesto che fa da sfondo alla crescita del protagonista, Pelé si mostra tuttavia carente nella resa del soggetto che, malgrado tutto, dovrebbe raccontare: la descrizione che i due registi fanno del giovane campione somiglia a una mera figurina celebrativa, poco credibile negli snodi della sua formazione, circondata da figure di contorno dal forte carattere stereotipato. Imbrigliato nella formula di un risaputo racconto di formazione, il film non fa emergere mai il personaggio nei suoi lati problematici, sfuma presto le appena accennate zone d’ombra, smussa i lati più spigolosi del soggetto in una maldestra attitudine melò (la morte dell’amico del protagonista durante l’infanzia). L’accennata rivalità col compagno di squadra Altafini, emblema di una contrapposizione che è sociale prima che calcistica, viene declinata nei modi più risaputi, presto annullata da una sceneggiatura che rifiuta (volutamente?) di far emergere gli elementi più conflittuali della vicenda. Nel suo carattere stancamente celebrativo, questo Pelé non fornisce così alcun apprezzabile valore aggiunto – dal punto di vista cinematografico – all’irripetibile vicenda umana e sportiva che ambisce a raccontare.

Titolo originale: Pelé Birth of a Legend
Regia: Jeff Zimbalist, Michael Zimbalist
Paese/anno: Stati Uniti / 2016
Durata: 107’
Genere: Biografico, Drammatico, Sportivo
Cast: Colm Meaney, Diego Boneta, Kevin de Paula, Leonardo Lima Carvalho, Mariana Nunes, Milton Gonçalves, Pelé, Rodrigo Santoro, Seu Jorge, Vincent D'Onofrio
Sceneggiatura: Jeff Zimbalist, Michael Zimbalist
Fotografia: Matthew Libatique
Montaggio: Glen Scantlebury, Luis Carballar, Naomi Geraghty
Musiche: A. R. Rahman
Produttore: Brian Grazer, Colin Wilson, Ivan Orlic, Kim Roth
Casa di Produzione: Imagine Entertainment
Distribuzione: M2 Pictures

Data di uscita: 26/05/2016

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *