BEN-HUR

BEN-HUR
di Timur Bekmambetov


Nell’approcciarsi a un classico come Ben-Hur, Timur Bekmambetov adotta uno stile rutilante e compiaciuto che appiattisce la vicenda originale, sintetizzandone oltre ogni necessità lo sviluppo; il risultato è un remake fallimentare, giustamente punito al botteghino statunitense.

Classicità svuotata

Nella Giudea del I secolo, il nobile ebreo Giuda Ben-Hur e il romano Messala sono cresciuti insieme presso la famiglia del primo, che ha adottato l’orfano Messala e lo ha allevato come un figlio. Durante l’adolescenza, Messala si reca a Roma per intraprendere la carriera militare, tornando anni dopo a Gerusalemme, ormai divenuto comandante delle legioni romane, per scortare il nuovo governatore Valerio Grato. Entrato in contrasto col vecchio amico, che si rifiuta di fare i nomi dei responsabili delle rivolte che hanno scosso la Palestina, Messala denuncia l’intera famiglia di Ben-Hur quando una tegola cade accidentalmente dalla terrazza della loro casa, sfiorando il governatore. La madre e la sorella di Ben-Hur vengono così imprigionate, mentre l’uomo viene deportato come schiavo a bordo di una galera romana. Da allora, Ben-Hur vivrà col solo intento di vendicarsi di Messala.

In piena epoca di remake e reboot, non poteva certo mancare la rivisitazione, insieme attesa e temuta, della Hollywood classica. Un film come il Ben-Hur del 1959, che era a sua volta rifacimento (si contano almeno due versioni precedenti dell’originale romanzo di Lew Wallace, entrambe risalenti all’epoca del muto) è opera impressa nella memoria collettiva come massimo esempio del kolossal storico, insuperato campione agli Academy Awards (solo, decenni più tardi, Titanic e Il signore degli anelli: Il ritorno del re avrebbero ricevuto altrettante statuette) ed espressione più compiuta di una magniloquenza, di mezzi ed impatto estetico, che rappresenta al meglio la fabbrica dei sogni hollywoodiana. Un oggetto dunque da approcciare, per il regista Timur Bekmambetov, con la massima cautela.

Traducendo in immagini la sceneggiatura di John Ridley e Keith Clarke, il cineasta kazako sfronda e sintetizza in modo spregiudicato la vicenda originale (il metraggio è ridotto qui a poco più di due ore), muovendo dall’adolescenza dei due protagonisti, e cercando di delineare il contesto politico, e sociale, in cui la loro amicizia si sviluppa. Il motivo del sotterraneo odio di classe che avvelena l’animo di Messala (interpretato da Toby Kebbel) sfocia nel tradimento ai danni dell’amico, e nel successivo, archetipico dualismo tra i due. Scegliendo di dare un risalto particolare all’addestramento di Ben-Hur (che ha il volto di Jack Huston) nella corsa con le quadrighe, il film approfondisce in modo inedito la figura dello sceicco Ilderim, interpretato da Morgan Freeman nel ruolo di “mentore” del protagonista.

In uno sviluppo narrativo che riserverà qualche sorpresa (e qualche smaccato tradimento della filologia), Bekmambetov cerca di adattare il suo stile e la sua estetica, rutilante e confinante col linguaggio del videoclip, al respiro e al passo richiesti da una vicenda come quella che fu portata in immagini, ormai quasi un sessantennio fa, da William Wyler.

In un film complessivamente (lo diciamo subito, a scanso di equivoci) non riuscito, spicca almeno il tentativo di svecchiare alcune delle tematiche della storia originale, specie per quanto concerne l’evoluzione del rapporto tra i due protagonisti. La scelta di far muovere la storia dall’adolescenza di Ben-Hur e Messala, di porre l’accento sulla loro amicizia e sulle differenze di classe che gradualmente originano il desiderio di rivalsa del secondo, è in sé non disprezzabile; così come interessante è l’approfondimento iniziale del clima politico dell’epoca, l’accento sulle rivolte degli zeloti e sul generale fermento antiromano che caratterizzava la Giudea del I secolo, ideale preparazione alla successiva trasformazione del personaggio del militare romano.

I pregi del film di Timur Bekmambetov, tuttavia, si fermano qui. Confuso, goffo nella gestione del racconto, gratuitamente rutilante e privo di epica, questo Ben-Hur versione 2016 si rivela (disgraziatamente) un fallimento pressoché totale. Lo stile contaminato e pop di Bekmambetov si mostra da subito inadatto a gestire una storia che ha in nuce (a prescindere dalla sua incarnazione più nota, quella del 1959) una forte componente epica e magniloquente. Su tutto il film grava un evidente senso di fretta, di impossibile voglia di sintesi, di inusitata tendenza alla contrazione temporale: ciò si traduce da un lato in un montaggio gratuitamente serrato, che moltiplica il numero degli stacchi anche laddove l’atmosfera richiederebbe, al contrario, sequenze più lunghe ed articolate; dall’altro, in una gestione affrettata dei principali snodi narrativi, mal raccordati tra loro e incapaci di costruire un efficace climax, e di far respirare adeguatamente la storia.

Il film corre, ma lo fa in modo goffo e totalmente inadeguato a costruire empatia, non aiutato, in questo, da due interpreti privi di carisma, facilmente surclassati da un Morgan Freeman che fa il minimo sindacale nel ruolo dello sceicco Ilderim. Il digitale profuso a piene mani nel nuovo Ben-Hur cozza contro il ricordo della fisicità della pellicola di Wyler, traducendosi sovente in smaccata pacchianeria (vedi la sequenza del naufragio della galera); la scena-clou del film, quella della corsa con le quadrighe, è caratterizzata dalla stessa, confusa frenesia visiva, al limite della saturazione, che grava sull’intero film. Il più smaccato tradimento della vicenda originale (che evitiamo di rivelare) non rappresenterebbe in sé un problema, se vi si fosse giunti con una diversa evoluzione della storia, capace di gestire in altro modo il coinvolgimento emotivo. Il flop del film al botteghino statunitense punisce un’opera affetta da limiti macroscopici, che denuncia l’inadeguatezza di un cineasta come Bekmambetov nel maneggiare registri narrativi (ed estetici) propri della Hollywood classica.

Ben-Hur poster locandina

Titolo originale: Ben-Hur
Regia: Timur Bekmambetov
Paese/anno: Stati Uniti / 2016
Durata: 125’
Genere: Azione, Drammatico, Storico
Cast: Ayelet Zurer, Christopher Jones, Craig Peritz, Dato Bakhtadze, David Walmsley, Denise Tantucci, Francesco Scianna, Gabriel Lo Giudice, Haluk Bilginer, Iaon Gunn, Jack Huston, James Cosmo, Jarreth J. Merz, Marwan Kenzari, Moises Arias, Morgan Freeman, Nazanin Boniadi, Pilou Asbæk, Rodrigo Santoro, Sofia Black DElia, Toby Kebbell, Yasen Atour, Yorgos Karamihos
Sceneggiatura: John Ridley, Keith R. Clarke
Fotografia: Oliver Wood
Montaggio: Dody Dorn, Richard Francis-Bruce
Musiche: Marco Beltrami
Produttore: Duncan Henderson, Joni Levin, R.J. Mino, Sean Daniel
Casa di Produzione: LightWorkers Media, Metro-Goldwyn-Mayer (MGM), Paramount Pictures, Sean Daniel Company
Distribuzione: Universal Pictures

Data di uscita: 29/09/2016

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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