CAFFÈ

CAFFÈ
di Cristiano Bortone


Con Caffè, Cristiano Bordone tenta un ritratto della contemporaneità attraverso tre storie, legate l’un l’altra dalla bevanda del titolo; ma il tono generale è incerto, l’andamento episodico, poco compatto e non esente da pacchianerie.

Tre storie e una bevanda

Tre paesi, tre storie, unite dal filo conduttore del caffè: bevanda apprezzata in tutto il mondo, dall’ampio spettro di aromi e sapori. In Belgio, Hamed è un immigrato iracheno integrato, proprietario di un piccolo negozio, che viene improvvisamente derubato di un’antica caffetteria a cui è molto legato; in Italia, Enzo si trasferisce a Trieste con la speranza di diventare un sommelier del caffè, ma resta invece coinvolto in una pericolosa azione criminale; in Cina, un manager avido e spregiudicato fa ritorno nello Yunnan, nelle campagne in cui è nato, patria del caffè: qui, scopre i loschi traffici della ditta per la quale lavora, e i pericoli ambientali da essa generati. Sullo sfondo, una modernità sempre più all’insegna della precarietà, in un mondo sempre più interconnesso quanto, inesorabilmente, abitato da diverse solitudini.

Quello di Caffè, nuovo lavoro del regista italiano Cristiano Bortone – presentato nel corso delle Giornate degli Autori dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia – è un esempio di cinema italiano che punta esplicitamente all’appeal (e alla vendibilità) internazionale, forte di una co-produzione tra Italia, Cina e Belgio. La composizione delle singole storie, il loro procedere parallelo e le loro assonanze tematiche, più che fattuali, guardano chiaramente al cinema del primo Alejandro González Iñárritu, e alle sue riflessioni sul destino; Bortone, attraverso il filo conduttore della bevanda del titolo (sorta di MacGuffin dal carattere dichiaratamente gratuito) cerca così di delineare uno spaccato della contemporaneità, e di alcuni dei suoi aspetti più caratterizzanti.

Attraverso il parallelo esplicito con tre diversi aromi del caffè (amaro, aspro e profumato), la voce fuori campo dell’attore Hichem Yaoubi fa da ouverture alle tre storie, ognuna tesa a rappresentare un diverso aspetto del mondo del ventunesimo secolo: la precarietà lavorativa, che si fa precarietà affettiva ed esistenziale, nell’episodio italiano, le tensioni etniche e sociali che divengono faida e guerra tra poveri in quello ambientato in Belgio, lo sviluppo industriale scriteriato, frutto di una globalizzazione rapace e selvaggia, nel segmento cinese. Tre diverse storie che occhieggiano a registri narrativi diversi (il noir nell’episodio italiano, il realismo a sfondo sociale dei fratelli Dardenne in quello belga, il lirismo di certo cinema cinese nel terzo segmento), cercando di comporre un quadro coerente di una società magmatica quanto interconnessa.

Quello del film di Bortone è un tentativo sicuramente interessante (seppur non del tutto nuovo) di proporre un cinema italiano che spezzi le rigide regole del panorama mainstream, cercando un appeal internazionale che non rinunci alle proprie specificità. Così, la struttura a episodi si mescola a uno sguardo che, pur se debitore a modelli abbastanza riconoscibili, mantiene un approccio tutto nostrano (e ciò non è un male) ai temi che vuole raccontare. Il modello della co-produzione internazionale – indipendentemente dai risultati qui raggiunti – rappresenta certamente una delle possibili strade da seguire per un cinema italiano che voglia cercare nuovi spazi (e nuove modalità espressive) in grado di superare gli angusti confini in cui, da troppo tempo, esso stesso si è auto-esiliato.

Frammentato, poco coeso, mancante di armonia sia all’interno dei diversi episodi, sia nel quadro generale che vuole delineare, Caffè getta comunque alle ortiche gran parte del suo potenziale, rivelandosi un’occasione sostanzialmente sprecata. Manca uno sguardo penetrante e coerente sui temi affrontati dalla sceneggiatura, delineati tutti in modo abbastanza superficiale, e affidati a caratteri all’insegna della schematicità; il tutto si esplicita in snodi di trama pretestuosi, in situazioni ai limiti della credibilità (vedi tutta la parte noir dell’episodio italiano), e in una generale incertezza di tono. Tra pacchianità estetiche che flirtano pericolosamente con il kitsch (il gratuito lirismo dell’episodio cinese) e grossolani climax emotivi che sfiorano il grottesco (l’episodio belga e il suo modo di affrontare il tema della vendetta) Bortone non amalgama il tutto in un tono convincente, componendo un’opera scollata e dagli evidenti limiti di concezione. Le tre vicende si compongono, nel finale, in una chiusura abbastanza pretestuosa, piazzata in modo posticcio in coda al film e tale da ribadire una tendenza al didascalismo (e all’estetizzazione gratuita) che pesa in modo decisivo (e negativo) sul risultato finale.

Caffè poster locandina

Titolo originale: Caffè
Regia: Cristiano Bortone
Paese/anno: Belgio, Cina, Italia / 2016
Durata: 112’
Genere: Drammatico
Cast: Angelo Torrice, Arne De Tremerie, Dario Aita, Ennio Fantastichini, Giovanni Galati, Hichem Yacoubi, Jean-Louis Sbille, Kevin Notsa Miakouang, Koen De Bouw, Li Yimo, Lu Fangsheng, Michael Schermi, Miriam Dalmazio, Tan Zhuo, Tibo Vandenborre, Tim Taveirne, Zhang Qiuge
Sceneggiatura: Annalaura Ciervo, Cristiano Bortone, Matthew Thompson, Minghua Shi
Fotografia: Vladan Radovic
Montaggio: Claudio Di Mauro
Musiche: Teho Teardo
Produttore: Andrea Zoso, Bart Van Langendonck, Cai Gongming, Cristiano Bortone, Li Na, Natacha Devillers
Casa di Produzione: China Blue films, CineFinance Italia, Orisa Produzioni, Road Pictures, Savage Film
Distribuzione: Officine UBU

Data di uscita: 13/10/2016

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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