PATERSON

PATERSON
di Jim Jarmusch


Film di opposizioni decise ma a loro modo complementari, di bianchi e di neri che riconoscono gli uni la necessità degli altri, Paterson è un’opera con cui Jim Jarmusch coglie, con straordinaria pregnanza, il lirismo del quotidiano.

Liriche quotidianità

Paterson fa il conducente di bus nella città che porta il suo stesso nome, nel New Jersey. La sua routine è sempre uguale a se stessa: la sveglia alle 6.15, la colazione, l’uscita per il lavoro, le poesie scritte nei ritagli di tempo e vergate sul suo blocco note, il ritorno a casa, la passeggiata col suo cane, la birra serale al bar. Paterson ama ed è riamato dalla sua compagna, Laura, la cui vita al contrario è una continua sorpresa: entusiasta e dal carattere esplosivo, Laura è una fucina di idee e di sogni. Nessuna sua giornata è uguale all’altra. Laura incoraggia Paterson a seguire il suo talento poetico, e a far leggere ad altri le sue poesie, ma lui sembra felice nel suo tranquillo anonimato. A sua volta, Paterson supporta la sua compagna nelle sue, sempre rinnovate, ambizioni creative.

Né troppo parco né troppo prolifico, forte di una produzione che in più di un trentennio ha seguito null’altro (e nulla di meno) che un’urgenza creativa sempre evidente nel suo cinema, Jim Jarmusch è tornato con Paterson ad esplorare il minimalismo della vita vissuta, la concretezza quotidiana e sempre cangiante della realtà urbana. L’afflato solenne e funereo di Solo gli amanti sopravvivono si stempera qui in una reiterazione di gesti, rassicurante ma sempre produttiva di suggestioni, che trova nelle diverse interpretazioni della vita di Paterson e Laura (due straordinari Adam Driver e Golshifteh Farahani, quest’ultima attrice iraniana già al lavoro con Mia Hansen-Love e Ridley Scott) la sua ideale composizione.

Paterson è film di opposizioni decise ma complementari, di bianchi e di neri – non a caso i colori preferiti del personaggio interpretato dalla Farahani – che riconoscono tranquillamente gli uni la necessità degli altri, di un lirismo e di una rilevanza poetica che provengono direttamente dall’esplorazione del quotidiano. Non è un caso che l’anonima città del New Jersey venga presentata come il luogo che ha visto nascere, crescere o alimentare, i talenti (trasversali) dei musicisti Sam & Dave, del pugile Robin “Hurricane” Carter, dell’attore Lou Costello e dell’anarchico Gaetano Bresci. Individui profondamente diversi, tutti stimolati nelle loro azioni dal contatto vivificatore con quella quotidianità piena e tranquilla che viene catturata magistralmente dalla macchina da presa di Jarmusch.

Le strade di Paterson contengono in sé, nel film, tutti gli elementi atti a stimolare lo sguardo lirico, insieme naturalista e fantastico, del poeta/autista interpretato da Driver. La sua reiterazione di gesti non è vuota routine, ma esistenza vivificatrice del quotidiano, il cui carattere minimale si completa con l’entusiasmo sempre rinnovato della sua compagna. Nella sua esplorazione circolare della loro settimana, contrappuntata dai versi scritti dall’uomo, Jarmusch sottolinea con immagini e dialoghi la piena necessità di entrambe le componenti.

Autore indipendente dalla carriera più che trentennale, capace di rifuggire tanto le sirene dello star system hollywoodiano, quanto il manierismo indie che negli ultimi decenni ha imperversato nei circuiti dell’art cinema americano, Jim Jarmusch aggiunge con Paterson un nuovo, fondamentale tassello alla sua filmografia. Come quello del suo alter ego interpretato da Adam Driver, il suo sguardo contemporaneamente si scarnifica e si fa più ricco, si bagna dell’esistenza minuta degli abitanti del piccolo centro urbano del New Jersey, delle loro chiacchiere che mescolano senza soluzione di continuità Gaetano Bresci con l’ultima conquista amorosa, raggiungendo contemporaneamente vette di inusitato lirismo.

La capacità di guardare il quotidiano rinvenendo in esso sempre nuove suggestioni, declinata nei due mo(n)di complementari dei personaggi di Driver e della Farahani, è l’elemento che accomuna Jarmusch con i suoi personaggi, e questi ultimi con i poeti, più volte citati nel film, della cosiddetta scuola newyorkese. Coerentemente con questa impostazione, la regia di Jarmusch è insieme più ricca e più essenziale che in passato, più magnetica proprio in quanto priva di orpelli: nella materialità, colta con sguardo di disarmante limpidezza, della vita degli abitanti di Paterson, si rivela un mondo che è già in nuce poetico. La scansione temporale dell’esistenza della coppia, le impercettibili ma decisive variazioni della loro routine, i dialoghi insieme semplici e ricchi, uniti ai versi delle composizioni del protagonista, rivelano tutta la portata del discorso poetico del regista. Forse mai così nitido, e lucido, come oggi.

Ci sentiamo comunque di raccomandare – ma questo non è certo un difetto, quanto piuttosto un piccolo impegno supplementare richiesto – la visione di Paterson in lingua originale, vista anche la sottotitolazione italiana realizzata con la supervisione dello stesso regista.

Titolo originale: Paterson
Regia: Jim Jarmusch
Paese/anno: Stati Uniti / 2016
Durata: 113’
Genere: Drammatico
Cast: Adam Driver, Barry Shabaka Henley, Chasten Harmon, Golshifteh Farahani, Jared Gilman, Kara Hayward, Masatoshi Nagase, Method Man, Rizwan Manji, Sterling Jerins, William Jackson Harper
Sceneggiatura: Jim Jarmusch
Fotografia: Frederick Elmes
Montaggio: Affonso Gonçalves
Musiche: Carter Logan, Jim Jarsmusch, SQÜRL
Produttore: Carter Logan, Joshua Astrachan
Casa di Produzione: Amazon Studios, Animal Kingdom, K5 Film
Distribuzione: Cinema

Data di uscita: 29/12/2016

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

Un pensiero su “PATERSON

  1. Film visto qualche tempo indietro, appena uscito. Apprezzato, purtuttavia troppo manicheo dal punto di vista visivo. Voto: 7,1. Non è il Jarmusch degli anni del Signore ’84, ’86, ’03 purtroppo. Ultima apparizione interessante: 1995. In tabaccheria. Luogo a me molto caro, essendo un eccedente consumatore di sigari.

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