IL GGG – IL GRANDE GIGANTE GENTILE

IL GGG – IL GRANDE GIGANTE GENTILE
di Steven Spielberg


Con Il GGG - Il grande gigante gentile, Steven Spielberg adatta, sotto l’egida Disney, l’omonimo romanzo per ragazzi di Roald Dahl: il risultato è meno efficace del previsto – complice una seconda parte un po’ macchinosa – ma comunque non manca di fascino e capacità di stupire.

Il distributore di sogni

Una notte la piccola Sophie, che vive in un orfanotrofio di Londra, viene rapita da un essere gigantesco che si aggira furtivo per le strade della città. L’essere porta Sophie presso la sua residenza, nella Terra dei Giganti: ma il gigante è in realtà una creatura buona e dall’animo nobile, che ha condotto con sé Sophie solo per evitare che la ragazzina riveli a tutti l’esistenza sua e dei suoi simili. Il Grande Gigante Gentile (GGG), come l’essere ha ribattezzato se stesso, ha come compito quello di catturare i sogni che si aggirano nell’aria, e di distribuirli ai bambini addormentati. L’essere è però l’unico della sua specie a non nutrirsi di carne umana; i suoi simili e concittadini, infatti, sono infidi e pericolosi cannibali, che costantemente tormentano il GGG confidando sulla loro maggiore stazza. Quando viene a sapere che l’ultimo amico umano del GGG è stato divorato dagli altri giganti, Sophie elabora un piano per fermarli.

Dopo l’epica americana – snodatasi attraverso diversi periodi storici, ma tenuta insieme dal filo conduttore di un racconto più che mai collettivo – del trittico costituito da War Horse, Lincoln e Il ponte delle spie, Steven Spielberg torna con questo Il GGG – Il Grande Gigante Gentile a immergersi nei territori del fantastico e del racconto fiabesco. Il film tratto dal romanzo di Roald Dahl (già origine di un lungometraggio animato del 1989) è in effetti, da anni, la più esplicita incursione del regista statunitense nelle lande del meraviglioso, in un cinema che racconta l’incontro col diverso e il perturbante declinandolo nel senso della meraviglia, della fascinazione e della scoperta. Una variante del genere di cui Spielberg, dai tempi del suo E.T. – L’extraterrestre, è certo il più significativo rappresentante.

Il film di Spielberg, sua prima collaborazione da regista con la Disney, mostra l’incontro tra due outsider (l’orfana Sophie e il suo nuovo amico) sottolineandone la natura di corpi estranei nelle rispettive comunità, legati da quella materia impalpabile, ma visibile nei suoi sempre cangianti colori, rappresentata dai sogni. Un’amicizia tra due esseri complementari, narrata attraverso le strutture della fiaba, e immersa in una realtà trasfigurata (sia quella della Londra notturna e delle sue strade deserte, che quella della Terra dei Giganti) catturabile nella sua essenza solo dallo sguardo infantile. Una sottolineatura della capacità dell’occhio del bambino di vedere, e di stabilire un contatto col meraviglioso, che ha attraversato tutta la filmografia del regista.

Punto nodale dell’incontro, il concetto di sogno, la sua rappresentazione fantastica (e i suoi pericoli), nonché la sua capacità di farsi elemento salvifico per una collettività troppo spesso dimentica della sua necessità. Una capacita che arriva infine a intessere di sé, in una rutilante e fantasiosa svolta narrativa, il cuore stesso del mondo adulto, proprio nel centro nevralgico del suo potere. Tornato dopo anni a battere i territori del fantastico, complice la collaborazione con Melissa Mathison (già sceneggiatrice di E.T. – L’extraterrestre) Spielberg non rinuncia così al suo sguardo personale sul genere, che combina la limpida meraviglia della visione dell’occhio infantile, non contaminata con i compromessi del mondo adulto, e la metaforica riflessione sulla diversità e sulla necessità di riconoscere quest’ultima e valorizzarla.

Non a caso, la piccola Sophie e il suo nuovo amico (a cui, col decisivo ma mai invadente uso della CGI, dà ottimamente il volto Mark Rylance) sono accomunati dalla loro collocazione ai margini nelle rispettive comunità, proprio a causa della loro apertura verso il concetto di diversità. Tanto la notturna Londra ottocentesca, nelle strade della quale il GGG si mimetizza agevolmente, quanto l’esotica terra dei giganti, godono di una ricostruzione scenografica più che mai sontuosa; ma, soprattutto, è l’esplicitazione dell’attività del gigante, quella di cattura di sogni rappresentati in forma di fantasmagorie multicromatiche, a catturare l’occhio e a favorire l’immersione immediata nella vicenda. Tutta la prima parte del film, giocata sul doppio binario della conoscenza reciproca dei due protagonisti, e dello status di emarginato del GGG tra i suoi simili, è ricca di fascino e visivamente quasi ipnotica.

Tuttavia, quando l’intreccio de Il GGG – Il Grande Gigante Gentile fuoriesce dai territori della terra dei giganti, per tornare nella razionalista Londra dell’Ottocento, il film finisce per perdere incisività e capacità di meravigliare, rivelando nel contempo una certa fragilità. Non convince la gestione narrativa della minaccia rappresentata dai giganti nei confronti della popolazione infantile inglese (rivelata in modo un po’ goffo e subito data per acquisita); così come non convince, e appare troppo affrettato, il precipitare degli eventi che porterà i due protagonisti a elaborare e mettere in atto il proprio piano. Il tema dell’utilizzo degli incubi, suggestivo per le sue implicazioni, così come quello dell’amicizia ricordata dal gigante col suo precedente ospite (e del lutto che ne è seguito) restano soltanto sullo sfondo, sacrificati in nome del rutilante ritmo della seconda parte; la vicenda, in tutta l’ultima fase del film, trova una risoluzione decisamente troppo facile, nonché priva del giusto contraltare di tensione.

Film spielberghiano fino al midollo, tra gli esempi di cinema per ragazzi capace di parlare agli adulti senza svendere la propria identità, Il GGG – Il Grande Gigante Gentile resta comunque un lavoro che vale la pena vedere, fosse anche solo perché il romanzo originale è opera di uno dei più importanti scrittori per l’infanzia del secolo scorso. Nell’adattare la storia di Dahl – con una sceneggiatura firmata dalla Melissa Mathison che già fu autrice del copione di E.T. – L’extraterrestre – Spielberg si dimostra leggermente più impacciato del solito, gestendo in modo macchinoso e frettoloso la seconda parte del film. Sbavature che comunque non cancellano il potenziale dell’opera, tratta da una storia che vuole rappresentare qualcosa di più della consueta fiaba edificante; l’anima del romanzo, il suo quid legato ai misteri dell’infanzia e della crescita, è stato comunque reso sullo schermo con sufficiente forza e fedeltà. Anche laddove da un regista come Spielberg ci si aspetta sempre il meglio, ci si può complessivamente accontentare.

Titolo originale: The BFG
Regia: Steven Spielberg
Paese/anno: Canada, Regno Unito, Stati Uniti / 2016
Durata: 117’
Genere: Avventura, Fantastico
Cast: Adam Godley, Bill Hader, Chris Gibbs, Daniel Bacon, Jemaine Clement, Jonathan Holmes, Mark Rylance, Michael Adamthwaite, Paul Moniz de Sa, Penelope Wilton, Rafe Spall, Rebecca Hall, Ruby Barnhill
Sceneggiatura: Melissa Mathison
Fotografia: Janusz Kaminski
Montaggio: Michael Kahn
Musiche: John Williams
Produttore: Frank Marshall, Sam Mercer, Steven Spielberg
Casa di Produzione: Amblin Entertainment, Reliance Entertainment, The Kennedy/Marshall Company, Walden Media, Walt Disney Pictures
Distribuzione: Medusa Film

Data di uscita: 30/12/2016

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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