UN RE ALLO SBANDO

UN RE ALLO SBANDO
di Jessica Woodworth, Peter Brosens


Ritratto in forma di mockumentary di una realtà politica e sociale molto vicina a quella attuale, Un re allo sbando mostra l'eclettismo dei due registi Peter Brosens e Jessica Woodworth, pur laddove – a tratti – fa nascere il sospetto di una certa dose di calcolo nella sua confezione.

Il re è disperso, viva il re

Nicola III, re del Belgio, parte per una visita ufficiale in Turchia, accompagnato dal regista inglese Duncan Lloyd; questi è incaricato di documentare il viaggio, allo scopo di avvicinare la figura del monarca alla gente comune. Né il monarca né il cineasta, tuttavia, sospettano dell’incredibile avventura in cui il loro viaggio è destinato a trasformarsi: proprio durante il soggiorno del re a Istanbul, infatti, arriva la notizia che la Vallonia, metà meridionale del Belgio, si è dichiarata indipendente. In più, proprio mentre il re sta organizzando un precipitoso rientro in patria, una tempesta solare mette fuori uso le comunicazioni e il traffico aereo. Isolato, con tutti i canali di comunicazione bloccati, oggetto di un tentativo di “sequestro” da parte delle autorità turche, Nicola non si perde d’animo, imbarcandosi in un pericoloso viaggio via terra attraverso l’Europa orientale: diretto, sotto falsa identità, proprio verso il suo spaccato paese.

Sono cineasti a cui senz’altro non manca l’originalità e l’eclettismo, Peter Brosens e Jessica Woodworth. Già documentaristi, passati da circa un decennio al cinema di finzione (ma sempre con uno sguardo, tra il naturalista e l’antropologico, che tradisce chiaramente la loro formazione) i due registi belgi sono tornati alla Mostra del Cinema di Venezia nell’appena concluso 2016, dopo l’affermazione (risalente a quattro anni fa) del loro La quinta stagione. E lo hanno fatto, i due cineasti, con un’opera che, in apparenza, è quanto di più distante si possa immaginare dal loro plumbeo dramma del 2012.

Questo Un re allo sbando (fuorviante traduzione del più neutro titolo originale, King of The Belgians) è infatti una sorta di mockumentary a tema politico, una commedia grottesca che unisce il linguaggio documentaristico alla fantapolitica, facendo una ricognizione allegorica su un’Europa in crisi. Le pulsioni particolariste, dal forte potenziale disgregatore, che attraversano in questo periodo il Vecchio Continente (la Brexit, che ne è esempio emblematico, si concretizzava poco dopo la fine delle riprese) si traducono in una surreale odissea di un monarca privo di spessore politico, che nella dimensione del viaggio riesce a riscoprire il suo spessore umano.

In mezzo, una caricaturale parata di figure sopra le righe, a rappresentare un continente che pare aver smarrito la più elementare visione comune, ma che forse può ritrovare un’identità (e una ragion d’essere) nell’attenzione alle piccole storie che, finora inascoltate, si agitano al suo interno.

In Un re allo sbando l’allegoria acida, benché virata in commedia, di un continente alla deriva che si spacca proprio nel suo cuore (quel Belgio in cui risiedono le principali istituzioni europee) incuriosisce, aggancia l’attenzione e diverte. Quella del re interpretato da Peter Van den Begin è un’Odissea che conserva del suo referente il motivo del viaggio (fisico e metaforico) e di una terra sognata che è più utopia che realtà; il tutto, nella visione dei due registi, è virato tuttavia al grottesco, alla consapevole caricatura, a una galleria di figure sopra le righe che rappresentano (con arguzia) tutte le contraddizioni della modernità. Il linguaggio scelto, quello del finto documentario, si rivela funzionale alle intenzioni dei due cineasti, che nel netto cambio di registro rispetto alle loro precedenti opere, dimostrano anche un notevole eclettismo.

Il registro del mockumentary, in questo Un re allo sbando, specie per certe scelte esasperatamente (benché consapevolmente) grottesche, fa comunque nascere a tratti il sospetto di una certa dose di calcolo, di una scelta studiata a tavolino per “vestire” il film di una veste accattivante. Non tutti i temi e le suggestioni che il film, e il suo protagonista, affrontano, trovano inoltre un adeguato approfondimento nella storia, mentre il sospetto di compiacimento fa capolino anche nella scarsa credibilità di certe figure (ne è esempio l’ex criminale di guerra serbo, personaggio in sé poco contestualizzato).

Titolo originale: King of The Belgians
Regia: Jessica Woodworth, Peter Brosens
Paese/anno: Belgio, Bulgaria, Paesi Bassi / 2016
Durata: 94’
Genere: Commedia
Cast: Bruno Georis, Ekatarina Angelova, Encho Enchev, Goran Radakovic, Iliana Kitanova, Kostadin Atanasov, Kristina Ingilizova, Lili Galevska, Lucie Debay, Mariika Shopova, Martin Georgiev, Mihajlo Kotzev, Nathalie Laroche, Nikolay Dimov, Nina Nikolina, Pavel Doytchev, Peter Van den Begin, Petko Chalakov, Pieter van der Houwen, Tamara Dragicevic, Titus De Voogdt, Valentin Ganev, Victoria Troyanska, Yuri Angelov
Sceneggiatura: Jessica Woodworth, Peter Brosens
Fotografia: Ton Peters
Montaggio: David Verdurme
Produttore: Arnold Heslenfeld, François Touwaide, Frans van Gestel, Jessica Woodworth, Laurette Schillings, Mira Staleva, Peter Brosens, Stefan Kitanov
Casa di Produzione: Art Fest, Bo Films, Entre Chien et Loup, Topkapi Films
Distribuzione: Officine UBU

Data di uscita: 09/02/2017

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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