PERSONAL SHOPPER

PERSONAL SHOPPER
di Olivier Assayas


Regista dalla formazione eclettica, Olivier Assayas esordisce con Personal Shopper nel filone della ghost story: lo fa con un film di grande suggestione, che rifugge alla linearità, con una perfetta Kristen Stewart.

Ritrovarsi nell'ombra

Maureen, americana residente a Parigi, è una personal shopper, ovvero una consulente che si occupa della scelta degli abiti per conto di una star locale. Maureen, tuttavia, è anche una medium, capace di comunicare con gli spiriti che non hanno ancora potuto (o voluto) abbandonare la dimensione dei vivi. È proprio da uno spirito speciale che la ragazza sta aspettando un segno: quello di suo fratello gemello, a sua volta medium, scomparso a causa di un malore tre mesi prima. In nome di una promessa reciproca che i due si sono fatti in vita, Maureen dunque aspetta, fiduciosa. E, infine, qualcosa accade: dalle enormi stanze della magione in cui viveva il fratello, emerge una presenza che sembra volersi mettere in contatto con lei. Ma è proprio quello di suo fratello, lo spirito che con sempre maggiore insistenza preme per comunicare con Maureen? O è forse una presenza più inquieta e pericolosa?

Premio alla regia (ex-aequo) nella scorsa edizione del Festival di Cannes, secondo lavoro in cui Olivier Assayas si affida al volto e al corpo di Kristen Stewart, Personal Shopper segna l’esordio del regista francese nel filone della ghost story. Regista eclettico e versatile, forte di una formazione che dalla Nouvelle Vague attraversa l’action di Hong Kong per arrivare al cinema di genere italiano, Assayas approccia lo stesso concetto di “genere”, come sempre, dal suo personale punto di vista: obliquo e poco interessato alla linearità narrativa, naturalmente refrattario (ed è un bene) ad ogni classificazione. E la ghost story, in questo caso, rappresenta il materiale narrativo ideale per portare avanti una riflessione sul lutto, sul concetto stesso di visibile e sulla natura mobile dell’identità, temi cari al regista e qui al centro della sceneggiatura.

Dopo il precedente Sils Maria, Personal Shopper è un’opera che nuovamente si affida, in misura ancor maggiore rispetto al suo predecessore, alla fisicità inquieta della Stewart, ormai scevra dalle scorie della popolarità post-Twilight. Proprio il solitario viaggio all’interno della coscienza (e della voglia di trasformazione) di un personaggio in qualche modo “interrotto”, che il lutto ha costretto al subitaneo confronto con fantasmi insieme reali e immaginari, si lega alla perfezione alle modalità di recitazione della giovane attrice: il suo volto alla perenne ricerca di uno scarto, di quella prova di una presenza/esistenza (della memoria di suo fratello, e di conseguenza anche della sua) che l’occhio non è in grado di restituire, sembra definire un personaggio che non avrebbe potuto avere altra interprete. Segno di una “chimica”, di un sentire comune tra regista e attrice, che probabilmente non si interromperà con questo film.

Retto dall’affascinante malìa della sua protagonista, ma non da esso dipendente, Personal Shopper è un thriller sui generis che gioca sul continuo dualismo tra presenza e assenza, tra visibile e invisibile, tra ombra e luce. L’ombra, che sembra essere luogo ideale e “vero” dove la protagonista può recuperare il contatto con la sua intima essenza (e col fratello defunto, di essa necessario complemento) è quella dell’enorme magione in cui il film si apre, con i lunghi, morbidi piani sequenza che seguono le peregrinazioni della Stewart. La luce è quella dei lustrini, dei costosissimi abiti scelti da Maureen, di una metropoli distratta, che sembra voler celare la sua storia, coi suoi segreti, dietro una patina di ostentata indifferenza. Ma in quei lustrini, in quegli abiti toccati eppure proibiti, in quel mondo fisicamente vicino quanto “alieno” nella sostanza, sta anche un altro, sostanziale dualismo della storia: quello tra attrazione e repulsione, tra attaccamento a ciò che non c’è più e voglia inespressa di trasformazione. Una voglia che il film fotografa e segue nella sua evoluzione, senza portarla (e come potrebbe?) ad un approdo definitivo.

La sceneggiatura non segue il percorso che ci si aspetterebbe, deviando e a volte deragliando dal genere, spiazzando volutamente, rifuggendo con ostinazione alla linearità. Assayas gestisce il tutto con una regia di grande eleganza e spessore, confezionando sequenze memorabili (l’esplorazione iniziale della casa, la prova degli abiti, la sequenza dell’albergo nel pre-finale) e restando incollato, con la macchina da presa, alla sua protagonista. Alla perenne ricerca di quello scarto, di quel non detto/non visto/non espresso che si muove tra le pieghe della storia. O di quella consapevolezza che spinga finalmente a voltare pagina, a un nuovo inizio, a un nuovo viaggio e a una nuova ricerca.

Titolo originale: Personal Shopper
Regia: Olivier Assayas
Paese/anno: Francia / 2016
Durata: 105’
Genere: Drammatico, Fantastico, Thriller
Cast: Anders Danielsen Lie, Audrey Bonnet, Benjamin Biolay, Dan Belhassen, Hammou Graïa, Kristen Stewart, Lars Eidinger, Nora von Waldstätten, Pascal Rambert, Sigrid Bouaziz, Ty Olwin
Sceneggiatura: Olivier Assayas
Fotografia: Yorick Le Saux
Montaggio: Marion Monnier
Produttore: Charles Gillibert
Casa di Produzione: Arte Deutschland/WDR, Arte France Cinéma, Canal+, CG Cinéma, Ciné+, Detailfilm, Sirena Film, Vortex Sutra
Distribuzione: Academy Two

Data di uscita: 13/04/2017

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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