LA FUGA

LA FUGA
di Stefano Calvagna


Film meno “pensato” rispetto ad altre opere di Stefano Calvagna, La fuga introduce nella sua struttura noir una inusuale componente melò, facendo collidere l'ambiente borghese della Roma-bene coi bassifondi da sempre frequentati dal regista. Un mix non privo di efficacia.

Anime in fuga

Dopo una rapina in banca, Saverio Salesi, piccolo delinquente con precedenti per reati minori, mette in atto una rocambolesca fuga che lo porta a casa di una escort. L’uomo riesce a fingersi un cliente della prostituta, e a convincere quest’ultima a offrirgli riparo per l’intera nottata. Tuttavia, mentre saliva le scale per raggiungere l’appartamento, Saverio ha accidentalmente urtato un’inquilina del condominio, che più tardi ne ha riconosciuto l’identikit al telegiornale. La donna allerta così la polizia, che, guidata dal Commissario Dollorenzo e dall’ispettore Madanìa, giunge presto sul posto. Ma, ascoltando la notizia della rapina al telegiornale, Saverio si è reso conto con sgomento che, poco dopo il colpo, un uomo è morto per mano altrui: il giovane realizza così che, se si consegna, si ritroverà accusato di un omicidio che non ha commesso.

La locandina, dai colori e dal design seventies, parla abbastanza chiaro rispetto alle intenzioni e all’humus di appartenenza del nuovo lavoro di Stefano Calvagna. Un humus figlio di stagioni passate e mai dimenticate del nostro cinema, di cui la filmografia del regista/attore romano, da sempre dedito alle declinazioni più crude e umorali del “genere”, si è sempre volentieri nutrito. Non fa eccezione, quindi (e non potrebbe farla) questo La fuga, noir che segue un canovaccio classico, mutuato in parte da esempi d’oltreoceano (vengono in mente heist movie quali Quel pomeriggio di un giorno da cani) riletti però secondo una sensibilità tutta, orgogliosamente, nostrana.

L’impianto action a cui il film di Calvagna sembra inizialmente improntato sfocia infatti, successivamente, in una tensione psicologica che lascia emergere un’evidente componente melò. Ed è proprio questa componente, figlia del rapporto tra il personaggio di Claudio Vanni e quello della escort interpretata da Sveva Cardinale, a sostanziare più di tutte questo La fuga: un lavoro che fa del modo istintivo, immediato, privo di filtri con cui mette in scena le linee di tensione emotive tra i personaggi (principalmente i due protagonisti) la sua caratteristica vincente. Il “genere”, quindi, è riletto di nuovo secondo un’ottica che ribadisce la simpatia del regista per personaggi borderline, portatori di un’istintualità (la stessa che anima la messa in scena) che basta a renderli credibili.

Meno “pensato” di altri film di Calvagna (viene in mente l’esperimento metacinematografico di Cronaca di un assurdo normale), volutamente lontano dalla complessità narrativa di un biopic come Non escludo il ritorno, questo La fuga funziona per l’essenzialità della sua struttura, e per la forza primigenia, priva di mediazioni e per questo tanto più efficace, della sua componente emotiva. Quello di Calvagna è un noir colorato, di nuovo, di un forte elemento melò, che fa collidere la realtà dei bassifondi da sempre esplorata dal regista col poco accogliente universo della Roma-bene, in cui due loser si trovano incastrati loro malgrado, da portatori di un’impossibile aspirazione alla fuga.

Il ritmo inizialmente serrato della regia si stempera in seguito nell’esplorazione del rapporto tra i due personaggi, delineati dallo script in modo da farne, con pochi e riusciti tocchi, emblemi di una marginalità sociale non priva di orgoglio. In questo, l’ottima prova, istintiva quanto credibile, del protagonista Claudio Vanni, favorisce un’empatia che lo stesso sguardo del regista, partecipe e lucido, ricerca per tutti i 75 minuti di film. Va sottolineata, proprio a questo proposito, la buona capacità di sintesi di un prodotto che resta (in questo caso abbondantemente) sotto l’ora e mezza di durata; nonché la capacità di supplire alla scarsezza di mezzi con scelte di messa in scena che favoriscono (e valorizzano) le peculiarità delle location e le prove attoriali.
Da rimarcare, infine, la buona qualità del commento sonoro di Mauro Paoluzzi, oltre alla canzone dei titoli di coda, scritta da Roberto Vecchioni e donata per l’occasione allo stesso regista, che la interpreta personalmente.

In un cast complessivamente ben assortito, emerge tuttavia come elemento problematico (e a volte stridente) la poco efficace modulazione espressiva della co-protagonista Sveva Cardinale, impegnata in un ruolo fondamentale per l’intera trama. Un elemento, quest’ultimo, che a volte potrebbe ostacolare quell’empatia così fortemente (e consapevolmente) ricercata dallo script.

Va sottolineato, inoltre, come quegli spettatori che si aspettassero un poliziesco unicamente improntato all’azione (sul modello dei blockbuster d’oltreoceano) finirebbero probabilmente per restare delusi da un prodotto così volutamente “dialogato” come questo La fuga, che vede l’esplorazione dei personaggi e del loro background come elemento centrale della narrazione.

La fuga (2016) poster locandina

Titolo originale: La fuga
Regia: Stefano Calvagna
Paese/anno: Italia / 2016
Durata: 75’
Genere: Drammatico, Noir
Cast: Claudio Vanni, Daniele Trombetti, Lucia Batassa, Massimo Bonetti, Mietta, Niccolò Calvagna, Stefano Ambrogi, Stefano Calvagna, Sveva Cardinale
Sceneggiatura: Stefano Calvagna
Fotografia: Daniele Nannuzzi
Montaggio: Roberto Siciliano
Produttore: Stefano Calvagna
Casa di Produzione: Poker Entertainment
Distribuzione: Poker Entertainment

Data di uscita: 27/07/2017

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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