IT

IT
di Andrés Muschietti


Adattare per lo schermo un romanzo come It era impresa titanica, e probabilmente destinata in partenza a un certo grado di "fallimento": ciononostante - e a dispetto delle debolezze - Andrés Muschietti ha colto abbastanza bene il cuore tematico e le sfumature emotive del capolavoro di Stephen King.

Spaventa, pagliaccio

Siamo nel 1989: a Derry, cittadina del Maine, inizia a verificarsi una serie di sparizioni di bambini. Uno di questi, il piccolo Georgie Denbrough, era il fratello minore di Bill, undicenne che frequenta la scuola locale. Bill, che non si rassegna alla perdita del fratellino, è tormentato dai bulli della scuola a causa del suo problema di balbuzie, ma ha un forte legame con i suoi sei amici, tutti con caratteristiche che li rendono degli outsider, dei “Perdenti”. Richie Tozier è occhialuto, strambo e imbranato, Stan Uris è bloccato dalla sua rigida educazione ebraica, Eddie Kaspbrak ha una madre apprensiva e possessiva, Ben Hanscom è grasso, Mike Hanlon è nero e povero, Beverly Marsh ha un padre viscido e violento. Proprio dal loro stretto legame, e dal loro essere Perdenti, i sette amici troveranno la forza per affrontare la creatura responsabile delle recenti sparizioni, che solo loro riescono a vedere: un mostro che appare con la forma di un clown, e che sembra ricomparire a Derry, chiedendo il suo tributo di sangue, ogni 27 anni.

Progetto dalla lunga genesi, passato di mano in mano (inizialmente lo sceneggiatore Cary Fukunaga, ideatore della serie tv True Detective, doveva esserne regista), atteso quanto temuto da una larga schiera di fans, It è la seconda trasposizione di quello che è indubbiamente il più noto (e amato) tra i romanzi di Stephen King. Un progetto che nel corso degli anni è stato oggetto di un alone di timore quasi reverenziale, sia per chi ha avuto nella lettura del libro (uno dei più iconici coming of age della letteratura americana, sotto forma di romanzo horror) una parte importante della propria formazione ed “educazione” alla narrativa, sia per quegli spettatori – un po’ più giovani – che ne ricordano con affetto la prima trasposizione filmata: parliamo della miniserie tv del 1990 diretta da Tommy Lee Wallace, che vedeva Tim Curry nel ruolo del mostruoso clown. Un prodotto, quest’ultimo, che era penalizzato dalla fiacca regia e dall’impostazione televisiva, incapace di condensare la fitta scrittura di King in circa 3 ore complessive.

Quello che il regista Andrés Muschietti ha deciso di assumere su di sé, quindi, è tutt’altro che un compito semplice: rendere in modo il più possibile fedele la complessa tessitura narrativa architettata da King, migliorare (nettamente) la resa del film televisivo di Wallace, riuscendo nel contempo a non tradirne la memoria presso quella fascia di spettatori che (malgrado tutto) vi sono ancora affezionati. Quando si tocca una storia come quella di It, insomma, si tocca quello che è un “oggetto sacro” per diverse ragioni, e per diverse tipologie di pubblico.

La prima scelta che salta agli occhi, in questo nuovo adattamento (di nuovo diviso in due parti – la seconda arriverà in sala nel 2019) è la scelta di spostare in avanti di circa un trentennio l’ambientazione della storia, ponendo l’originale vicenda dei Perdenti nel 1989, in luogo del 1958 del romanzo. La musica di Elvis Presley e Chuck Berry viene così sostituita da quella dei New Kids on The Block e dei Cure, il cinema locale proietta Nightmare 5 – Il mito, e non più I was a Teenage Werewolf, le biciclette sono diventate BMX, e i bulli hanno giubbotti di pelle e capelli biondo platino. La scelta della sceneggiatura è palesemente quella di sfruttare l’effetto-nostalgia per il decennio degli eighties, ormai imperante su grande e piccolo schermo: lo fa mettendone in scena tutti i feticci, e ammiccando ai lettori del romanzo ma anche a chi, più in generale, visse la propria infanzia nel periodo ivi rappresentato. Una formula che è stata ampiamente sperimentata nella recente, fortunatissima serie tv Stranger Things – a sua volta fortemente influenzata dal romanzo di King – con cui il film condivide anche uno degli attori (Finn Wolfhard, che qui dà il volto a Richie Tozier).

Ponendosi quindi come primo episodio di un’unità concepita come dittico (il sequel vedrà Muschietti di nuovo alla regia), questo nuovo It sceglie ancora di linearizzare la vicenda, come già fece la miniserie di Wallace del 1990: laddove il romanzo di King intrecciava la storyline del 1958 e quella del 1985, seguendo parallelamente le vicende dei Perdenti da bambini e da adulti, l’adattamento concepito da Fukunaga e Muschietti adotta una struttura più classicamente cinematografica, permettendosi così la divisione in due distinti film. Ciò ha comportato importanti cambiamenti narrativi rispetto agli eventi narrati nel libro, pensati principalmente in funzione della gestione della suspence: il più macroscopico, in questo senso, consiste nella totale riscrittura del finale, in cui non viene più fatto cenno alla reale forma del mostro (la cui rivelazione viene verosimilmente rimandata al sequel). In modo analogo, i cenni sulle origini di It, svelati nel romanzo già nella prima parte (e facenti parte di una più generale “mitologia” che King avrebbe ampliato nei romanzi successivi) vengono completamente espunti da questo adattamento; viene rafforzata così (pur nel carattere, narrativamente, conchiuso in sé del film di Muschietti) il sentore di prima frazione di un insieme che troverà, con il sequel, una sua più precisa compiutezza.

Nel valutare un’operazione come quella di questo nuovo It, bisogna partire da una precisazione, ovvia ma doverosa: rendere sullo schermo, in modo assolutamente fedele, la complessità e stratificazione (tematica, narrativa, emotiva) di un romanzo come quello di King, era sicuramente un compito impossibile. Per la sua stessa concezione, per la sua strutturazione non lineare, per la grande varietà di tematiche affrontate, e le peculiarità di una scrittura che (nelle opere successive dell’autore) non avrebbe più raggiunto lo stesso livello di densità e vividezza, qualsiasi adattamento del romanzo di King è destinato ad un certo grado di “fallimento”.

Fatta questa doverosa premessa, va detto che il film di Muschietti (al suo attivo il poco entusiasmante La madre) riesce in modo soddisfacente a rendere il cuore tematico e le diverse sfumature emotive che il romanzo, nella sua parte più strettamente dedicata all’infanzia, aveva espresso. Complici anche le ottime prove di tutti e sette i protagonisti, il legame che unisce i Perdenti torna sullo schermo vivido e limpido, così come viene resa nel modo migliore (con uno strumento che, ovviamente, non può far conto sulle potenzialità della scrittura) quella dimensione di unione, di comunione quasi mistica, che permette al gruppo di affrontare la creatura, e persino di spaventarla. I rituali dell’infanzia, le sue paure e i suoi misteri, la capacità mai più raggiunta di vedere oltre il velo delle cose (temi ricorrenti di tutta la narrativa kinghiana) vengono riportati sullo schermo in modo complessivamente soddisfacente, complice anche una scrittura attenta ed equilibrata.

Oltre a ciò, It può fregiarsi anche di un buon ritmo e di una buona fattura dal punto di vista più prettamente horror (convincente si rivela anche il Pennywise col volto coperto da make up di Bill Skarsgård); il film di Muschietti non concede più di tanto alla frenesia della concezione moderna del genere, e non perde mai di vista i suoi personaggi (ivi compresi quelli negativi). Un risultato che, al netto delle limitazioni imposte dal formato (e di certe astuzie legate al trend che vuole, a tutti i costi, un revival acritico degli eighties) può dirsi in gran parte soddisfacente.

Resta comunque, a chi è legato affettivamente al ricordo del romanzo, il rimpianto per il poco coraggio mostrato nel non voler mantenere l’ambientazione originale: una scelta certo commercialmente sensata (per i motivi sopra ricordati, legati all’effetto-nostalgia portato alla luce dal già citato Stranger Things), ma inevitabilmente atta ad essere vista come un “tradimento” da molti lettori. Chiedere il mantenimento della struttura non cronologica, e dell’alternanza passato/presente che caratterizzava il libro, era probabilmente troppo: cionondimeno, saremmo stati curiosi di vedere come una simile struttura avrebbe potuto essere resa tramite il mezzo cinematografico, a costo di introdurre una divisione in due parti più artificiosa e meno “naturale”.

I lettori di King soffriranno anche per le pesanti modifiche all’intreccio originale, e per un finale che, preso in sé, risulta leggermente sottotono: pur volendo rimandare al sequel tutti gli approfondimenti sulla natura del mostro, era possibile, probabilmente, concepire una conclusione più efficace e meno affrettata. Allo stesso modo (tornando al tema del coraggio) riteniamo fosse possibile restare fedeli ai personaggi tout court, senza eliminarne gli aspetti che oggi possono apparire più politically incorrect: nel 1986, nel suo Stand By Me – Ricordo di un’estate, Rob Reiner non ebbe problemi a mettere in bocca delle sigarette ai suoi protagonisti dodicenni, restando fedele a ciò che era stato narrato da King. Qui, pur nello slittamento della storia di un trentennio, la circostanza (in un anno come il 1989, in cui ancora le campagne antifumo erano in fase embrionale) non era certo improponibile. Ma si tratta, almeno in questo caso, di un peccato veniale, che certo non inficia la resa complessiva della storia.

Titolo originale: It
Regia: Andrés Muschietti
Paese/anno: Stati Uniti / 2017
Durata: 135’
Genere: Drammatico, Horror
Cast: Bill Skarsgård, Chosen Jacobs, Finn Wolfhard, Jack Dylan Grazer, Jackson Robert Scott, Jaeden Martell, Jake Sim, Javier Botet, Jeremy Ray Taylor, Logan Thompson, Nicholas Hamilton, Owen Teague, Sophia Lillis, Wyatt Oleff
Sceneggiatura: Cary Fukunaga, Chase Palmer, Gary Dauberman
Fotografia: Chung Chung-hoon
Montaggio: Jason Ballantine
Musiche: Benjamin Wallfisch
Produttore: Barbara Muschietti, Dan Lin, David Katzenberg, Roy Lee, Seth Grahame-Smith
Casa di Produzione: KatzSmith Productions, Lin Pictures, New Line Cinema, RatPac-Dune Entertainment, Vertigo Entertainment, Warner Bros. Pictures
Distribuzione: Warner Bros. Pictures

Data di uscita: 19/10/2017

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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