VITTORIA E ABDUL

VITTORIA E ABDUL
di Stephen Frears


Dopo Philomena, Stephen Frears torna in Vittoria e Abdul a lavorare con un’interprete dall’eccezionale carisma come Judi Dench: ma il suo cinema appare imbolsito e ormai inoffensivo, mentre il carattere della ricostruzione storica offerta dal film è quantomeno discutibile.

L’amicizia che scosse un impero

Per le celebrazioni del Giubileo d’Oro della regina Vittoria, Abdul Karim, giovane commesso indiano di modeste origini, viene invitato a rendere omaggio alla regina. Giunto sul posto, insieme al suo amico Mohammed, il giovane viene inaspettatamente preso in simpatia dalla sovrana, che gli chiede di restare a Londra per insegnarle lingua e usanze del suo paese. Man mano che l’amicizia tra i due cresce, la famiglia reale prima, e l’intera corte poi, iniziano a mal tollerare la presenza di Abdul; questi, infatti, sembra aver aperto una breccia nel cuore della sovrana come neanche suo figlio era mai riuscito a fare. L’insofferenza dei reali giunge infine oltre i livelli di guardia, quando Vittoria decide di conferire ad Abdul il cavalierato, prefigurando uno strappo difficile da sanare.

Film che segna il ritorno di Stephen Frears alla Mostra del Cinema di Venezia, quattro anni dopo il celebrato Philomena, questo Vittoria e Abdul vede anche la nuova collaborazione del regista britannico con Judi Dench, che già era stata protagonista (e indiscussa mattarice) del suo film del 2013. Non ci sono, tuttavia, molte altre similitudini tra la vicenda biografica di Philomena Lee, che presentava in nuce una certa durezza tematica e contenutistica, e questa nuova opera di Frears, che vuole avvicinarsi piuttosto alla parte più lieve e scanzonata della sua filmografia (quella che aveva trovato nel recentissimo Florence, interpretato da un’altra attrice ingombrante come Meryl Streep, un ulteriore epigono).

Il film, in realtà, punta anche a mettere in scena un ritratto – inevitabilmente semplificato – della società coloniale inglese, e di una corte ormai stancamente ancorata a rituali e orpelli già pronti a essere sepolti nel passato (siamo a fine ‘800). Un “impero”, quello che aveva da poco visto l’annessione del territorio indiano, di cui già si intuiscono le basi in realtà fragili, e che trova lo scarsissimo riconoscimento, in primis, della stessa sovrana. Proprio in questo contesto, Frears racconta la storia – ispirata a eventi reali – dell’amicizia tra la regina Vittoria e un giovane commesso indiano, che questa aveva nominato suo Munshi (guida spirituale). Proprio la sempre maggiore intimità fra i due farà deflagrare rancori, odi, ipocrisie e lotte intestine della corte, sconvolta dalla presenza di un elemento “alieno”, da subito così benvoluto dalla sovrana.

La ricostruzione d’ambiente operata da Vittoria e Abdul, come spesso accade nel cinema di Frears, è sicuramente elegante, sontuosa, d’effetto. Gli appassionati del cinema del regista inglese ritroveranno in singole sequenze quell’umorismo all’insegna dell’understatement, surreale ma non tale da scivolare nella caricatura, che in passato è stato un po’ il suo marchio di fabbrica: un umorismo inserito, in questo caso, nel contesto di una storia che ha l’esigenza di adeguarsi, almeno per grandi linee, al susseguirsi degli accadimenti storici. Inoltre, Judi Dench continua da par suo a brillare, in un ruolo in parte più “facile” rispetto ai precedenti, ma comunque dalla complessità sufficiente per metterne in evidenza – ancora una volta – le grandi doti di interprete.

Tuttavia, i pregi di questo nuovo lavoro di Frears non vanno molto oltre gli elementi appena ricordati. Il cinema del regista inglese, in passato già discutibile, ma comunque – nei suoi migliori episodi – compatto e capace di esprimere anche un certo grado di corrosività, sembra ormai addomesticato, imbolsito, incapace di andare oltre il ritrattino scolastico. Qui, si intuiscono chiaramente gli sviluppi della storia, ivi compresi i suoi snodi principali, già dai primissimi minuti di trama; mentre il volto di Judi Dench, appena appare sullo schermo (lo ripetiamo: lei è straordinaria, i problemi del film sono altri) fa capire chiaramente quali saranno i poco sfaccettati tratti del suo personaggio.

L’inoffensivo umorismo della storia, l’insieme di figurine che ritraggono, con poca verosimiglianza, il personale della corte, il piatto buonismo del rapporto tra i due protagonisti (semplificato oltre ogni norma e ragionevolezza) allontanano questo Vittoria e Abdul da ogni, seppur minimo, concetto di credibilità. Le velleità satiriche di Frears si riducono a sketch inoffensivi e risaputi, mentre la realtà del colonialismo inglese non è mai messa realmente in discussione: in questo senso, la scelta di sacrificare, in termini sia di battute che di peso narrativo, il personaggio di Mohammed, l’amico del protagonista che ha in odio la Corona, è abbastanza significativa. La virata del film nel dramma, nei suoi ultimi minuti, risulta altresì troppo brusca e poco credibile: in questo senso, Vittoria e Abdul (al netto dell’ottima prova della sua protagonista) non sarà certo ricordato come uno degli episodi più significativi della filmografia di Frears, andando in questo ad affiancarsi al precedente, e parimenti poco esaltante, Florence.

Titolo originale: Victoria & Abdul
Regia: Stephen Frears
Paese/anno: Regno Unito / 2017
Durata: 149’
Genere: Biografico, Commedia, Drammatico
Cast: Adeel Akhtar, Ali Fazal, Eddie Izzard, Fenella Woolgar, John Stahl, Judi Dench, Julian Wadham, Michael Gambon, Olivia Williams, Paul Higgins, Robin Soans, Simon Callow, Simon Paisley Day, Tim Pigott-Smith
Sceneggiatura: Lee Hall
Fotografia: Danny Cohen
Montaggio: Melanie Oliver
Musiche: Thomas Newman
Produttore: Beeban Kidron, Eric Fellner, Tim Bevan, Tracey Seaward
Casa di Produzione: BBC Films, Cross Street Films, Working Title Films
Distribuzione: Universal Pictures

Data di uscita: 26/10/2017

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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