IL MIO GODARD

IL MIO GODARD
di Michel Hazanavicius


In un'operazione ostica e rischiosa come quella de Il mio Godard, Michel Hazanavicius racconta una figura complessa da un'ottica parziale, denunciando tutta l'antipatia per il soggetto rappresentato.

Personale e politico

Parigi, 1967. Jean-Luc Godard, maestro della Nouvelle Vague, ha appena sposato Anne Wiazemsky, attrice francese di 20 anni più giovane, protagonista del suo film di imminente uscita, La cinese. Il film, uscito in tutto il mondo, non ottiene i risultati sperati: la critica sembra aver voltato le spalle al cineasta francese, mentre persino le autorità cinesi, a cui pure il film guardava con simpatia, tacciano Godard di contiguità con la borghesia. Nel frattempo, mentre nel paese monta la protesta sociale, e il maggio ‘68 si avvicina, il regista decide di avvicinarsi a una concezione maggiormente intransigente e “militante” dell’arte cinematografica, tagliando i ponti col suo passato. La sovrapposizione sempre più marcata tra la dimensione personale, quella artistica e quella politica della sua vita, finirà ben presto per mettere in crisi il suo matrimonio.

Dopo il flop di The Search, passo falso con cui il regista aveva in parte dissipato il credito (di pubblico e critica) ottenuto col precedente The Artist, Michel Hazanavicius si imbarca in un’operazione che dire rischiosa è poco. Le redoutable, infatti (in italiano divenuto un meno ambiguo Il mio Godard), è un biopic che cerca di illuminare la vita di un personaggio complesso, sfuggente, mutevole, la cui figura (e la cui arte) si sono evolute parallelamente all’evolversi del linguaggio cinematografico tout court, così come a quello della società francese, e ai rivolgimenti che la stessa cultura di massa, in un breve e tumultuoso periodo, subì più in generale nel mondo occidentale.

Della sterminata carriera di Godard, Hazanavicius sceglie di illuminare ne Il mio Godard solo una precisa fase (quella immediatamente precedente alla sua scelta “militante”, e alla creazione del Gruppo Dziga Vertov) facendo raccontare il regista dalla voce fuori campo della ex moglie Anne Wiazemsky (autrice della biografia da cui il film è tratto). Il ritratto che emerge è quello di un radicale che cerca in tutti i modi (senza riuscirci) di tagliare i ponti con quella borghesia che resta il brodo di coltura della sua stessa formazione, della sua affermazione come artista e del suo pubblico; un tentativo costantemente frustrato che finisce per assumere, via via che gli insuccessi generano frustrazione e crisi, toni sempre più grotteschi.

Il carattere utopico con cui Hazanavicius vuole rappresentare le istanze del Maggio Francese viene anticipato dall’utopia di un cineasta che arriva a negare se stesso (e persino ad accettare gli insulti che uno studente gli rivolge) in nome dell’appartenenza a un più generale movimento che puntava non solo a cambiare la società, ma la stessa concezione dell’arte e della cultura. Un’utopia che tuttavia il film tratteggia con toni opposti a quelli tragici che ci si aspetterebbe, specie nel ritratto di una figura tanto complessa: il “suo” Godard, Hazanavicius lo descrive come un borghese viziato, geniale nell’arte quanto gretto nei rapporti umani, capriccioso e inconsapevole della portata storica (e collettiva) del suo lavoro. Un’interpretazione del personaggio che pare pensata appositamente per provocare e dividere, a cui dà vita un Louis Garrel ammirevole (vista anche la complessità del ruolo), affiancato da una altrettanto efficace Stacy Martin.

A prescindere dalla posizione che si può assumere sulla lettura del personaggio data da Hazanavicius, e su alcune precise scelte stilistiche del film, Il mio Godard è un’opera che qualsiasi appassionato di cinema dovrebbe vedere: non foss’altro, perché al regista francese non è mancato il coraggio, nel mettere in scena e provare a “storicizzare” una figura di intellettuale tanto complessa (nonché vivente, e tuttora attiva nel mondo del cinema). Il racconto di un periodo cruciale nella storia francese (e in quella del mondo occidentale tout court) si mescola alla biografia di quello che è stato (anche) un suo rappresentante, cercando di illuminare (con toni prevalentemente grotteschi, ma a volte ficcanti) quella sovrapposizione tra “personale” e “politico” che rappresentava uno dei principali punti problematici del movimento. Un ritratto all’insegna dell’iperbole grottesca e della demitizzazione (programmatica, volutamente provocatoria) che si giova delle buone prove del già citato Garrel (per niente in soggezione di fronte a un ruolo tanto “ingombrante”) e della Martin, oltre a una confezione che (in termini di messa in scena e cura scenografica) si rivela generalmente abbastanza curata.

Il limite di Il mio Godard risiede nelle stesse caratteristiche con cui il regista ha voluto concepirlo: un personaggio come Jean-Luc Godard, anche laddove si voglia raccontare un singolo, delimitato periodo della sua vita, non può essere messo in scena solo in termini di macchietta grottesca e autoreferenziale. L’operazione di Hazanavicius denuncia tutta l’antipatia del regista per l’uomo, portandone avanti la smitizzazione in modo coerente (e perfettamente in linea coi suoi intenti) ma forzatamente parziale. Ci voleva uno sguardo più obiettivo ed equilibrato, quello che probabilmente il regista francese non era in grado (e forse neanche voleva) esprimere. Certe ridondanze tematiche (la rottura degli occhiali) denunciano il grado di parzialità dell’operazione, risultando anche narrativamente poco funzionali; così come, in definitiva, risulta abbastanza gratuita la scelta di copiare certo stile-Godard (le sovraimpressioni) per evidenziare una sovrapposizione tra arte e vita che non aveva bisogno di scorciatoie per arrivare allo spettatore.

Il mio Godard poster locandina

Titolo originale: Le redoutable
Regia: Michel Hazanavicius
Paese/anno: Francia / 2017
Durata: 107’
Genere: Biografico, Commedia, Drammatico, Sentimentale
Cast: Arthur Orcier, Bérénice Bejo, Elsa Bouchain, Emmanuele Aita, Eric Rulliat, Esteban Carvajal-Alegria, Félix Kysyl, Grégory Gadebois, Guido Caprino, Jean-Noël Martin, Jean-Pierre Mocky, Laurent Soffiati, Louis Garrel, Marc Fraize, Matteo Martari, Matthieu Dessertine, Micha Lescot, Paul Minthe, Philippe Girard, Pierre Aussedat, Quentin Dolmaire, Rodolphe Pauly, Romain Goupil, Roman Kané, Serpentine Teyssier, Stacy Martin, Stéphane Varupenne, Yvon Martin
Sceneggiatura: Michel Hazanavicius
Fotografia: Guillaume Schiffman
Montaggio: Anne-Sophie Bion, Michel Hazanavicius
Produttore: Daniele Esposito, Florence Gastaud, Michel Hazanavicius, Riad Sattouf, Simone Gattoni, Win Maw
Casa di Produzione: Canal+, Ciné+, Forever Group, France 3 Cinéma, La Classe Américaine, Les Compagnons du Cinéma, StudioCanal
Distribuzione: Cinema

Data di uscita: 31/10/2017

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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