READY PLAYER ONE

READY PLAYER ONE
di Steven Spielberg


Irresistibile, consapevole e toccante compendio di cultura pop, capace di parlare allo spettatore cresciuto con un certo immaginario senza ingannarlo, Ready Player One conferma la versatilità, la voglia di sperimentare e la vitalità immaginifica di uno Steven Spielberg in stato di grazia.

Al cuore della geek culture

Anno 2045: il giovane Wade Watts vive in un gigantesco quartiere/discarica, in cui le case sono cumuli di vecchie roulotte accatastate l’una sull’altra, e il degrado è all’ordine del giorno. Il ragazzo, orfano dei genitori e cresciuto dalla giovane zia, trova riparo dallo squallore quotidiano in OASIS, uno sconfinato universo virtuale in cui ognuno può interpretare un suo ruolo, e vivere praticamente qualsiasi tipo di esperienza. Quando il geniale creatore di OASIS muore, un suo video diffuso in modo postumo rivela al mondo la sua ultima sfida: chiunque riuscirà a risolvere tre indovinelli, tutti basati sulla cultura pop del passato, potrà impossessarsi di tre preziose “chiavi” del mondo virtuale, ereditando così la sua fortuna e prendendo il controllo del suo impero. Wade, che da sempre sente una connessione col geniale game designer, riesce a risolvere il primo enigma: ma il ragazzo scoprirà presto che ci sono individui disposti a tutto pur di ereditare l’impero di OASIS, anche a uccidere qualcuno nel mondo reale…

Con alle spalle una carriera ormai quasi cinquantennale, e una reputazione che da tempo si è affrancata da quello di mero e disimpegnato Re Mida hollywoodiano, Steven Spielberg continua a proporre il suo cinema con il vigore, l’energia e la voglia di osare di un ragazzino. Lo fa, il regista statunitense, continuando ad alternare le escursioni puntuali e consapevoli nella storia americana, recente e meno recente (Lincoln, Il ponte delle spie, The Post) a quel cinema intriso di meraviglia e capacità di stupire che lo ha fatto conoscere al grande pubblico (Le avventure di Tintin – Il segreto dell’unicorno, Il GGG – Il grande gigante gentile). Ed è alla seconda categoria, innervata qui da un’onnivora vena citazionista e nostalgica verso tutta la cultura pop del passato, che appartiene questo nuovo Ready Player One.

Tratto da un romanzo di Ernest Cline, già considerato un “caso” letterario per tutto l’universo geek contemporaneo, il nuovo film di Spielberg si inserisce in un’onda lunga nostalgica verso la cultura di massa dei decenni passati – con un’attenzione particolare ai sempre decantati anni ‘80 – che continua a portare al cinema, e davanti agli schermi televisivi, grandi quantità di spettatori. Il successo di una serie già iconica come Stranger Things, il recupero di vecchi franchise ormai storicizzati, la scelta caratterizzante di una trasposizione letteraria come quella del recente It, stanno a dimostrare che la cultura pop degli eighties continua ad esercitare il suo fascino, a metà tra la vera e propria nostalgia e l’idealizzazione un po’ stereotipata, su larghissime schiere di spettatori quarantenni.

Piuttosto lontano, va premesso, da un gusto nostalgico fine a se stesso (ed autoreferenziale), capace di giocare con i generi e le citazioni mescolando senza soluzione di continuità passato e presente, pop culture “analogica” e “digitale”, Ready Player One è un compendio praticamente senza fine di rimandi e strizzate d’occhio, di allusioni dirette e indirette a icone della cultura pop del passato, di dettagli che irretiscono lo spettatore cresciuto con un immaginario stratificatosi negli ultimi quattro decenni. Un “enciclopedismo pop” che tuttavia viene desacralizzato – e affettuosamente irriso – nel momento stesso in cui lo si cita, e in cui si invita implicitamente lo spettatore più nerd a fare il conto delle citazioni, lasciandosi al contempo trasportare da una vicenda assolutamente contemporanea: calata in un futurismo che ha tutte e due le gambe (e soprattutto la testa) nella contemporaneità.

Intriso di un inesausto sense of wonder, caratterizzato da una sorta di percorso a ritroso (metafora esplicitamente richiamata nel film) che parte dal cyberpunk e dalla science fiction futuristica degli universi virtuali, per arrivare alla celebrazione del passato e della cultura di massa dei decenni tra gli anni ‘70 e i primi ‘90, Ready Player One è una gioia per gli occhi, le orecchie e il cuore dello spettatore cresciuto, e nutritosi, con un certo tipo di immaginario. Un immaginario di cui lo stesso Spielberg è stato parte integrante, diremmo persino fondante: una consapevolezza che nel film emerge in modo chiaro, nascosta tra le pieghe di una storia che celebra il valore dell’amicizia e della meraviglia delle immagini in movimento (quella che da sempre il cinema del regista esalta), pur evitando le auto-citazioni esplicite.

Proprio a questo proposito, è forse limitante, e improprio, parlare di vere e proprie citazioni per un film come questo: i rimandi a singole opere del passato, infatti, sono qui talmente presenti e diffusi all’interno del tessuto narrativo del film, spesso funzionali in modo decisivo all’avanzamento della vicenda, da costituirne parte integrante, piuttosto che mero elemento accessorio. Evitiamo qui di fare l’elenco di questi rimandi, scegliendo di lasciare allo spettatore il piacere (e questo termine, qui, è da intendere davvero nel pieno del suo significato) di scoprirli autonomamente.

Cinema squisitamente ludico ma consapevole, lontano quindi dal mero giocattolone, Ready Player One si giova della compresenza tra l’evocazione mirata e funzionale del passato, che blandisce e ammalia lo spettatore nostalgico (senza tuttavia ingannarlo) e una ricollocazione di quelle stesse icone in una vicenda modernissima, per ritmi, tempi, tipologia di messa in scena. Tra mondo digitale e mondo reale, in una corsa a perdifiato fino a un finale inaspettatamente toccante, si segnala anche l’ottima prova di insieme del cast, all’interno del quale sceglieremmo, per l’intensità e la valenza simbolica della sua prova, il game designer-fantasma – a suo modo straordinariamente concreto e reale – a cui dà il volto Mark Rylance.

Poco importa, in questo senso, che la seconda parte del film mostri qualche piccolo problema di tenuta narrativa, accelerando un po’ nell’arrivo alla frazione conclusiva (con l’esplicitazione della terza prova) e nello spostamento dello scontro tra le forze in campo sul terreno dell’universo reale. Si tratta di limiti in qualche modo fisiologici a una sceneggiatura che porta sullo schermo suggestioni già in gran parte (esplicitamente) “visive”. Sbavature che comunque non pregiudicano la gioia visiva, sensoriale ed emotiva della fruizione di un’opera come Ready Player One, film innovativo eppure spielberghiano al 100%: ennesimo saggio della versatilità, e della capacità di giocare coi generi, con le loro declinazioni, e col cinema tout court, di uno dei più importanti cineasti dell’ultimo cinquantennio.

Titolo originale: Ready Player One
Regia: Steven Spielberg
Paese/anno: Stati Uniti / 2018
Durata: 140’
Genere: Avventura, Azione, Fantascienza
Cast: Ben Mendelsohn, Clare Higgins, Hannah John-Kamen, Lena Waithe, Mark Rylance, Olivia Cooke, Perdita Weeks, Philip Zhao, Ralph Ineson, Simon Pegg, Susan Lynch, T. J. Miller, Tye Sheridan, Win Morisaki
Sceneggiatura: Ernest Cline, Zak Penn
Fotografia: Janusz Kaminski
Montaggio: Michael Kahn, Sarah Broshar
Musiche: Alan Silvestri
Produttore: Dan Farah, Donald De Line, Kristie Macosko Krieger, Steven Spielberg
Casa di Produzione: Amblin Entertainment, De Line Pictures, Farah Films & Management, Reliance Entertainment, Village Roadshow Pictures, Warner Bros.
Distribuzione: Warner Bros.

Data di uscita: 28/03/2018

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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