MEDITERRANEA

MEDITERRANEA
di Jonas Carpignano


Film precedente ad A Ciambra, che forma con quest'ultimo un dittico inscindibile, Mediterranea di Jonas Carpignano mette in evidenza con precisione antropologica – ma anche con strumenti squisitamente cinematografici – la dura realtà dell'immigrazione in una comunità del Sud Italia.

Sradicamento e stigma

Esordio nel lungometraggio di Jonas Carpignano, incentrato su una realtà complessa e solo di recente tornata agli onori delle cronache come quella dello sfruttamento della manodopera immigrata, Mediterranea fu presentato con successo alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2015, per essere poi premiato in varie manifestazioni indipendenti (tra queste, i Gotham Independent Film Awards e il Festival Internazionale di Stoccolma). Carpignano, nel frattempo, ha diretto il successivo A Ciambra (2017), film incentrato su una comunità Rom di Gioia Tauro che è stato insignito del David di Donatello per il miglior regista. Proprio con A Ciambra, di due anni successivo, questo film forma una sorta di dittico inscindibile: il ragazzino qui presentato come Pio (che interpreta se stesso) è il protagonista del film successivo, mentre in quest’ultimo tornerà, in un ruolo fondamentale, lo stesso personaggio del qui protagonista Ayiva. Entrambi i lavori, frutto della frequentazione del regista della realtà calabrese (sia di quella della comunità locale che di quelle più marginalizzate, come le comunità africane e rom) derivano da due suoi precedenti cortometraggi.

Carpignano è lui stesso un regista in qualche modo “apolide”, visto che la sua vita si è articolata tra la realtà americana e quella italiana; è nato e cresciuto a New York, ora vive a Gioia Tauro, ma la sua formazione risente anche delle origini africane di sua madre, nata nelle Barbados. Proprio questo suo essere diviso tra tre mondi, ma anche l’aver sperimentato il razzismo (lui stesso, in un’intervista, dichiarò: “Io ero pur sempre quello che aveva la madre con un colore della pelle diverso”) ha facilitato di molto la concezione e la realizzazione di Mediterranea; una realizzazione favorita anche dalla sua frequentazione della realtà calabrese, in particolare quella di Rosarno, approfondita dal regista dopo aver appreso dei fatti del 2010, con la violenta rivolta degli immigrati. Proprio a quei fatti, che videro tre giorni di guerriglia urbana tra immigrati, forze dell’ordine e cittadini, a seguito del ferimento di tre immigrati da parte di sconosciuti, questo film si ispira direttamente.

Interpretato da un attore che è lui stesso un migrante proveniente dal Burkina Faso (uno degli stati in assoluto più poveri del mondo) Mediterranea lascia volutamente fuori campo l’evento che ha scatenato la rivolta, cui si fa qui solo un rapido cenno: lo scopo è infatti quello di mostrare il disagio della condizione del migrante nel suo complesso, la ghettizzazione e l’inesistente integrazione, una realtà lavorativa durissima e priva di qualsivoglia garanzia, l’assenza totale di strutture istituzionali che favoriscano una pur minima integrazione nel tessuto sociale. Non a caso, anche il palazzone in cui risiedono gli immigrati è posto ai margini della città, mentre in una sequenza vediamo il protagonista osservare quest’ultima da fuori: la marginalità è fisica, concreta, oltre che metaforica. È importante rilevare come il film, un anno prima che Gianfranco Rosi trattasse lo stesso tema con gli strumenti del documentario nel suo Fuocoammare, racconti fatti reali utilizzando in parte i loro stessi protagonisti (immigrati, residenti locali), ma mantenendo un approccio completamente narrativo e di fiction.

Il viaggio dei due amici dal Burkina Faso verso l’Italia, in questo senso, è ricostruito nei minimi dettagli (il regista stesso ha persino deciso di ripercorrerlo personalmente) ma l’approccio con cui viene portato sullo schermo, le scelte di montaggio e di fotografia, restano chiaramente mirate a una sua resa “cinematografica” e spettacolare. Lo stesso discorso, all’altro capo del film, vale per le sequenze che mostrano la rivolta, culmine emotivo di un climax che vede il ferimento dei due immigrati come la classica goccia che fa traboccare il vaso: Mediterranea, per tutte le sue due ore circa di durata, sembra puntare a dire che il disagio che prepara il terreno per quegli eventi è in realtà ben più profondo e pervasivo. Il valore del film, in questo senso, sta proprio nel riuscire a raccontare da dentro, con una precisione quasi antropologica, le dinamiche di vita dell’immigrazione, la durezza della condizione e quella del confronto con la comunità locale, attraverso i puri strumenti del racconto cinematografico. E ne è un esempio, anche, l’immagine finale, quell’uso molto lirico del fuori fuoco, a rappresentare un futuro più che mai incerto.

Un altro aspetto che va rimarcato di Mediterranea è quello della comunicazione online, con la messa in evidenza della capacità dei social media (Facebook e Skype in primis) di mantenere l’immigrato a contatto coi suoi cari, con la sua famiglia e la sua comunità di origine; una capacità che comprende tuttavia anche la distorsione della realtà che i mezzi tecnologici operano. Il protagonista vede il profilo FB di un suo connazionale che apparentemente, in Italia, ha risolto i suoi problemi: ma sappiamo tutti come un profilo Facebook possa essere specchio deformante della realtà, frutto di una sua consapevole selezione. Più in generale, il film di Carpignano evidenzia intelligentemente come il villaggio globale dell’informazione (e la Rete, in questo senso, ha accelerato un processo che era già in corso) contribuisca a gettare un’immagine falsata della realtà europea, ma soprattutto dell’effettiva disponibilità dei suoi abitanti a farsi partecipi di un reale processo di accoglienza e integrazione.

Mediterranea poster locandina

Titolo originale: Mediterranea
Regia: Jonas Carpignano
Paese/anno: Francia, Germania, Italia, Qatar, Stati Uniti / 2015
Durata: 107’
Genere: Drammatico
Cast: Adam Gnegne, Alassane Sy, Annalisa Pagano, Bruno Mbiene, Davide Schipilliti, Francesco Papasergio, Joy Odundia, Koudous Seihon, Mary Elizabeth Innocence, Mimma Papasergio, Naciratou Zanre, Norina Ventre, Ousman Yabre, Pio Amato, Serigne Baity Kane, Sinka Bourehima, Souleyman, Tofo Sarato Zanre Yabre, Vincenzina Siciliano, Zakaria Kbiri
Sceneggiatura: Jonas Carpignano
Fotografia: Wyatt Garfield
Montaggio: Affonso Gonçalves, Nico Leunen, Sanabel Cherqaoui
Musiche: Benh Zeitlin, Dan Romer
Produttore: Alain Peyrollaz, Alexander Akoka, Andrew Kortschak, Chris Columbus, Christoph Daniel, Dan Janvey, Eleanor Columbus, Francesco Melzi d'Eril, Gwyn Sannia, Isabel Siskin, Jason Michael Berman, John Lesher, Jon Coplon, Juliet Berman, Justin Nappi, Marc Schmidheiny, Ryan Andrej Lough, Ryan Zacarias, Victor Shapiro
Casa di Produzione: Audax Films, Court 13 Pictures, DCM Productions, End Cue, Good Lap Production, Grazka Taylor Productions, Hyperion Media Group, Le Grisbi Productions, Maiden Voyage Pictures, Nomadic Independence Pictures, Sunset Junction Entertainment, TideRock Media, Treehouse Pictures
Distribuzione: Academy Two

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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