THE SILENT MAN

THE SILENT MAN
di Peter Landesman


The Silent Man ha il merito di indagare dall'interno, ovvero da dentro i gangli del potere, uno dei più significativi scandali della storia americana; tuttavia, il film di Peter Landesman mostra da un lato una resa degli eventi piuttosto fredda, dall'altro una descrizione poco sfaccettata del suo protagonista.

I dolori del vecchio Mark

Washington, primi anni ‘70: durante la presidenza Nixon, Mark Felt riveste la carica di vicedirettore dell’FBI, ma viene scavalcato quando, dopo la morte di J. Edgar Hoover, il Presidente (preoccupato per le prime rivelazioni sul caso Watergate) pone un suo uomo di fiducia alla guida del Bureau. Felt, uomo dalla moralità integerrima, diventa così l’informatore che, con le sue rivelazioni, rende possibile la messa a nudo del ruolo dell’FBI nello scandalo: i suoi contatti con i reporter del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, danno il via all’inchiesta che finirà per seppellire la presidenza, provocando un terremoto istituzionale culminato nelle dimissioni dello stesso Nixon. Dopo decenni di sospetti, nel 2005, Felt rivela di essere lui la misteriosa “gola profonda” che, dall’interno delle istituzioni, ha consentito di scoperchiare uno dei più gravi scandali della storia americana.

Nel giro di pochi mesi, sono arrivati in sala ben due film su uno degli eventi chiave della recente storia americana, foriero di una crisi istituzionale che a tutt’oggi non ha smesso di far sentire la sua eco sull’opinione pubblica. Lo scandalo-Watergate, già al centro di classici del cinema americano come Tutti gli uomini del presidente, è stato indagato da Steven Spielberg nel suo The Post, che si chiudeva esattamente laddove questo The Silent Man inizia: ma il film diretto da Peter Landesman sposta il punto di vista del racconto dagli ambienti della carta stampata, ovvero da quel “quarto potere” tanto spesso decantato dal cinema statunitense, direttamente dentro i gangli e i nervi del potere. Lo fa gettando il suo sguardo all’interno di una delle più discusse (e rappresentate) istituzioni americane, attraverso un suo significativo esponente.

Mark Felt, vicedirettore e poi direttore associato del Bureau, una carriera ultradecennale come agente e poi funzionario federale, è in effetti, storicamente, una figura in chiaroscuro: da un lato servitore dello stato e convinto assertore della terzietà e indipendenza della sua organizzazione (“nemmeno l’FBI può fermare un’indagine investigativa dell’FBI”, afferma in un significativo dialogo), dall’altro supervisore del programma di controspionaggio COINTELPRO, condannato nel 1980 per aver usato metodi illegali contro le formazioni della sinistra radicale americana. Il film di Landesman (ex giornalista che qui, in un curioso contrappasso, decide di approfondire i meccanismi della politica piuttosto che quelli dell’informazione) si concentra tuttavia, principalmente, sulle rivelazioni rese da Felt ai cronisti del Post, e sulla sua ferrea determinazione a impedire che il Bureau diventasse un organo asservito al potere di una singola persona.

Rappresentato in The Silent Man come parte di un meccanismo complesso e tentacolare, ritratto principalmente nella sua dimensione istituzionale (e, in modo complementare, nella sua oscura attività di informatore), Felt ha qui le fattezze e il volto indurito di Liam Neeson, che continua ad alternare ruoli improntati all’azione (l’ultimo è quello nel recente L’uomo sul treno – The Commuter) con altri (almeno teoricamente) più tendenti al chiaroscuro e al ritratto sfaccettato. In una narrazione che getta anche qualche rapida pennellata sulla vita familiare del personaggio, e sulla complessa coesistenza di quest’ultima col suo ruolo pubblico, troviamo inoltre un’attrice come Diane Lane a vestire i panni della moglie del protagonista, oltre a Michael C. Hall nel ruolo dell’ambiguo consigliere che tenterà, in tutti i modi, di fermare l’inchiesta del Post.

Lo scandalo Watergate rappresenta certo uno snodo fondamentale per la storia americana (e non solo): in questo senso, una cinematografia che da sempre (per fortuna) non ha paura di confrontarsi con la sua storia, e con la sua responsabilità quale parte del sistema mediale statunitense, fa bene a continuare a raccontarlo e a sviscerarlo in tutti i modi possibili. In questo senso, The Silent Man ha un valore innanzitutto divulgativo, specie per il suo punto di vista inedito (quello interno, calato direttamente dentro ai meccanismi del potere, laddove gli eventi maturarono) che va a porsi in modo complementare rispetto agli altri film che hanno affrontato gli stessi temi. In una messa in scena rigorosa e funzionale, poco avvezza al virtuosismo, spicca la fotografia desaturata e in certo modo claustrofobica, che si esprime al meglio nei grigi e metallici interni; mentre il protagonista, affiancato dal valido stuolo di comprimari, fa il suo per rendere al meglio una figura che (malgrado l’ottica parziale attraverso cui viene raccontata) non mancherà di suscitare curiosità e interesse nello spettatore.“]

Cronachistico ma (paradossalmente) parziale, registicamente essenziale quanto sostanzialmente anonimo, The Silent Man pecca comunque da un lato per la sua fredda resa degli eventi, che non illumina mai davvero la realtà politica (interna ed esterna) dell’America di quegli anni; dall’altro, il film di Landesman ha il limite di semplificare in misura eccessiva un personaggio che, nel corso della sua vita, ha presentato luci e ombre in egual misura. Il Mark Felt col volto di Liam Neeson è un uomo ombroso e respingente, ma leale, che sacrifica molto (affetti familiari compresi) in nome di un bene e di un’etica visti come semplicemente superiori. In questo senso, e in modo di fatto speculare al suo personaggio, anche il film sceglie di sacrificare un ritratto più complesso e sfaccettato, misurato sulle zone d’ombra e su un privato qui solo accennato: lo fa in nome di una “tesi” (quella del rigido difensore delle istituzioni) che andava contestualizzata e arricchita con uno sguardo più laico e meno semplicistico.

Titolo originale: Mark Felt: The Man Who Brought Down the White House
Regia: Peter Landesman
Paese/anno: Stati Uniti / 2017
Durata: 101’
Genere: Biografico, Drammatico, Thriller
Cast: Brian d'Arcy James, Bruce Greenwood, Diane Lane, Eddie Marsan, Ike Barinholtz, Josh Lucas, Julian Morris, Kate Walsh, Liam Neeson, Maika Monroe, Marton Csokas, Michael C. Hall, Noah Wyle, Tom Sizemore, Tony Goldwyn, Wayne Pére, Wendi McLendon-Covey
Sceneggiatura: Peter Landesman
Fotografia: Adam Kimmel
Montaggio: Tariq Anwar
Musiche: Daniel Pemberton
Produttore: Anthony Katagas, Gary Goetzman, Giannina Facio, Jay Roach, Marc Butan, Peter Landesman, Ridley Scott, Steve Richards, Tom Hanks
Casa di Produzione: Endurance Media, MadRiver Pictures, Playtone, Riverstone Pictures, Scott Free Productions, Torridon Films
Distribuzione: BiM Distribuzione

Data di uscita: 12/04/2018

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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