THE VALLEYMOUNT HOTEL

THE VALLEYMOUNT HOTEL


Il classico giallo teatrale scritto da Agatha Christie è giunto sul palco del romano Teatro Laura, dal 26 aprile al 6 maggio 2018, in una divertente versione firmata da Stefano Scaramuzzini e Francesca Milani.

Omicidi ad alta quota

Siamo negli anni ‘50, in un isolato hotel di montagna. Tutto, nella struttura, freme per l’imminente arrivo di una star del cinema. La donna vuole isolarsi e trovare tranquillità per scrivere il suo primo romanzo, un giallo. La location sembra ideale, così come l’atmosfera… ma, inaspettatamente, la donna troverà anche del materiale “di prima mano” per la sua storia. La notte del suo arrivo, infatti, la proprietaria dell’albergo viene assassinata con un colpo di pistola. Tra le persone presenti nell’hotel, ognuna ha un potenziale movente per l’omicidio della donna: suo marito, previsto erede delle sue fortune; sua sorella, che veniva costantemente comandata a bacchetta, e ridicolizzata nelle sue idee per la valorizzazione dell’albergo; la governante, cleptomane e forse prossima al licenziamento. Una tormenta di neve ha isolato la struttura e le comunicazioni, rendendo impossibile l’arrivo della polizia: i quattro dovranno, da soli, tentare di risolvere il mistero.

Sul palco del Teatro Laura di Roma, nel quartiere Marconi, è andato in scena dal 26 aprile al 6 maggio questo The Valleymount Hotel, piéce di genere giallo, che riprende (fin dall’ambientazione) il gusto vintage delle opere di Agatha Christie. L’approccio della scrittrice inglese è richiamato nella concentrazione del setting (un’unica location, con un arco narrativo temporalmente limitato), nel gusto ludico e un po’ cinico del whodunit, così come nell’attenta delineazione di personaggi che presentano, ognuno, lati oscuri che emergeranno gradualmente nel corso del racconto. Un racconto che inizia in media res, subito dopo l’omicidio al centro della trama, snodandosi poi in un breve flashback a rivelare i retroscena della vita nell’hotel (e delle persone che ci vivono).

La storia, scritta e portata sul palco da Stefano Scaramuzzini e Francesca Milani (interpreti, rispettivamente, dell’iroso marito dell’assassinata, e della cinica scrittrice) fa la scommessa di ridurre all’osso il numero dei personaggi, dando allo spettatore una scelta piuttosto limitata per la risoluzione del mistero; e spostando, contemporaneamente, l’attenzione sulla lenta emersione dei possibili moventi per il delitto, tutti legati alle storie personali di ognuno. In questo, la figura della proprietaria emerge come presenza fantasmatica, anche nel corso del flashback che la vede presente nella diegesi: una voce al telefono, perentoria e autoritaria, o una presenza nascosta dietro una porta, a manipolare a suo modo le vite dei suoi familiari e collaboratori. Una manipolazione che, indirettamente, finirà per proseguire anche dopo la sua uccisione.

Il gusto noir della rappresentazione affonda nell’impostazione dei gialli teatrali della Christie, ma si nutre anche di una sensibilità moderna, sia per le modalità di rappresentazione (l’uso spinto ed espressivo dell’illuminazione) sia per certe soluzioni narrative, che rendono ancor più torbido e “nero” il background della vicenda. Su tutto, uno sguardo divertito e cinico sui rapporti umani e sui loro deragliamenti, a celare una non banale esplorazione psicologica che troverà la sua compiutezza, e una sua esplicitazione, solo con la risoluzione finale della vicenda.

L’essenzialità del racconto, il sempiterno fascino del whodunit, e la contemporanea cura nell’allestimento e nella messa in scena, rendono The Valleymount Hotel un’opera piacevole e capace di intrattenere con stile. L’approccio è realistico, privo di parentesi oniriche o simboliche (con l’eccezione, se si vuole, della primissima scena): in questo, si nota l’ovvia influenza delle opere della Christie, unita però a un approccio più moderno nelle dinamiche del racconto e nella sua progressione. Va rilevato, anche, un uso dell’illuminazione e dei colori sempre adeguato ai diversi toni e alle temperature emotive che la storia vuole assumere; con un’accentuazione di questo aspetto nella frazione finale, quella che vedrà la ricomposizione e risoluzione della vicenda. Tra le prove degli interpreti, tutti di buon livello, segnaleremmo in primis quelle dei due ideatori: quella tutta nervi e istinto di Scaramuzzini, e quella intrisa di cinismo della Milani, camaleonte di buona resa scenica.

I limiti che si possono rilevare in questo spettacolo sono legati innanzitutto alla sua classicità: il gusto retrò dell’intera operazione, dichiarato ed espresso fin dall’ambientazione, potrebbe non incontrare il favore di chi prediligesse una concezione più moderna del thriller teatrale. Tanto gli amanti di un approccio più onirico e “astratto” al genere del giallo, quanto gli spettatori che cercassero nel teatro, più in generale, modelli sempre nuovi di sperimentazione, potrebbero forse non gradirne l’approccio dichiaratamente classico, ma anche genuinamente ludico.

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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