TORNA A CASA, JIMI!

TORNA A CASA, JIMI!
di Marios Piperides


Trattando la difficile questione cipriota, il regista Marios Piperides sceglie con Torna a casa, Jimi! il registro della commedia, incappando in qualche schematismo narrativo, ma mantenendo uno sguardo attento e divertito sui paradossi della Storia.

Il confine dietro l'angolo

È una realtà tanto geograficamente vicina quanto mediaticamente fuori dai radar, quella cipriota, che anche il cinema ha finora trattato sottovoce e in modo sporadico. Eppure, siamo di fronte a una crisi politica ormai sclerotizzata, paragonabile (in piccolo) a quella tra le due Coree: una contesa ultradecennale che tuttora non vede soluzione, sviluppatasi nel cuore stesso dell’Europa e tale da coinvolgere direttamente – e a volte drammaticamente – il senso di appartenenza e di identità dei cittadini dell’isola. Proprio di appartenenza e identità parla, con gli strumenti della commedia, questo Torna a casa, Jimi!, esordio nel lungometraggio di finzione del regista Marios Piperides, una carriera alle spalle di autore di corti e documentarista. Un cineasta per sua stessa ammissione direttamente coinvolto nei temi trattati, Piperides; il regista, lui stesso originario dell’area greca della capitale Nicosia, si dimostra qui piuttosto lontano dalla new wave greca che ha recentemente varcato i confini del paese, con autori ben inseriti nel circuito festivaliero come Lanthimos e Avranas. Quello di Piperides è un film che sceglie, in modo deciso, la via della levità e della comicità stralunata e sommessa, con un occhio al cinema di Aki Kaurismaki (nella messa in scena di certa marginalità urbana) e uno al vicino Fatih Akin (che ha “prestato” al film il suo protagonista ricorrente, l’attore Adam Bousdoukos).

La trama di Torna a casa, Jimi! muove dal più classico degli inneschi comici, lo smarrimento casuale di un cane che provocherà al protagonista, lo spiantato Yiannis, una serie di guai ben oltre l’immaginabile. Varcato casualmente – e, dal suo punto di vista, in modo perfettamente legittimo – il confine tra le due aree della Capitale, attraversata la zona cuscinetto e tranquillamente stabilitosi nella zona turca, il quadrupede Jimi non può più essere riportato a casa: una legge stabilisce infatti il divieto assoluto di trasporto di piante o animali dall’una all’altra zona, considerato alla stregua di contrabbando. Un bel guaio per il protagonista, che custodisce Jimi quale lascito (temporaneo?) di una storia appena finita, e che sta per levare le tende e imbarcarsi in un viaggio di sola andata per l’Olanda; che vuole, soprattutto, ripensare la sua vita lasciandosi alle spalle debiti, impicci e delusioni. Un guaio che lo porterà a contatto col riottoso Fatih, nato e cresciuto in quella che fu la casa di Yiannis al di là del confine, un “non cittadino” privo di appartenenza; a loro si aggiungerà un improbabile trafficante di uomini e merci nella zona occupata, anche lui col sogno segreto di abbandonare il paese e la vita criminale. L’occasione, per tutti e tre, sarà quella di riflettere sul senso dell’appartenenza, sul contatto con la diversità e su muri che si riveleranno mentali prima che fisici.

Fa capolino più volte, durante la visione di questo Torna a casa, Jimi!, il sospetto di un certo compiacimento, di un’operazione più “studiata” di quanto non sarebbe stato lecito attendersi; la costruzione dei personaggi, e in particolar modo quella del protagonista, legittima il sospetto, presentando un Peter Pan con la chitarra che vive del programmatico rifiuto della vita adulta. Un collage di tratti inaspriti e sclerotizzati, quelli che compongono Yiannis, pensato appositamente (certo con una buona dose di scaltrezza) per suscitare l’empatia dello spettatore occidentale. Un discorso analogo si può fare per i due co-protagonisti, che servono più da emblemi (semplificati) della difficile vita al di là del confine, piuttosto che da figure narrative realmente tridimensionali e complete; una scelta, di nuovo, nel segno della fruibilità, per un film che, pur nel suo carattere piccolo e indipendente, vuole parlare in modo diretto al grande pubblico. E a dispetto dei suoi limiti, a dispetto delle semplificazioni e schematizzazioni, e di un intreccio che certo non regala grosse sorprese, Torna a casa, Jimi! riesce – un po’ sorprendentemente – nell’intento. Non stupisce tanto la smaccata contrapposizione tra la democraticità del mondo animale e l’assurda abitudine umana di erigere steccati, o il parallelo altrettanto smaccato tra lo spirito libero e anarchico del cane Jimi (che i confini li supera senza farsi troppi problemi) e quello del suo omonimo musicista; quanto, piuttosto, la puntuale descrizione di uno spaesamento, di uno scarto quasi plastico tra un luogo riconducibile per il protagonista alla propria casa, e un paesaggio tanto dietro l’angolo geograficamente, quanto alieno nella percezione.

È abile, il regista greco – non a caso proveniente dal documentario – a cogliere questo spiazzamento negli ambienti, nelle strade che si svuotano non appena attraversato il checkpoint, nelle luci notturne che trasfigurano ulteriormente gli ambienti, siano essi un deposito abbandonato o una casa un tempo familiare. In questo scarto si coglie il dramma, pur raccontato all’insegna dell’umorismo lieve e dell’understatement, di identità liquide, scisse e desiderose di ripensarsi come quella del protagonista, o mai realmente nate, come quelle dei suoi due compagni. L’humour che il regista dissemina nel film, fatto di quadretti surreali, di dialoghi sempre sospesi tra la rabbia cieca e la malcelata empatia, di annoiati militari di confine che parlano il linguaggio dei loro omologhi che vivono dall’altra parte, tra una citazione di Karate Kid e il progetto di realizzare un videogioco di zombie, coglie nel segno nel descrivere due mondi che non vogliono (ma loro malgrado devono) rispecchiarsi e ritrovarsi l’uno nell’altro. Così, anche le semplificazioni dello script, e l’indubbia programmaticità nella concezione del progetto, acquistano un loro preciso senso e scopo; e persino il liberatorio finale, che fa un uso del fuori campo intelligente e funzionale, si rivela inaspettatamente gradevole e giustificato.

Titolo originale: Smuggling Hendrix
Regia: Marios Piperides
Paese/anno: Grecia, Regno Unito, Turchia / 2018
Durata: 92’
Genere: Commedia
Cast: Adam Bousdoukos, Andreas Phylactou, Fatih Al, Georgia Constantinou, Giannis Kokkinos, Marios Stylianou, Özgür Karadeniz, Toni Dimitriou, Valentinos Kokkinos, Vicky Papadopoulou
Sceneggiatura: Marios Piperides
Fotografia: Christian Huck
Montaggio: Stylianos Constantinou
Musiche: Kostantis Papakonstantinou
Produttore: Effie Skrobolas, George Kiriakos, Janine Teerling, Kostas Lambropoulos, Marios Piperides, Martin Hampel, Matthaios Voulgaris, Thanassis Karathanos
Casa di Produzione: AMP Filmworks, Pallas Film, View Master Films
Distribuzione: Tucker Film

Data di uscita: 18/04/2019

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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