AVENGERS: ENDGAME

AVENGERS: ENDGAME
di Anthony e Joe Russo


A dispetto di quanto dichiarato da Kevin Feige, Avengers: Endgame ha tutti i crismi dell'opera conclusiva, e riassuntiva, di tutta una frazione del Marvel Cinematic Universe: roboante, affascinante e diseguale, il film di Anthony e Joe Russo riassume bene i contorni produttivi, ma anche i limiti, del franchise.

Resa dei conti globale

Accompagnato da quello che è stato forse il più forte hype per un film Marvel, hype sapientemente stimolato dalla produzione, e dai rumors che si sono susseguiti fin da mesi prima dell’uscita, Avengers: Endgame è infine sbarcato in sala, in sostanziale contemporanea mondiale. Un’attesa, quella per il film di Anthony e Joe Russo, giustificata dall’intuibile carattere riassuntivo – e conclusivo – di quella che è un’intera frazione temporale del Marvel Cinematic Universe: se è vero, infatti, che sarà ufficialmente il prossimo Spider-Man: Far From Home a chiudere la cosiddetta Fase Tre del franchise – come dichiarato proprio in questi giorni dal presidente dei Marvel Studios Kevin Feige – è pur vero che questo quarto capitolo della saga degli Avengers ha tutti i crismi di una pagina che si chiude. Difficile, infatti, immaginare che il prossimo film dedicato al personaggio interpretato da Tom Holland possa dire qualcosa di più – e di più sostanziale – su tutto ciò che il franchise ha finora mostrato, e sul mondo che ha fatto vivere: sembra più facile pensare, semmai, a un film che possa in qualche modo preparare la frazione successiva della saga, come è già stato per il primo Ant-Man, che tecnicamente chiuse la Fase Due. Una frazione successiva che, per quello che si vede qui, si preannuncia più che mai incerta.

Tra i vari film dell’universo Marvel – finora ventidue in tutto – Avengers: Endgame è sicuramente quello che richiede la maggior competenza spettatoriale per essere fruito al meglio. Competenza che non si limita alla sola visione (assolutamente necessaria) del precedente Avengers: Infinity War, col quale forma un dittico praticamente inscindibile: nella sua natura di film collettivo e riassuntivo, questo episodio ripropone praticamente tutti i personaggi che hanno finora animato l’universo Marvel, intersecando la sua narrazione in modo sostanziale con buona parte delle loro storie. Una scelta che mette a dura prova la stessa memoria dello spettatore, in un franchise che inizia ad avere ormai undici anni di vita (il primo Iron Man risale al 2008); e che chiama in causa una capacità di stare nella storia che va ben oltre le tanto chiacchierate tre ore di durata. I meccanismi della serialità cinematografica, d’altronde, ormai da circa un decennio si reggono su queste basi (mutuate a loro volta dal piccolo schermo): ha poco senso, in questa sede, stare a ribadire cose già dette. Più sensato, semmai, è cercare di capire se il film di Anthony e Joe Russo sia capace di fare autonomamente il suo, ripagando da un lato la “fedeltà” degli aficionados di vecchia data del franchise, e riuscendo dall’altro a costituire un’entità cinematografica che – pur nella sua indissolubilità dagli altri tasselli della saga – mostri una sua specifica personalità.

Il plot di Avengers: Endgame riparte praticamente laddove si era interrotto quello del film precedente; con la popolazione della Terra decimata dall’azione di Thanos, che ha utilizzato le sei Gemme dell’Infinito per eliminare metà degli esseri viventi dell’universo, e gli Avengers che hanno registrato da par loro un gran numero di perdite. Il gruppo, ormai in disarmo, riesce comunque a localizzare il nascondiglio dell’alieno, grazie ai ricordi della figlia adottiva Nebula; ma, poiché Thanos aveva precedentemente distrutto le Gemme, qualsiasi speranza di annullare il suo sterminio si rivela vana. A questo punto, la vicenda si sposta a cinque anni dopo, quando uno Scott Lang dato per morto riesce a riemergere dal regno quantico, inconsapevole del lasso di tempo trascorso. Resosi conto della catastrofe abbattutasi sul pianeta, l’uomo ha un’idea: utilizzare la macchina di Hank Pym per viaggiare indietro nel tempo, recuperando le Gemme e utilizzandole per riportare in vita le persone uccise da Thanos. Dopo molte resistenze, Lang riesce a convincere gli Avengers superstiti: questi dovranno così dividersi in gruppi, ognuno dei quali si recherà in un particolare tempo e luogo per recuperare una gemma. Poiché il potere della macchina quantica è limitato, permettendo soltanto un viaggio per ogni gruppo, qualsiasi errore significherebbe praticamente il fallimento della missione.

Presentato come il capitolo più cupo di tutto il MCU, Avengers: Endgame è caratterizzato, fin dalle sue sequenze introduttive, dall’insistente e costante ricerca del senso epico, dalla precisa scelta di affiancare all’humour e alla smitizzazione – da sempre presenti in dosi massicce nei film dello studio – un forte sentore (melo)drammatico, che vuole qui permeare di sé tutta la storia. Il film di Anthony e Joe Russo sembra smanioso di perseguire da subito, insomma, quel carattere di “resa dei conti” cinematografica con cui era stato presentato, quella natura di opera riassuntiva e conclusiva (di una fase del franchise, e non solo) che aveva caratterizzato il suo lancio. E l’operazione di riassunto e riassemblaggio, di fatto, si nota qui non solo nella presenza praticamente di tutti i personaggi dell’universo Marvel, ma soprattutto nell’aver voluto direttamente intersecare la narrazione con gran parte dei film passati, andando a comporre un mosaico che (ancora una volta) chiama direttamente in causa la memoria e la competenza dello spettatore. In tutto ciò, lo script non vuole rinunciare al carattere ironico, dissacrante e volutamente pop che è da sempre parte del concept del progetto Marvel: piuttosto, la componente epica e quella smitizzante cercano qui una difficile convivenza all’interno dello stesso insieme (spesso anche della stessa scena) risultandone in una composizione non sempre omogenea. Un problema, quest’ultimo, che ha caratterizzato gran parte dei film più recenti del MCU, e che forse solo il primo Avengers (grazie a una sceneggiatura insolitamente equilibrata) era riuscito a schivare del tutto.

C’è tanto, in Avengers: Endgame, film caratterizzato dalla voglia programmatica (e in sé affascinante) di riassumere tutta la “poetica” Marvel in tre ore di durata, saturando la storia e ogni singola sequenza della filosofia produttiva dello studio. Il carattere collettivo del film si traduce, inevitabilmente, in uno script che non sempre riesce a far stare insieme i subplot dei vari personaggi, che (ri)presenta in modo smaccato e didascalico i diversi background, che frustra in modo discutibile alcune delle aspettative migliori accumulate nei film precedenti (tra queste, la gestione della figura di un Bruce Banner/Hulk che pare avviarsi a un ruolo secondario nell’economia narrativa della saga). Ci sono i consueti riferimenti alla cultura popolare e di massa a cui la Marvel ci ha abituato (alcuni molto gustosi, da Ritorno al Futuro a Il grande Lebowski), c’è il ritmo di un’avventura che ha ormai per palcoscenico l’intero universo, ci sono personaggi che evolvono e si modificano in modo positivo e interessante (in primis il Thor interpretato, bene, da Chris Hemsworth). Ci sono anche, tuttavia, tempi morti e trascuratezze narrative, unite a quel senso di fretta in alcune fondamentali svolte (non adeguatamente costruite e preparate) che così tanto stona in un film dal minutaggio tanto esteso.

Ambizioso e visivamente sontuoso, roboante e a tratti poco centrato, sorretto da un’idea di cinema che non sempre riesce a sorreggere al meglio il suo carattere di monstrum narrativo, Avengers: Endgame riempie gli occhi, blandisce lo spettatore col carattere sornione dei suoi dialoghi e con alcune singole, fulminanti, sequenze; promettendo (in termini di climax ed epica narrativa) quello che poi semplicemente non può – compiutamente – dare. La lunga sequenza finale, in questo senso, è perfettamente emblematica della natura del progetto, dei suoi contorni e della sua concezione; e anche della volontà da parte dello studio di fare un film collettivo senza avere, effettivamente, del materiale narrativo omogeneo con cui comporlo. Il potenziale dell’universo creato dallo studio americano, così come l’inevitabile attesa per i suoi futuri sviluppi, restano comunque lì, intatti: un potenziale che brilla qui in modo intermittente, a tratti soffocato dalla verbosità della sceneggiatura, ma certo tutt’altro che esaurito.

Titolo originale: Avengers: Endgame
Regia: Anthony e Joe Russo
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 181’
Genere: Avventura, Azione, Fantascienza
Cast: Benedict Wong, Brie Larson, Chris Evans, Chris Hemsworth, Danai Gurira, Don Cheadle, Gwyneth Paltrow, Jeremy Renner, Jon Favreau, Josh Brolin, Mark Ruffalo, Paul Rudd, Robert Downey Jr., Scarlett Johansson
Sceneggiatura: Christopher Markus, Stephen McFeely
Fotografia: Trent Opaloch
Montaggio: Jeffrey Ford, Matthew Schmidt
Musiche: Alan Silvestri
Produttore: James Gunn, Jon Favreau, Kevin Feige, Louis D'Esposito, Stan Lee, Trinh Tran, Victoria Alonso
Casa di Produzione: Marvel Studios
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures

Data di uscita: 24/04/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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