ATTACCO A MUMBAI – UNA VERA STORIA DI CORAGGIO

ATTACCO A MUMBAI – UNA VERA STORIA DI CORAGGIO
di Anthony Maras


A dieci anni di distanza, i devastanti attacchi che per tre giorni fecero sprofondare nel terrore la città di Mumbai vengono portati sullo schermo dal regista Anthony Maras: Attacco a Mumbai - Una vera storia di coraggio è celebrazione retorica, ma anche macchina cinematografica efficace sul piano meramente spettacolare.

Di proiettili, d'oro e retorica

Si potrebbero fare considerazioni di vario genere, su un film come Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio, e sarebbero tutte considerazioni parimenti valide. Il film di Anthony Maras, giunto dieci anni dopo i fatti che racconta, ricostruzione filmata di uno dei più gravi attacchi terroristici della recente storia indiana, è certamente una celebrazione nata nel segno della retorica, e di un gusto commemorativo tronfio e un po’ necrofilo. Quella indiana è un’industria cinematografica bulimica – non certo da oggi; e, in questo caso, le istanze che la muovono convergono perfettamente con le esigenze di una Hollywood che evidentemente, del clima inaugurato dall’amministrazione-Trump, ha assorbito più di quanto non le piaccia credere. La ricostruzione dei cruenti fatti che videro, per tre giorni, la città di Mumbai sprofondare nel terrore, con una serie di attacchi orchestrati nei punti nevralgici della città, è certamente innanzitutto una celebrazione: celebrazione di una “vittoria” sulla galassia jihadista che è solo illusoria – e la storia di quest’ultimo decennio sta lì a dimostrarlo – ma anche celebrazione di un simbolo (l’hotel Taj Mahal) che è plastico emblema del classismo della società indiana. Un simbolo ferito che, nella ricostruzione del film, ha saputo da subito rigenerarsi.

La trama di Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio si concentra proprio sugli eventi che ebbero luogo all’interno del Taj, con un commando di terroristi che, riuscito a penetrare nella struttura, dà vita a un sadico gioco del gatto col topo con le persone rimaste bloccate all’interno. Tra queste ultime, un giovane cuoco (col volto della star locale Dev Patel), rappresentante degli strati più bassi della popolazione, la testa perennemente rivolta alla famiglia, ma il cuore capace di farsi carico di tutte le vite in pericolo presenti nell’albergo; il capo cuoco, burbero ma dal forte senso etico, che anche di fronte al pericolo non abdica alla sua “missione” – perseguita in modo quasi religioso – di soddisfare sempre e comunque il cliente; una ricca coppia di turisti stranieri, che non si capacita dell’orrore che improvvisamente le si è rovesciato addosso, ma che è pronta a tutto pur di proteggere il proprio bambino; un misterioso uomo d’affari proveniente dall’Europa dell’Est, arrogante e dai modi sgradevoli, che tuttavia si rivela capace di compiere atti quasi eroici. Figure, tutte, che la sceneggiatura ha concepito unendo i tratti di vari individui che furono realmente protagonisti dei fatti, compiendo opera in parte di sintesi, in (gran) parte di drammatizzazione spettacolare; ogni personaggio, con ogni sua scelta, si rivela di fatto funzionale alla macchina emotiva messa in campo dalla regia.

Macchina, quest’ultima, che invero funziona sullo schermo piuttosto bene. Questo Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio riesce a scuotere al meglio i nervi dello spettatore, mettendo in scena uno scontro per la sopravvivenza dai contorni quasi animaleschi; scontro spogliato di ogni sovrastruttura, ridotto alla riproduzione di una lotta primordiale e istintiva. Lotta che, per come è messa sullo schermo, ha la cifra predominante del realismo: le pallottole, qui, uccidono davvero, e di ogni colpo andato a segno vediamo (e in qualche modo “sentiamo”) tutti i devastanti effetti. Non c’è epica, nonostante le celebrative intenzioni della produzione, non c’è un senso di eroismo che in qualche modo elevi il tutto a qualcosa di più del disperato tentativo, da parte di tutti i personaggi, di restare in vita; gli stessi atti di altruismo messi in scena, in fondo, non appaiono molto più che mere azioni di solidarietà di branco. Le carrellate a seguire della regia, con la macchina da presa che di volta in volta segue da presso il personaggio di turno, chiamano lo spettatore a un coinvolgimento quasi fisico; la morte, nelle figure di un gruppo di giovani terroristi poco più che adolescenti, può giungere da un momento all’altro, letteralmente da qualsiasi angolo. In tutto questo, è normale che non ci sia molto spazio per una definizione dei personaggi che vada oltre lo schema costruito a tavolino, il bozzetto accennato, la figura tagliata con l’accetta; le storie personali contano poco, a volte sono nebulose (come quella del respingente uomo d’affari), altre volte semplicemente poco interessanti.

Se è vero che i proiettili hanno effetti devastanti sui corpi individuali – e ciò è evidente fin dalla prima sventagliata di mitra degli attentatori, i cui effetti restano fuori campo, eppure risaltano in tutta la loro innegabile presenza –, è altresì vero che il corpo sociale è capace, al contrario, di rigenerarsi con sorprendente rapidità; come i titoli di coda si incaricano di rivelarci, il Taj – già sopravvissuto alle fiamme – fu riaperto infatti solo tre settimane dopo l’attentato. Un simbolo (o se si preferisce una cattedrale) praticamente inamovibile, nella sua rappresentazione di una società che ha mantenuto l’essenza, se non la natura giuridica, del sistema delle caste; e che ogni anno compie il suo rito in ricordo dell’orrore che lo colpì, per metà celebrazione e per metà esorcismo collettivo. In tutto questo, poco o nessuno spazio è dato alle figure – men che meno alle motivazioni – dei giovani attentatori, mere macchine di morte su cui vengono incidentalmente attaccati dei volti umani. Una scelta inaccettabile, quest’ultima, principalmente dal punto di vista narrativo, almeno nel momento in cui si è deciso di renderli manifesti, quei volti, addirittura facendoli entrare in scena – nel prologo – prima delle loro vittime.

Resta comunque il fatto che, al di là dei suoi schematismi, al di là delle sue programmatiche, spesso irritanti forzature, Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio è cinematograficamente efficace, diremmo addirittura pregevole come pura macchina di tensione; è semmai l’istanza extra-filmica che lo muove, con la filosofia che le è sottesa, a risultare quantomeno discutibile. Un film che è segno dei tempi, nonostante metta in scena eventi di un decennio fa, e che di questi tempi rappresenta un’efficace spia cinematografica.

Titolo originale: Hotel Mumbai
Regia: Anthony Maras
Paese/anno: Australia, India, Stati Uniti / 2018
Durata: 125’
Genere: Drammatico, Thriller
Cast: Alex Pinder, Amandeep Singh, Anupam Kher, Armie Hammer, Dev Patel, Jason Isaacs, Nazanin Boniadi, Suhail Nayyar, Tilda Cobham-Hervey
Sceneggiatura: Anthony Maras, John Collee
Fotografia: Nick Remy Matthews
Montaggio: Luke Doolan
Musiche: Volker Bertelmann
Produttore: Andrew Ogilvie, Basil Iwanyk, Gary Hamilton, Jomon Thomas, Julie Ryan, Mike Gabrawy
Casa di Produzione: Cyan Films, Electric Pictures, Hamilton Entertainment, Thunder Road Films, Xeitgeist Entertainment Group
Distribuzione: M2 Pictures

Data di uscita: 30/04/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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