I FRATELLI SISTERS

I FRATELLI SISTERS
di Jacques Audiard


Già premiato col Leone d’Argento a Venezia, I fratelli Sisters segna l’esordio di Jacques Audiard nel western: un omaggio divertito ma affettuoso al mito della Frontiera, che sorride di quest'ultimo – un po’ amaramente – proprio mentre ne celebra il funerale.

Un sapore di sabbia e piombo

Per il suo esordio in lingua inglese, Jacques Audiard sceglie di confrontarsi col western. Una scelta certamente coraggiosa, quella di dirigere questo I fratelli Sisters: quasi un azzardo, per uno dei più affermati cineasti francesi contemporanei, finora aggiratosi su territori apparentemente lontani da quelli della Frontiera americana. La scommessa, per Audiard, era quella di traslare il suo stile asciutto ma (melo)drammatico, algido e pullulante di pulsioni ingovernabili che covano sotto le immagini, in un contesto molto più mainstream di quelli finora frequentati. I nomi coinvolti sono tutti di grande richiamo: dalla coppia di fratelli protagonisti composta da John C. Reilly e Joaquin Phoenix, ai due antagonisti Jake Gyllenhaal e Riz Ahmed, per finire con un Rutger Hauer che è sempre un piacere rivedere – pur se per pochi minuti – sullo schermo. La trama è basica, almeno nella sua ossatura di partenza: due fratelli sicari inviati da un boss locale (il Commodoro) sulle tracce di un uomo presentato come un ladro. Il fratello più anziano è riflessivo e stanco di assassinii e violenze, quello più giovane impulsivo, dedito all’alcol e perseguitato dai fantasmi del passato. Man mano che si avvicinano alla meta/preda, i due scoprono che la realtà è molto più complessa di com’era stata loro presentata.

Affrontando il più classico – e storicizzato – dei generi del cinema americano (e per estensione del cinema tout court) Audiard ne smonta le basi facendo opera di revisione critica, aiutato in questo dalla fonte letteraria del film, il romanzo Arrivano i Sister di Patrick DeWitt. Il mito della Frontiera, ne I fratelli Sisters, è ormai al tramonto: ciò che ne resta sono estemporanei frammenti, bagliori che illuminano la notte come colpi di pistola, o come oro dall’ingannevole e pericolosa lucentezza che giace sul fondo di un fiume. Lo slancio ideale del mito fondativo si è evoluto nella brutale corsa al metallo prezioso, mentre l’Ovest è ormai un mondo altro, urbanizzato, che ha celato la violenza della sua nascita dietro una facciata di posticcia rispettabilità. San Francisco è un capolinea, più che una meta, una destinazione che costringerà i due protagonisti a fare i conti una volta per tutte col proprio passato, e coi rispettivi percorsi. Il contatto con una realtà più complessa di quella finora conosciuta, fatta di una rassicurante routine di morte – una realtà che contempla persino l’utopia possibile di un altro modello sociale – renderà imprescindibile il ripensamento, il rallentamento, la messa in discussione dei ruoli – anche e soprattutto nel rapporto tra i due fratelli. Un ripensamento che forse è in realtà un ritorno alle origini, e alle proprie radici.

È un western atipico, I fratelli Sisters, come può essere atipico l’esordio hollywoodiano di chi aveva diretto film come Il profeta e Un sapore di ruggine e ossa. Audiard gira le scene d’azione in modo volutamente antispettacolare, lasciando le sparatorie fuori campo o riprendendole in campo lungo, o ancora celandole dietro il buio, riducendole a bagliori di morte che si accendono e spengono. Il buio è in effetti terreno d’elezione prediletto per i due protagonisti (le sequenze notturne sono presenti in numero insolitamente alto per il genere): quel buio che fa da sfondo alle sbornie del personaggio interpretato – magistralmente – da Joaquin Phoenix, ma anche ai suoi incubi, e ai duri confronti con suo fratello. Ma c’è soprattutto humour, nel film di Audiard, un approccio alla materia divertito e continuamente teso a smontare l’epica del genere, la voglia di sorridere di un mondo proprio mentre se ne celebra il funerale. Il tono riesce a essere abbastanza lieve e accattivante da giocare col pubblico con e le sue aspettative – grazie anche alla brillantezza dei dialoghi – ma sufficientemente pregnante da colpire duro laddove è richiesto: come nel primo incubo di Charlie Sister, o nella drammatica svolta dell’ultima frazione del film. È quando la prospettiva del cambiamento viene finalmente – forzatamente – accettata dai due fratelli, che il (melo)dramma irrompe infine nella storia, potente e giustamente privo di filtri.

È elegante, l’estetica de I fratelli Sisters, già premiato col Leone d’Argento per la miglior regia nell’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia; una regia, quella di Audiard, fatta di morbidi movimenti di macchina alternati a brusche accelerazioni, nonché della valorizzazione consapevole di un paesaggio che, mentre la storia si svolge, sta cambiando per sempre il suo volto. L’epopea del West viene salutata con un sorriso che è metà ghigno, metà affettuosa rievocazione, ricostruita ed esaltata una volta di più dall’ottima fotografia del belga Benoît Debie (alla sua prima collaborazione col regista). E il passaggio di Audiard a Hollywood – ma il film è in realtà una coproduzione con Francia, Romania e Spagna – si rivela all’insegna di un equilibrio tra esigenze di cassetta e spinte autoriali non facile da rintracciare altrove. Non è un risultato da poco.

Titolo originale: The Sisters Brothers
Regia: Jacques Audiard
Paese/anno: Francia, Romania, Spagna, Stati Uniti / 2018
Durata: 121’
Genere: Western
Cast: Aidan O'Hare, Aldo Maland, Carol Kane, Creed Bratton, Duncan Lacroix, Eric Colvin, Ian Reddington, Jake Gyllenhaal, Joaquin Phoenix, Jóhannes Haukur Jóhannesson, John C. Reilly, Lexi Benbow-Hart, Nick Cornwall, Niels Arestrup, Philip Rosch, Raymond Waring, Rebecca Root, Riz Ahmed, Rutger Hauer, Sean Duggan
Sceneggiatura: Jacques Audiard, Thomas Bidegain
Fotografia: Benoît Debie
Montaggio: Juliette Welfling
Musiche: Alexandre Desplat
Produttore: Alison Dickey, John C. Reilly, Megan Ellison, Michael De Luca, Michel Merkt, Pascal Caucheteux
Casa di Produzione: Annapurna Pictures, Meñakoz Films, Michael De Luca Productions, Mobra Films, Page 114, Why Not Productions
Distribuzione: Universal Pictures

Data di uscita: 02/05/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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