STANLIO & OLLIO

STANLIO & OLLIO
di Jon S. Baird


Accostandosi a un duo la cui immagine è “icona” per eccellenza, Jon S. Baird dirige con Stanlio & Ollio un biopic rispettoso, che fa emergere la realtà degli uomini dietro le star sul viale del tramonto, riuscendo a evitare quasi sempre le trappole della retorica.

Caduche icone

Rispetto ad altri grandi loro coevi, Stan Laurel e Oliver Hardy sono forse la coppia comica che, in modo più puro e letterale, può essere definita a ragione “iconica”. Generalmente messi in secondo piano, negli annali della storia del cinema, rispetto ai mostri sacri come Charlie Chaplin, Buster Keaton e Harold Lloyd, esponenti di una comicità più popolare e fisica, essenza nella forma più pura della slapstick comedy, Stanlio e Ollio hanno tuttavia creato un culto planetario, che è sopravvissuto non solo al passaggio dal cinema muto a quello sonoro, ma anche al cambiamento delle mode e dei gusti; un culto la cui onda lunga permane anche decenni dopo la loro scomparsa, restando come una sorta di marchio di fabbrica facilmente e immediatamente riconoscibile. È quantomeno curioso, in questo senso, che il cinema di finzione, fino all’arrivo di questo Stanlio & Ollio, firmato dal regista scozzese Jon S. Baird, non avesse mai tentato di raccontarne la storia: forse, la difficoltà principale stava proprio nella natura iconica della vicenda di Laurel e Hardy; nel loro essere diventati, con la loro fisicità, la loro mimica facciale e i loro timbri vocali, patrimonio universale della cultura di massa, replicabile praticamente ad libitum.

In questo senso, il film di Baird aveva un compito tutt’altro che facile: ricostruire la complessità di una vicenda umana (prima che artistica), evitando che le icone avessero la meglio sugli individui, facendo inoltre riferimento a un periodo storico – e a due suoi emblematici rappresentanti – in cui le due entità si sovrapponevano più spesso che oggi. I Laurel e Hardy di questo biopic, insomma, dovevano risultare qualcosa di più di un’ennesima coppia/copia degli originali: gli imitatori, d’altra parte, prosperavano già negli anni ‘50, e l’abissale distanza che li separava dagli originali è ben mostrata (anche nell’effetto che produsse – in una significativa scena – su un vecchio e malinconico Laurel) dallo stesso film di Baird. Bisogna dire innanzitutto che, dal punto di vista della presenza scenica, della fisicità e della capacità mimetica, quello di Steve Coogan e John C. Reilly è stato un notevole lavoro. I due interpreti, nella fabula del film, sono indiscutibilmente Laurel e Hardy; il lavoro compiuto dai due attori ha permesso al film di evidenziare i personaggi dietro allo schermo quel tanto che bastava per non trasformare le icone in macchiette. Riuscendo anche, in alcune significative sequenze (il reiterato motivo delle “uove sode e noci”, proverbiale sketch della coppia) a volgerne i marchi di fabbrica in funzione emotiva.

Differentemente da altri biopic, Stanlio & Ollio sceglie di raccontare un pezzo del tramonto delle due star, attraverso il resoconto di una loro poco nota tournée nei teatri inglesi nel 1953. Il loro astro, in quegli anni, sembrava ormai in declino, il mondo del cinema aveva quasi chiuso loro le porte, mentre gli acciacchi fisici dei due, entrambi reduci da problemi di alcolismo (con un Hardy sofferente di cuore) si facevano più che mai sentire: nelle intenzioni della coppia, il tour teatrale doveva essere propedeutico al loro ritorno sullo schermo, con una commedia ispirata alla storia di Robin Hood. Ma i segni dei cambiamenti delle mode, sia nei film proiettati nelle sale del Regno Unito, sia nei teatri di second’ordine, pieni a malapena per metà, che ospitavano i loro spettacoli, erano evidenti e tangibili. Laurel e Hardy si ritrovarono così costretti a lottare come agli inizi della loro carriera, scontrandosi con un establishment predatorio e ben poco attento ai conseguimenti artistici (incarnato benissimo, nel film, dal viscido impresario col volto di Rufus Jones), cercando di mostrare allo smaliziato pubblico degli anni ‘50 che la loro comicità aveva ancora qualcosa da dire. Una ostinazione nel non voler mollare, quella espressa dal vecchio duo, che nel film si traduce in una fragilità teneramente ottimistica, in una plastica consapevolezza dello scorrere del tempo che non esclude la convinzione di poter dare, ancora, un’ultima zampata vincente.

L’impianto narrativo di questo Stanlio & Ollio, così come l’ottica scelta dalla sceneggiatura di Jeff Pope – tratta dal libro biografico Laurel & Hardy – The British Tours, di A.J. Marriot – autorizzavano a temere un approccio smaccatamente patetico e “senile” al soggetto; e bisogna dire che, al netto di ogni connotazione negativa per i due termini sopra espressi, il film di Jon S. Baird ha sicuramente in sé queste componenti. Il film non fa mistero di voler raccontare la fase calante di due star, il tempo che chiede il proprio tributo alla fama e a una vita di eccessi, la vacuità effimera del successo e l’importanza, esplicitamente e un po’ didascalicamente sottolineata, degli affetti. Tutto assolutamente vero. Tuttavia, la lettura che la regia fa di questo tipo di materiale, specie quando ne fa emergere i contorni quasi con discrezione (in uno sguardo d’intesa, in uno sketch improvvisato in strada, o in un teatro che non apre il sipario, perché l’assenza lì dietro conta più di ogni altra considerazione) rende il film ben altro che un mero peana alla carriera di due vecchie star. Il rispetto con cui i due interpreti si approcciano ai personaggi trova il suo corrispondente in una regia che non calca quasi mai la mano sulla scoperta caducità dei due uomini, che evidenzia in modo discreto i contrasti che hanno caratterizzato il loro passato (con pochi e riusciti flashback), che mette in scena con gusto un po’ grottesco, ma efficace, la dipendenza affettiva – e per molti versi fisica – dalle rispettive famiglie. L’ultima parte del film di Baird, specie nella ricostruzione degli eventi che caratterizzarono la conclusione del tour inglese, concede forse qualcosa a un gusto eccessivamente melò e poco contestualizzato; il tono rischia a più riprese di andare fuori controllo, ma è un rischio che – dati i contorni del soggetto – era ampiamente prevedibile. Quello che resta è un film che pulsa di un approccio onesto e privo di ricatti emotivi a quello che è considerato un “oggetto sacro”; e che riesce a restituire un po’ – coi suoi strumenti, senza barare – della magia che quell’oggetto non cessa a tutt’oggi di trasmettere.

Titolo originale: Stan & Ollie
Regia: Jon S. Baird
Paese/anno: Canada, Regno Unito, Stati Uniti / 2018
Durata: 98’
Genere: Biografico, Commedia, Drammatico
Cast: Danny Huston, John C. Reilly, Nina Arianda, Rufus Jones, Shirley Henderson, Steve Coogan, Susy Kane
Sceneggiatura: Jeff Pope
Fotografia: Laurie Rose
Montaggio: Billy Sneddon, Úna Ní Dhonghaíle
Musiche: Rolfe Kent
Produttore: Christine Langan, Eugenio Pérez, Faye Ward, Gabrielle Tana, Jeff Pope, Joe Oppenheimer, Kate Fasulo, Nichola Martin, Xavier Marchand
Casa di Produzione: Fable Pictures, Sonesta Films
Distribuzione: Lucky Red

Data di uscita: 01/05/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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