PET SEMATARY

PET SEMATARY
di Dennis Widmyer, Kevin Kölsch


Fedele alla lettera (ma non ai contenuti) del romanzo di King nella prima parte, barocco, irrispettoso e poco bilanciato nella seconda, il Pet Sematary di Kevin Kölsch e Dennis Widmyer delude su tutti i fronti, configurandosi come un prodotto di genere che mantiene solo una lontana eco della storia da cui è tratto.

Ritorno a Ludlow

Quando si toccano i classici, specie quelli che hanno segnato in qualche modo la nostra formazione (di lettori e spettatori) ci si muove sempre su un terreno minato. È, questo, lo stesso discorso che facemmo quando arrivò nei cinema la seconda trasposizione di It, firmata da Andrés Muschietti (di cui attendiamo ora il secondo episodio); e il discorso può valere allo stesso modo, coi dovuti distinguo, anche per questo nuovo Pet Sematary. Certo, il romanzo che Stephen King pubblicò nel 1983 non ha la stessa popolarità, né la stessa capacità di imprimersi nell’immaginario collettivo, di quello dedicato a Pennywise; tuttavia, il libro di King sull’antico cimitero capace di resuscitare i morti, resta uno degli episodi più riusciti ed emblematici della sua carriera, per come riuscì a fondere egregiamente, in un insieme di grande coerenza e suggestione, l’orrore per il sovrannaturale e la terrena, dolorosa inquietudine per la morte. In più, la prima trasposizione filmata del romanzo, il Cimitero vivente di Mary Lambert (1989) fa in qualche modo parte della memoria, e del bagaglio culturale, di ogni appassionato di horror – e non solo. I due registi Kevin Kölsch e Dennis Widmyer (di loro abbiamo visto l’apprezzabile Starry Eyes) avevano di fronte a sé, insomma, una sfida non indifferente.

Pet Sematary, sulla carta, aveva tutto per risultare una trasposizione riuscita, capace di replicare e aggiornare le inquietudini trasmesse da King nella sua storia: un cast di buon livello – tra cui spiccano il protagonista Jason Clarke e il veterano John Lithgow, nel ruolo dell’anziano Jud Crandall; una produzione medio-alta, almeno per un film di genere, frutto della sinergia tra il produttore Lorenzo di Bonaventura e la Paramount; due registi sicuramente interessanti, chiamati a replicare, in una diversa dimensione produttiva, i buoni risultati ottenuti nel precedente lavoro. C’era, soprattutto, la “benedizione” da parte dello stesso King, che, dopo uno screening del film in anteprima, si era detto entusiasta del risultato. Si era discusso molto, specie dopo la visione dei diversi trailer che hanno preceduto l’uscita del film, dei cambiamenti apportati alla trama dalla sceneggiatura di Matt Greenberg e Jeff Buhler, specie in alcuni fondamentali snodi narrativi. Cambiamenti che tuttavia, va detto subito, non intaccano la fedeltà sostanziale al romanzo di tutta la prima parte del film: l’ossatura di base, con l’arrivo nella cittadina di Ludlow del medico Louis Creed, la scoperta del cimitero degli animali, la morte del gatto Church, e il malefico richiamo dell’antico terreno Micmac sito dietro il cimitero, è sostanzialmente la stessa.

Questo nuovo Pet Sematary, va detto senza mezzi termini, è un film che non funziona; ma ciò non è da imputarsi, semplicisticamente, a una questione di scarsa fedeltà al romanzo. I due registi dimostrano di conoscere bene – e di aver studiato con attenzione – sia il testo di partenza, sia il film del 1989 di Mary Lambert; in un paio di sequenze, addirittura, giocano un po’ furbescamente con la memoria e le aspettative dello spettatore, disattendendole. Tutta la prima frazione del film – diremmo fino ai tre quarti – nei suoi snodi principali mostra i superficiali crismi dell’opera kinghiana: ma lo script, laddove si entri più a fondo nelle pieghe del racconto, e soprattutto nei suoi dialoghi, non sembra mai crederci fino in fondo. Se il film della Lambert diluiva parzialmente il senso di ineluttabile orrore per la morte contenuto nel romanzo di King, in favore – specie nella sua seconda parte – di una paura più “grafica”, qui di quell’orrore non c’è quasi più traccia: quello che Kölsch e Widmeyer confezionano è un horror tutto esteriore, che in parte cita i loro precedenti lavori (la degenerazione del corpo – reiterata nei vari flashback con la sorella di Rachel Creed, Zelda – ricorda da vicino il già citato Starry Eyes), in parte concede qualcosa a un’estetica orrorifica standardizzata e ormai esangue, specie nei suoi artifici più vieti (i neon tremolanti ad annunciare le apparizioni).

Non c’è, di fatto, alcuna preparazione narrativa all’odissea d’orrore che verrà vissuta dalla famiglia Creed, in Pet Sematary: lo stesso personaggio di Jud Crandall (un Lithgow praticamente sprecato) viene ridotto a figura di contorno e mero innesco degli eventi, mentre le sue motivazioni sono messe tra parentesi e ridotte a nota a margine. Il sottotesto familiare che vedeva coinvolti, nel romanzo come nel film del 1989, il protagonista con i genitori di sua moglie, viene qui totalmente – e a nostro avviso ingiustificatamente – espunto. La stessa presenza benigna del fantasma di Victor Pascow, figura di alleggerimento nel film della Lambert, ha perso il suo potenziale di diversivo ironico – e ciò non sarebbe in sé un male; ma, per contro, nulla ne ha guadagnato, divenendo anch’esso presenza meramente esteriore e sostanzialmente superflua. E risulta anche curioso, per un film che vuole essere così esplicito, visivo e “di genere” nella sua impostazione, che l’antico cimitero Micmac (che nel film della Lambert risultava maestoso, non privo di fascino nella sua ricostruzione) sia qui ridotto a un mucchio di pietre e a un pezzo di terreno roccioso alla fine di una palude. Troppo facile seppellirci i propri morti, fisicamente troppo poco impegnativo: l’assenza del senso di sofferenza, trasmesso dall’atto fisico dell’inumazione, si riflette in una più generale assenza di quel travaglio morale, nel non voler accettare l’idea della morte, che rappresentava il cuore della storia di King.

Irrimediabilmente lontano dall’angoscia della storia originale, medio – per non dire mediocre – nella sua natura di film di genere, Pet Sematary prende il romanzo e ne fa la stanca base per un’anonima storia d’orrore, che solo nell’ultima parte si concede qualche divagazione (almeno a livello visivo) un po’ più personale. Proprio in questo frangente, ovvero nel momento in cui scelgono con decisione di allontanarsi dal canovaccio del libro, i due registi confezionano alcune sequenze che risultano anche (prese in sé), abbastanza d’effetto; ma ci arrivano – va specificato – passando per un paio di evidenti buchi narrativi, e soprattutto con un cambio di tono che si avverte in modo abbastanza drammatico. Sul finale, si finisce inevitabilmente per domandarsi quale fosse il senso dell’operazione: sia quello della stanca, poco convinta rilettura del romanzo di King, che copre circa tre quarti della durata del film, sia quello di una frazione finale involuta e decontestualizzata, una specie di cortometraggio attaccato alla bell’e meglio in coda a un film da un’ora e mezza. E la fiacca cover del pezzo omonimo dei Ramones, che sentiamo scorrere sui titoli di coda (per qualcuno, ne siamo certi, risulterà un sacrilegio almeno pari al film) non toglie certo queste sensazioni.

Titolo originale: Pet Sematary
Regia: Dennis Widmyer, Kevin Kölsch
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 101’
Genere: Drammatico, Horror
Cast: Alyssa Brooke Levine, Amy Seimetz, Emma Hill, Hugo Lavoie, Jacob Lemieux, Jason Clarke, Jeté Laurence, John Lithgow, Lou Ferrando, Lucas Lavoie, Maria Herrera, Maverick Fortin, Najya Muipatayi, Obssa Ahmed, Sonia Maria Chirila, Suzy Stingl
Sceneggiatura: Jeff Buhler, Matt Greenberg
Fotografia: Laurie Rose
Montaggio: Sarah Broshar
Musiche: Christopher Young
Produttore: Lorenzo di Bonaventura, Mark Vahradian, Steven Schneider
Casa di Produzione: Alphaville Films, Di Bonaventura Pictures, Paramount Pictures
Distribuzione: 20th Century Fox

Data di uscita: 09/05/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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