TUTTI PAZZI A TEL AVIV

TUTTI PAZZI A TEL AVIV
di Sameh Zoabi


Applaudito nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, Tutti pazzi a Tel Aviv è una commedia attraverso cui il palestinese Sameh Zoabi tenta di raccontare la crisi mediorientale; ma a restare impresse sono soprattutto le immagini camp della soap opera contenuta nella trama, nonché la recitazione del protagonista Kais Nashif.

United Soaps of Middle East

Non è certo la prima volta, al cinema, che la cifra della commedia viene utilizzata per raccontare dall’interno un conflitto. Lo stesso regista Sameh Zoabi, in passato, aveva ambientato il suo esordio Man Without a Cell Phone (risalente al 2010) sullo sfondo del pluridecennale conflitto tra israeliani e palestinesi; andando più indietro nel tempo, ma restando nello stesso campo tematico, viene in mente la commedia del 2004 Il mio nuovo strano fidanzato, love story multietnica vista da (informati) occhi europei. Con questo Tutti pazzi a Tel Aviv, quindi, Zoabi – palestinese del villaggio di Iksal, nei pressi di Nazareth, classe 1975 –, si innesta su un terreno abbastanza consolidato; lo fa traslando, però, il classico motivo della storia d’amore tra culture ostili sul piano fantastico – e qui ben evidenziato nella sua natura fittizia – della soap opera.

La trama del film di Zoabi è incentrata sulla figura di Salam, trentenne palestinese che fa l’assistente di produzione per una popolarissima soap prodotta a Ramallah, dal titolo Tel Aviv On Fire. Per raggiungere gli studi televisivi, l’uomo deve attraversare ogni volta un checkpoint israeliano; un giorno, una battuta di troppo provoca il suo fermo e l’interrogatorio da parte di Assi, comandante del posto di blocco. Con grande sorpresa di Salam, Assi gli rivela che sua moglie è una grande fan della soap; il militare, per gioco, scrive così un immaginario episodio della serie, che si rivela sorprendentemente pieno di buone idee. Salam inizia quindi a coinvolgere sempre più sistematicamente Assi nella scrittura della soap; ma il rapporto tra i due si incrina, pericolosamente, quando iniziano a emergere divergenze sulla visione dei personaggi israeliani e palestinesi. Le rispettive appartenenze mettono in crisi il rapporto tra i due, ma anche il posto di lavoro – e la stessa sicurezza personale – di Salam.

È assemblata con intelligenza e mestiere, la trama di Tutti pazzi a Tel Aviv (viene da chiedersi se il titolo originale Tel Aviv On Fire sarebbe apparso da noi troppo “truculento”): il regista e il suo co-sceneggiatore tengono ben presenti i codici della commedia americana, dal buddy movie in salsa multietnica, alla sua versione più colta e alleniana (specie nella costruzione della figura dell’intellettuale per caso, incerto e irrisolto); senza dimenticare un occhio privilegiato per la commedia francese – vengono in mente Francis Veber e Patrice Leconte – capace di coniugare gli incassi con uno sguardo (blandamente) sociologico. In questo, il regista palestinese si dimostra particolarmente attento ai gusti del pubblico occidentale, puntando molto su un personaggio dal potenziale comico all’insegna dell’understatement: lo spaesamento che emerge costante (a tratti irresistibile) dal volto del protagonista, la sua capacità di generare gag con una mimica facciale modulata attraverso la voce e il movimento di pochi muscoli, ha fatto guadagnare a Kais Nashif il premio per il Miglior Attore nella sezione Orizzonti della Mostra del Cinema di Venezia, dove il film è stato presentato in anteprima.

La platea del Lido, più in generale, sembra aver apprezzato molto la lettura lieve ed edificante – nel segno di un generico, un po’ effimero pacifismo – che il film di Sameh Zoabi ha restituito del conflitto arabo/israeliano; una lettura il cui carattere diretto e di immediata fruibilità sembra innanzitutto voler suggerire una visione diversa – meno stereotipata e più popolare, anche nella sua declinazione “da festival” – del cinema di produzione mediorientale. In questo senso è interessante, dal mero punto di vista di sociologia del cinema, che anche tra i registi di una cinematografia poco frequentata dal pubblico internazionale, come quella palestinese, si inizino a mutuare codici espressivi, ritmi e tempi narrativi della commedia occidentale, indicando una via per un cinema di intrattenimento che si adegui ai gusti di un pubblico che guarda all’occidente come modello e riferimento. Un pubblico che non dimentica comunque il passato, nonché quei linguaggi che già da qualche decennio si sono rivelati vincenti e unificanti.

Proprio in questo senso, uno degli aspetti più interessanti di Tutti pazzi a Tel Aviv si rivela essere il divertito uso del linguaggio della soap opera, introdotto già dai titoli di testa – deliziosamente kitsch nei caratteri come nella fotografia – e replicato più di una volta laddove la trama si interseca con quella fittizia della serie. Un linguaggio, quello della soap, da sempre universale e unificante, più che mai transgenerazionale, favorito negli ultimi decenni, nella stessa Israele, dalla moltiplicazione dei canali televisivi. In fondo, più che la smaccata morale che emerge dal film, i personaggi a volte tagliati con l’accetta (viene in mente il produttore, zio del protagonista) o la semplicistica assimilazione tra ciò che viene raccontato in un prodotto popolare, e una complessa ed endemica crisi internazionale, ci si diverte a sorridere della storia nella storia, dei suoi sgargianti colori e della sua estetica camp perfettamente ricostruita dal film. Proprio questa dimensione fantastica, insieme a una certa curiosità – condivisa con i protagonisti – nello scoprire quale sarà il finale della storia fittizia, permette di sorvolare su una certa ripetitività delle trovate comiche, nonché su un plot a cui non mancano debolezze e componenti trattate con superficialità (tutto il subplot del rapporto del protagonista con la fidanzata). Ma in fondo, anche se cerca come può di mascherarlo, anche Tutti pazzi a Tel Aviv è in tutto e per tutto un prodotto della moderna cultura di massa; non (troppo) dissimile, negli intenti, da quello che con divertimento ricostruisce nella sua trama. Persino il titolo, originariamente, era lo stesso. E i suoi intenti, in fondo, li raggiunge discretamente bene.

Titolo originale: Tel Aviv on Fire
Regia: Sameh Zoabi
Paese/anno: Belgio, Francia, Israele, Lussemburgo / 2018
Durata: 97’
Genere: Commedia
Cast: Amer Hlehel, Ashraf Farah, Kais Nashef, Laëtitia Eïdo, Lubna Azabal, Maisa Abd Elhadi, Nadim Sawalha, Negweny El Assal, Salim Dau, Shifi Aloni, Ula Tabari, Yaniv Biton, Yazan Doubal, Yousef 'Joe' Sweid
Sceneggiatura: Dan Kleinman, Sameh Zoabi
Fotografia: Laurent Brunet
Montaggio: Catherine Schwartz
Musiche: André Dziezuk
Produttore: Amir Harel, Arlette Zylberberg, Bernard Michaux, Gilles Sacuto, Miléna Poylo, Patrick Quinet
Casa di Produzione: Artémis Productions, Lama Films, Samsa Film, TS Productions
Distribuzione: Academy Two

Data di uscita: 09/05/2019

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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