DOLOR Y GLORIA

DOLOR Y GLORIA
di Pedro Almodóvar
Voto: 9

Con Dolor y gloria, ventiduesima opera di Pedro Almodóvar, il cinema del regista spagnolo acquisisce un’evidente cifra autobiografica; il suo protagonista si sovrappone all’autore come mai in passato, nel segno di un melodramma che tuttavia elide i toni più espliciti. Un risultato prezioso per una delle opere più importanti della carriera del regista.

Creazioni salvifiche

Al ventiduesimo film, e dopo ormai oltre quarant’anni di carriera, il cinema di Pedro Almodóvar acquisisce un’evidente cifra autobiografica. È un passaggio che molti grandi cineasti hanno compiuto nell’ultima fase della loro carriera, quella più naturalmente portata ai bilanci e alla voglia di guardarsi indietro, riflettendo sul percorso fatto. Un passaggio che tuttavia, nel caso di Almodóvar, sembra trovare una valenza particolare: la trova anche per il carattere di urgenza assoluta, non differibile, di cui il regista spagnolo sembra informare tutta la sua opera. In Dolor y gloria, il Salvador Mallo interpretato da Antonio Banderas è Pedro Almodóvar, nella sostanza; e la sua storia ha tutto l’aspetto di una storia che andava raccontata – e andava raccontata nello specifico, con lo strumento cinematografico. L’unico che, nella sceneggiatura, riesce a salvare (più e più volte) il protagonista dai fantasmi vecchi e nuovi, da quelli della depressione, dell’amore perduto della propria vita, degli acciacchi progressivamente sempre più invalidanti, della paura di morire sempre lì, dietro l’angolo. Da quello, nuovo e solo apparentemente capace di ottundere sensi e sentimenti, della dipendenza da eroina. Una dipendenza, nuova, curata da una vecchia – quella per il cinema – forse oggetto di velleitari tentativi di disintossicazione: la ragione di vita da (ri)abbracciare, in nome della quale fare pace con amici e nemici, con gli affetti, e soprattutto con se stessi.

Si butta anima e corpo in questo viaggio autobiografico, Almodóvar, snodatosi tra passato e presente, tra le strade di Madrid e quelle del paesino dell’infanzia, tra la principesca casa della capitale e la bianca grotta in cui si consumò l’educazione sentimentale del protagonista; lo fa non nascondendo (neanche nelle interviste) quanto ci sia di profondamente suo in Dolor y gloria. Un’immersione totale, ben simboleggiata da quella dell’alter ego Salvador nella piscina all’inizio del film, con in evidenza, sul volto e sul corpo, i segni di un tempo che ha chiesto il suo tributo non soltanto per i malanni fisici. Non rinuncia alla sua estetica, il regista spagnolo, ai suoi colori primari, alle luminose scenografie che raccontano i ricordi meglio di mille parole, ai suoi incastri narrativi magici e ai suoi andirivieni tra passato e presente: tuttavia, nonostante il portato melodrammatico della storia, ci sono nel film una quiete e un understatement difficili da comprendere prima della visione, una voglia di quietare i fantasmi, quasi di accarezzare (metaforicamente) i demoni, componendo i conflitti attraverso lo strumento magico e catartico della creazione artistica. In questo senso, una delle sequenze potenzialmente più melò, quella di un incontro di cui ovviamente non sveliamo i contorni, viene magnificamente risolta dal regista in sottrazione, in un gioco di campi e controcampi in cui i non detti centrano il bersaglio più delle parole esplicite. E poi, c’è il passato che torna a chiedere il conto e l’elaborazione, un fil rouge (letteralmente) in cui i ricordi di amicizia, amore, affetti familiari traditi e parole dolorosamente non pronunciate, si mescolano senza soluzione di continuità nella memoria e sullo schermo.

Dolor y gloria deve certamente molto (anche) a un Banderas in stato di grazia, che non nasconde neanche una ruga e sembra abbracciare nei lineamenti l’irrisolta inquietudine del personaggio, che fa un passo indietro laddove la valenza emotiva degli eventi potrebbe travolgerlo: non è un caso, in questo senso, che la sequenza forse emotivamente più esplicita – ambientata in un teatro – veda il protagonista fuori campo, fuori dal luogo fisico in cui il dramma – con l’incontro-chiave del film – si consuma; ma più che mai dentro la storia, rimpiazzato – ma non davvero sostituito – dall’amico con cui forse, ora, la comprensione reciproca diverrà più facile. Passato e presente, vita e creazione scenica, sogni mai rivelati e dolorose ricadute del loro tradimento, si alternano e mescolano davanti all’occhio dello spettatore senza strappi o scossoni, incastrandosi gli uni negli altri e nutrendosi a vicenda; fino alle estreme conseguenze di un finale in cui la valenza autobiografica della storia diviene esplicita e manifesta. Una conclusione in cui il carattere terapeutico (diremmo salvifico) del cinema, trova il suo ideale termine di paragone nella conservazione e cura del corpo fisico, quello finora offeso e quasi punito dal nichilismo del protagonista. La chiave di volta per arrivarci può essere un volto nella memoria, una parete imbiancata testimone di un mistero troppo difficile da comprendere per due ragazzini, o un disegno che ha attraversato chissà come i decenni. Ciò che conta è l’approdo, per Salvador come per Almodóvar, che come il suo protagonista ha probabilmente portato a casa una delle opere più importanti della sua carriera.

Titolo originale: Dolor y gloria
Regia: Pedro Almodóvar
Paese/anno: Spagna / 2019
Durata: 113’
Genere: Drammatico
Cast: Antonio Banderas, Penélope Cruz, Asier Etxeandía, Leonardo Sbaraglia, Nora Navas, Asier Flores, Cecilia Roth, Raúl Arévalo, Julieta Serrano, Kiti Mánver, Pedro Casablanc, Susi Sánchez, Carmelo Gómez, Julián López
Sceneggiatura: Pedro Almodóvar
Fotografia: José Luis Alcaine
Montaggio: Teresa Font
Musiche: Alberto Iglesias
Produttore: Agustín Almodóvar, Esther García
Casa di Produzione: El Deseo
Distribuzione: Warner Bros. Italia

Data di uscita: 17/05/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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