ALADDIN

ALADDIN
di Guy Ritchie


Con la versione live action di Aladdin, Guy Ritchie ripropone in modo pedissequo, quasi letterale, il classico del 1992: il regista riesce a inserire a tratti nel film sequenze più nelle sue corde, ma il tutto è appesantito dalla ricerca continua di un’anacronistica fedeltà al canone.

Non aver genio di osare

Se è vero che il marchio Disney, nell’ultimo decennio, ha perso gran parte della sua valenza storica, andando a inglobare – con le acquisizioni di realtà produttive come Lucasfilm, Marvel e Fox – gran parte dell’immaginario e della cultura di massa moderni, è pur vero che nella casa di Topolino permane – anche – una gran voglia di rinverdire e rinvigorire il passato. Ciò è vero, di fatto, sia per il settore dell’animazione – che si è arricchito, in tempi recenti, di prodotti più innovativi e capaci di sperimentare come Oceania, ma anche della classicità del precedente Zootropolis e dell’imminente Frozen II – Il segreto di Arendelle – sia per la sempre corposa produzione live action. Una produzione, quest’ultima, che negli ultimi anni ha visto la frequente riproposizione di opere d’animazione in nuove versioni con attori in carne e ossa, in una più generale operazione di recupero e riciclo che ha avuto alterne fortune. Un’operazione di cui questo Aladdin, che vede la presenza in cabina di regia di un cineasta apparentemente poco disneyiano come Guy Ritchie, è esempio emblematico.

Segue in modo pedissequo e quasi filologico la trama del film del 1992, il nuovo Aladdin, aggiungendovi un simpatico quanto evanescente “contorno” (un Genio divenuto marinaio, che solca i mari narrando ai figli le sue avventure col giovane amico). Non cambia invece, nella sostanza, l’intreccio di base, con l’incontro tra il protagonista e la principessa in incognito Jasmine, lo scontro con Jafar e col suo aiutante Iago, il rinvenimento della lampada e l’irruzione in scena del Genio; non cambia l’edificante morale, nel segno di una valorizzazione di cuore e ingegno (e prestanza atletica, diremmo) contro i paletti della legge e quelli del rango; non mancano la rassicurante celebrazione dell’amicizia, l’ammonimento a stare attenti a ciò che si desidera, l’happy ending a ribadire che cambiare la legge, per una volta – e solo quella – in definitiva è anche possibile, forse persino auspicabile. Troppe cose non mancano, probabilmente, in questa riproposizione che vive del dualismo – fenomeno non nuovo nelle trasposizioni live action dei classici Disney – tra la voglia di sperimentare e stupire del suo autore, e le necessità di fedeltà a un canone che permette di osare poco, con paletti formali piuttosto rigidi.

Va detto, comunque, che a Guy Ritchie è andata decisamente meglio che a Tim Burton, che col recente Dumbo ha ottenuto probabilmente il peggior compromesso a ribasso della sua carriera. Il regista di Snatch – Lo strappo sembra invece capire meglio dove inserirsi con la sua particolare estetica, quali parti della trama modulare attraverso il suo modo di narrare, quali personaggi valorizzare – e in parte tradire – con la sua scrittura. Il suo Aladdin, nella fedeltà esibita al canone, vive di sprazzi ritchiani che spezzano un po’ – gradevolmente – la progressione risaputa e un po’ tronfia della trama, inevitabilmente azzoppata di potenziale nel suo passaggio al live action. Si tratta però, è bene ricordarlo, di sprazzi: tutti racchiusi nella performance istrionica di un Will Smith che aggiorna con un certo gusto – e non senza autoironia – la figura del genio, in qualche momento in cui la componente musical si smarca dalla necessità assoluta dell’aura disneyiana, in un finale parzialmente riscritto e decisamente adeguato alle esigenze degli spettatori (giovani e non) del 2019. Ma in mezzo, in questo Aladdin, c’è tanto di superfluo, di risaputo e stanco (e stancante): ci sono canzoni che debordano e invadono la narrazione ben oltre la necessità di fedeltà al modello, c’è la menomazione di una figura (il pappagallo Iago) che perde qui gran parte della sua funzionalità narrativa, c’è un villain (l’attore Marwan Kenzari, visto nel recente Assassinio sull’Orient Express) che rende solo a intermittenza.

Ci si aspetterebbe, da Guy Ritchie, la capacità di compiere un’operazione simile a quella fatta a suo tempo per Sherlock Holmes (e relativo sequel): ovvero la capacità di rileggere un mito con occhi moderni e genuinamente infantili, di tirar fuori dal canone suggestioni nuove – magari finora sottovalutate -, di estrarre dal cilindro – o meglio, dalla lampada – un Aladdin che sia sì il remake del film Disney, ma che sappia esserlo col suo sguardo, coi suoi ritmi, con le sue particolari suggestioni. L’Aladdin del 2019, invece, alterna momenti gustosissimi (l’arrivo del “principe Alì Ababua” a palazzo e la relativa, lunga sequenza musical) ad altri superflui e goffi (l’inutile parte cantata dalla protagonista Naomi Scott, dopo l’apparente trionfo dell’antagonista). Lo stesso protagonista Mena Massoud, ladro/principe fin troppo preoccupato di replicare movenze e mimica facciale del suo omologo animato, fa il suo senza dare più del minimo sindacale. Sporcarsi – e magari menare – un po’ di più le mani, era davvero un’idea tanto improponibile? Ma, in fondo, questo è Aladdin versione 2019, non bisogna dimenticarlo. Non c’è da stupirsi che, tra i tanti modi possibili di confezionarlo, sia stato scelto il più anonimo, ma anche indiscutibilmente il più sicuro.

Titolo originale: Aladdin
Regia: Guy Ritchie
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 128’
Genere: Avventura, Fantastico, Musicale, Sentimentale
Cast: Alan Tudyk, Billy Magnussen, Frank Welker, Kamil Lemieszewski, Marwan Kenzari, Mena Massoud, Naomi Scott, Nasim Pedrad, Navid Negahban, Nikkita Chadha, Numan Acar, Ocean Navarro, Robby Haynes, Will Smith
Sceneggiatura: Guy Ritchie, John August
Fotografia: Alan Stewart
Montaggio: James Herbert
Musiche: Alan Menken
Produttore: Dan Lin, Jonathan Eirich
Casa di Produzione: Marc Platt Productions, Rideback, Walt Disney Pictures
Distribuzione: Walt Disney Studios Motion Pictures

Data di uscita: 22/05/2019

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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