SETTE NOTE IN NERO

SETTE NOTE IN NERO
di Lucio Fulci


Tra i titoli di punta del giallo all’italiana, e tra i film più importanti della carriera di Lucio Fulci, Sette note in nero è anche un film capace di riflettere sullo sguardo e sulla prospettiva dello spettatore, pur da un’ottica prettamente popolare e di genere.

Il genere e lo sguardo

Un film come Sette note in nero, considerato ormai universalmente un titolo di punta del cosiddetto giallo all’italiana, occupa un posto particolare tanto nella sterminata filmografia del suo regista, quanto nel più generale filone di cui fa parte. Il film, uscito nel 1977, segna infatti per la carriera di Lucio Fulci una cesura in un certo senso analoga a quella che Profondo Rosso (di due anni precedente) aveva segnato per quella di Dario Argento: il periodo thriller di Fulci, infatti – una produzione numericamente minoritaria nella sua filmografia, ma qualitativamente di grande importanza – si concludeva proprio con questo film, da molti considerato il suo migliore all’interno del genere (nonché, da alcuni, il migliore della sua intera carriera). Il film, inoltre – proprio come il capolavoro argentiano del 1975 – include in sé l’elemento sovrannaturale, che lo ricollega al successivo periodo horror del regista, che verrà inaugurato da Zombi 2 (1979) e culminerà nella “trilogia della morte” (Paura nella città dei morti viventi, …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà e Quella villa accanto al cimitero, diretti tra il 1980 e il 1981); come in Argento, la trama muove qui dalle visioni extrasensoriali di un personaggio, da cui si dipana il più classico intreccio giallo. Un elemento, questo, che in un certo senso mette a nudo la natura fantastica e intrinsecamente onirica di un filone che, pur nel suo carattere sulla carta realistico, ha sempre flirtato – da Mario Bava in poi – con l’elemento fantastico e orrorifico.

È interessante come in realtà Fulci, che guarda al film di Argento in modo dichiarato e consapevole (il tema del cadavere murato vivo nella vecchia casa è lì, presente in tutti e due i film) si muova in realtà in una direzione opposta rispetto a quella del collega/rivale. Laddove Profondo Rosso metteva in scena un’elaborata danza di morte in cui la stilizzazione dei delitti e il loro iperrealismo venivano portati alle estreme conseguenze, in Sette note in nero di sangue ce n’è poco, pochissimo. Il gusto “grafico” tipico di Fulci si sfoga tutto nel prologo (che introduce magistralmente la trama e le capacità della protagonista), in cui viene mostrato in flashback il suicidio della madre di Virginia, con citazione esplicita della sequenza finale del precedente Non si sevizia un paperino. Poi, il regista tiene costantemente sotto controllo la sua tendenza alla mostra del dettaglio macabro e grandguignolesco, instradato in questo da una delle sceneggiature meglio scritte della sua intera carriera (che vide la fondamentale collaborazione di Dardano Sacchetti e Roberto Gianviti). Uno script che doveva inizialmente ispirarsi alla trama del romanzo Terapia mortale di Vieri Razzini, ma che in seguito i tre hanno sviluppato in una direzione completamente autonoma, inserendo anche riferimenti evidenti a Il gatto nero di Edgar Allan Poe. Il risultato, a livello di scrittura, è di un equilibrio raro per il genere, malgrado la permanenza di qualche sbavatura nella complessa tessitura del film – probabile risultato delle varie revisioni del copione.

Sette note in nero, rivalutato, citato e osannato a più riprese dalla metà del decennio scorso in poi (complice il solito Quentin Tarantino, e l’inserimento del motivo principale del film – parte della pregevole colonna sonora di Franco Bixio, Fabio Frizzi e Vince Tempera – nel suo Kill Bill) è effettivamente uno dei migliori film di Lucio Fulci: probabilmente quello in cui la maestria del regista con la macchina da presa si esprime con più compiutezza. I “marchi di fabbrica” di Fulci sono in gran parte presenti nel film (il dettaglio degli occhi, lo zoom – usato qui, tuttavia, mai in funzione “economica” come era d’uso all’epoca, ma con precisi intenti narrativi, la struttura circolare della trama); ma il tutto viene asciugato, depurato dei suoi elementi più passabili di derive exploitation, e messo al servizio di una trama che ha l’atto del vedere (e il tema della prospettiva – spaziale e temporale – di chi guarda) al suo centro. La visione iniziale del personaggio interpretato da Jennifer O’Neil, favorita dal buio di una galleria – esattamente come la visione cinematografica si nutre del buio della sala – può essere persino letta come una colta riflessione sul punto di vista spettatoriale, sulla necessità di ricostruzione a posteriori di ciò che si è visto (meccanismo che verrà sfruttato da tanto cinema successivo), sulla fallacia di uno sguardo che, anche laddove ha davanti a sé tutti gli elementi per la ricostruzione della verità, viene traviato e ingannato dalla sua forzata prospettiva parziale. Dal suo rifiuto, soprattutto, di considerarsi coinvolto in prima persona (non solo quale spettatore, ma anche e soprattutto come co-protagonista) in ciò che vede; e dalla sua indisponibilità a rimettere in discussione le proprie intime certezze, quelle di una realtà borghese che in quel periodo – la seconda metà degli anni ‘70 – aveva già abbondantemente messo a nudo i propri orrori nascosti (o simbolicamente murati).

Visivamente elegantissimo – lo storico direttore della fotografia di Fulci, Sergio Salvati, raggiunge qui uno dei suoi risultati migliori – ma anche insolitamente felice in un cast ottimamente assemblato (che vede coinvolti i nomi di Gianni Garko, Marc Porel e Gabriele Ferzetti), Sette note in nero sta a ricordarci come la (a volte troppo) generica rivalutazione degli anni ‘70 italiani, la spesso interessata e poco consapevole rincorsa odierna a tutto ciò che è genere e cinema popolare, trovino a volte, nei prodotti dell’epoca, una giustificazione solida. Il film di Lucio Fulci è a tutti gli effetti opera d’autore, girata con una consapevolezza del mezzo, e delle sue potenzialità, sconosciuta a gran parte dei registi d’epoca e odierni. Riconoscerne, ancora una vota, il valore, significa anche fare chiarezza e saper discernere, in un panorama complesso e vario (anche qualitativamente) come quello dell’italico cinema di genere del periodo.

Titolo originale: Sette note in nero
Regia: Lucio Fulci
Paese/anno: Italia / 1977
Durata: 95’
Genere: Giallo, Horror, Thriller
Cast: Elizabeth Turner, Evelyn Stewart, Fausta Avelli, Franco Angrisano, Gabriele Ferzetti, Gianni Garko, Jennifer O'Neill, Jenny Tamburi, Loredana Savelli, Luigi Diberti, Marc Porel, Paolo Pacino, Salvatore Puntillo, Veronica Michielini
Sceneggiatura: Dardano Sacchetti, Lucio Fulci, Roberto Gianviti
Fotografia: Sergio Salvati
Montaggio: Ornella Micheli
Musiche: Fabio Frizzi, Franco Bixio, Vince Tempera
Produttore: Carlo Cucchi, Franco Cuccu
Casa di Produzione: Cinecompany S.r.l, Rizzoli Film

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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