AMERICAN ANIMALS

AMERICAN ANIMALS
di Bart Layton


Incontro/scontro tra fiction e cinema vérité, esempio di contaminazione di linguaggi, American Animals di Bart Layton prende un fatto di cronaca e compie su di esso un’interessante operazione di metacinema, in parte programmatica, ma lontana da qualsiasi moralismo o tentazione consolatoria.

Rapina a mano filmata

La fusione tra fiction e documentario, al cinema, si è da tempo attestata come un dato di fatto, al punto che i due generi si pongono sempre più come categorie di comodo, prive di una reale rilevanza critica. Se, fin dalla sua fondazione, il medium cinematografico aveva naturalmente in sé una componente di registrazione della realtà e una di ricostruzione finzionale, gli ultimi anni hanno visto una sovrapposizione sempre più spinta dei due linguaggi, a volte addirittura contaminati (positivamente) da un altro filone come quello dell’animazione. Si rifà invece a un sottogenere dalla lunga storia come quello dell’heist movie, non ancora interessato da un’operazione di fusione col cinema vérité, questo American Animals, secondo lungometraggio di uno dei registi più interessanti del nuovo documentarismo inglese come Bart Layton.

Come il precedente lavoro di Layton, L’impostore, il film racconta una vicenda sui generis, animata da personaggi borderline che ispirano una distorta – un po’ cinica – forma di simpatia: lì si trattava di un giovane millantatore, qui di due figli della classe agiata americana che decidono di compiere un improbabile atto criminale – il furto di alcuni testi di grande valore custoditi nella scuola che frequentano, la Transylvania University di Lexington, nel Kentucky. I due ragazzi risultano instradati verso una vita borghese priva di sorprese e complicazioni: è proprio il mal di vivere derivato da un’esistenza predeterminata e priva di scosse, a spingere Spencer e Warren (studente d’arte il primo, promettente giocatore di football il secondo) a un’azione criminale di cui non colgono in pieno le implicazioni. L’azione violenta, quindi, non finalizzata al guadagno ma a una generica realizzazione del sé, come sublimazione di un’esistenza vista come mediocre.

La peculiarità principale di American Animals sta nella convivenza tra il linguaggio documentaristico più classico, fatto di interviste frontali ai protagonisti dei fatti, e la ricostruzione fittizia, con attori e un plot drammatico. I veri Spencer Reinhard e Warren Lipka, oggi quarantenni reduci dal carcere, ripercorrono la loro azione di sedici anni fa e il suo background, cercando di sviscerare i motivi (che intuiamo non chiari nemmeno a loro) che li portarono a compierla. Il film va a cercare di esplorare proprio l’“enormità” dell’atto criminale spogliato di qualsiasi connotazione sociologica, ridotto ad animalesco istinto (non soffocato o pacificato dalle convenzioni sociali borghesi), capace di insorgere anche nei soggetti apparentemente meno predisposti. Nelle interviste ai due giovani (e ai due compagni che li affiancarono nel colpo, Erik e Chas) emerge in modo chiaro, persino smaccato, il rimpianto e la voglia di un impossibile riavvolgimento del nastro, la presa di contatto con la sofferenza causata, ma anche la frustrazione per la mancata comprensione – forse impossibile – delle sue reali radici.

Non sono certo nuovi, i temi di American Animals, risultando anzi in nuce talmente pieni di potenziale narrativo e cinematografico da far insorgere il sospetto di un certo compiacimento, di un’operazione più “studiata” e meno genuina rispetto al precedente lavoro di Layton. Quello che il regista vuole fare è del metacinema, attraverso una forma ibrida tra fiction e documentario: questo intento non è mai nascosto, emergendo plasticamente nella scena in cui le due dimensioni si incontrano, quando il vero Spencer, adulto, osserva dal bordo della strada il suo alter ego giovane. Il senso è la collisione tra due mondi, ma anche tra la dimensione fittizia di un romanticismo criminale sognato (narrativo, pulp, slegato da qualsiasi contatto con la realtà) e il doloroso ritorno alla concretezza quotidiana, la presa di coscienza di un’inevitabile reazione a qualsiasi azione, la necessaria accettazione delle norme sociali tipica dell’età adulta. La dialettica tra il sogno anti-borghese e “animalesco” del cinema, insomma (spostandoci su un piano critico) e il confronto imprescindibile con la realtà.

Pur non fugando del tutto i dubbi che suscita, Amarican Animals ha dalla sua una sana dose di disincanto e di amaro cinismo, che tiene il film ben al di qua del pamphlet su un’improbabile “gioventù bruciata” borghese. La ricostruzione della rapina ha i toni pulp, eccessivi e surriscaldati che i protagonisti amavano nei film di cui si nutrivano: non va come vorrebbero negli esiti, ma il mood è quello, ben lontano – e lo intuiamo chiaramente – da ciò che realmente i quattro giovani devono aver vissuto. C’è l’uso insistito della musica, c’è la componente grottesca e surreale, ci sono i riferimenti agli heist movie del passato (da Rapina a mano armata a Le iene), in una sarabanda sincopata che non vuole dare risposte, ma piuttosto insinuare quesiti sotto la sua accattivante patina. Il tono amaro della vicenda è riscontrabile a un livello più profondo, ma il film resta lontano (e questo è il suo più importante pregio) dal moralismo consolatorio di tanto cinema che tratta gli stessi argomenti. Spencer, Warren, Erik e Chas hanno pagato il loro debito con la giustizia, ma non sono necessariamente persone migliori di allora: né la giustizia li ha in qualche modo “rieducati”. La differenza coi loro alter ego giovani sta solo nella consapevolezza (fisiologica) del tempo che è passato, e degli anni persi. Il quesito sul perché, e sull’eventuale possibilità di un esito diverso, resta volutamente aperto.

Titolo originale: American Animals
Regia: Bart Layton
Paese/anno: Regno Unito, Stati Uniti / 2018
Durata: 116’
Genere: Documentario, Poliziesco
Cast: Ann Dowd, Barry Keoghan, Blake Jenner, Chas Allen, Eric Borsuk, Evan Peters, Gary Basaraba, Jane McNeill, Jared Abrahamson, Lara Grice, Robert Treveiler, Spencer Reinhard, Udo Kier, Whitney Goin
Sceneggiatura: Bart Layton
Fotografia: Ole Bratt Birkeland
Montaggio: Chris Gill, Julian Dart, Luke Dunkley, Nick Fenton
Musiche: Anne Nikitin
Produttore: Derrin Schlesinger, Dimitri Doganis, Katherine Butler, Mary Jane Skalski
Casa di Produzione: RAW
Distribuzione: Teodora Film

Data di uscita: 06/06/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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