NUREYEV – THE WHITE CROW

NUREYEV – THE WHITE CROW
di Ralph Fiennes


Terzo tassello della carriera da regista di Ralph Fiennes, racconto di un’emblematica esperienza artistica e umana, Nureyev - The White Crow è visivamente accattivante, coraggioso nelle scelte estetiche, ma narrativamente poco coeso, e incapace di catturare la specificità artistica del protagonista.

Voglio vederti danzare

È una carriera finora eclettica e interessante, quella del Ralph Fiennes regista: dopo l’esordio con lo shakespeariano Coriolanus (2011), e l’esplorazione del privato di un’icona letteraria come Charles Dickens in The Invisible Woman (2013), stavolta l’attore/regista britannico si immerge direttamente nel clima della guerra fredda, attraverso una delle parabole artistiche che meglio la caratterizzarono. La vita di Rudolf Nureyev, ballerino “rivoluzionario” del suo tempo – ma non come l’establishment sovietico avrebbe voluto –, disertore improvvisato e simbolo suo malgrado della resistenza a un potere opprimente, ha in sé un notevole potenziale cinematografico: sembra esserne consapevole, Fiennes, che decide di girare questo Nureyev – The White Crow in un misto di digitale e 16mm, accordando la tecnica utilizzata col segmento temporale raccontato – tre in tutto, dall’infanzia del protagonista nella cittadina sovietica di Ufa, alla sua formazione nell’accademia di ballo di Leningrado, fino al viaggio parigino che avrebbe cambiato la sua esistenza. Ed è curioso (e apprezzabile) che la fattura d’immagine più limpida e pulita – ancorché cromaticamente desaturata –, quella digitale, sia impiegata per narrarne l’infanzia, quasi a rimarcare una purezza “povera” in seguito sporcata dagli eventi e dai conflitti politici.

È inizialmente un po’ ingessato, l’andamento di questo Nureyev – The White Crow, stretto tra tre segmenti che sembrano procedere ognuno per proprio conto, con un montaggio vagamente disorientante per lo spettatore: tra le tre linee temporali, quella che pare avere il peso narrativo maggiore, nonché la migliore pregnanza di contenuti, è quella ambientata negli anni ‘60 parigini, in cui la regia di Fiennes rappresenta plasticamente il contatto del protagonista con un mondo altro. Qui, in fondo, la diserzione prossima matura già dall’approdo, in modo inconsapevole: coi suoi monumenti e la sua vita notturna, il suo misto di vestigia parlanti e fermenti culturali moderni, la capitale francese sembra fin da subito stabilire una singolare empatia col protagonista. È coup de foudre, immediato. E non si tratta soltanto, come semplicisticamente affermato dai suoi accusatori, di una fascinazione del ballerino per un generico modo di vita occidentale: si tratta piuttosto di una spinta di autoaffermazione, di ribellione che ha i tratti dell’individualismo, in una città che si preparava ad accogliere i fermenti del Maggio francese. Fermenti – che non a caso avrebbero avuto tra i loro bersagli la burocrazia stalinista sovietica – le cui basi erano già tutte presenti nel periodo preso in esame dal film.

Se la frazione francese di Nureyev – The White Crow funziona complessivamente bene, illuminando anche le idiosincrasie e le nevrosi di un protagonista sempre più inquieto, più scolastica e didascalica appare la descrizione della sua formazione presso la scuola di Leningrado, con l’ascendente esercitato sulla ricca moglie del suo mentore (quest’ultimo interpretato con ottimo understatement dallo stesso Fiennes), e la descrizione di un rapporto e di una “formazione” (professionale, artistica e umana) che meritava forse uno sguardo più ravvicinato. Slegata dal resto – forse volutamente –, pregna di suggestioni e con un mood quasi da film muto, appare invece la parte che racconta l’infanzia del personaggio, visualizzata da un digitale che si apre al formato panoramico 2.39:1, tale da dare all’immagine una consistenza talmente limpida e definita da apparire quasi onirica – aiutata in questo dalle tonalità grigie e algide del croma. Una scelta che rievoca la durezza del periodo formativo del protagonista, quello del suo imprinting artistico, nel momento stesso in cui ne celebra in qualche modo la purezza: una purezza esplicitata in un rapporto di muta complicità con sua madre (presenza il cui peso attraversa silenziosamente l’intero racconto), nonché nella conflittualità inespressa col padre soldato.

In tutto ciò, in una costruzione sbilanciata e poco coesa – pur con punte di notevole fascino – il limite principale di questo Nureyev – The White Crow sta nel non aver illuminato a dovere la specificità artistica del protagonista, il suo rapporto con un mezzo espressivo come quello della danza, oltre alla compenetrazione di quest’ultimo con la sua vita privata e col suo modo di essere. Al di là delle enunciazioni di principio – didascalicamente espresse nella scena in cui il protagonista spiega di aver voluto svecchiare i modelli della danza moderna, introducendo movenze “femminili” nelle ingessate strutture del balletto maschile – il film non fa molto per rappresentare davvero il Rudolf Nureyev artista. Il suo apporto a un intero settore artistico, e la dialettica instaurata con esso, restano sottintesi, quasi fossero elementi secondari di un film che sembra volersi concentrare più su una vicenda umana e politica, su un’istanza di affermazione personale schiacciata da un ingranaggio implacabile e senza volto. Una componente, quest’ultima, che il film mette in scena comunque in modo convincente – aiutato anche, ma non solo, dalla buona prova del protagonista Oleg Invenko – e che sfocia in una conclusione ad alta tensione emotiva, con una lunga sequenza thriller ben orchestrata e diretta. Tuttavia, del “Corvo Bianco” Rudolf Nureyev – contrariamente a quanto promesso dal titolo – della sua presenza e del suo impatto sulla disciplina che rappresentò, non restano che vaghe, incorporee tracce. Peccato.

Titolo originale: The White Crow
Regia: Ralph Fiennes
Paese/anno: Francia, Regno Unito, Serbia, Stati Uniti / 2018
Durata: 117’
Genere: Biografico, Drammatico
Cast: Adèle Exarchopoulos, Aleksey Morozov, Arnaud Humbert, Calypso Valois, Chulpan Khamatova, Louis Hofmann, Mar Sodupe, Oleg Ivenko, Olivier Rabourdin, Ralph Fiennes, Raphael Personnaz, Sergei Polunin, Yann Bean, Yves Heck, Zach Avery
Sceneggiatura: David Hare, Julie Kavanagh
Fotografia: Mike Eley
Montaggio: Barney Pilling
Musiche: Ilan Eshkeri
Produttore: Andrew Levitas, Carolyn Marks Blackwood, François Ivernel
Casa di Produzione: BBC Films, Magnolia Mae Films, Metalwork Pictures, Montebello Productions, Work in Progress
Distribuzione: Eagle Pictures

Data di uscita: 27/06/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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