NONA. SI ME MOJAN, YO LOS QUEMO

NONA. SI ME MOJAN, YO LOS QUEMO
di Camila José Donoso
Voto: 6,5

Tra satira e decostruzione, ritratto intimo e singolare spaccato sociale, Nona. Si me mojan, yo los quemo testimonia del personale approccio al racconto per immagini della regista Camila José Donoso. Un’opera imperfetta ma interessante, dal concorso della 55a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro.

E bruciare tutto non è sempre così brutto

“Se mi bagnano, io li brucio”. È abbastanza esplicita, la traduzione del sottotitolo di questo Nona. Si me mojan, yo los quemo, terza regia della giovane cineasta cilena Camila José Donoso, presentata in concorso alla 55a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Per capire appieno il senso di questo sottotitolo, tuttavia, bisogna guardare fino alla fine il film della regista, sorta di tributo/omaggio/proiezione fantastica (dalla struttura circolare) alla figura della nonna, interprete nel film di una sorta di alter ego di se stessa. Un alter ego sardonico e vendicativo quanto basta, piromane un po’ per caso, un po’ per predisposizione naturale: il film, su questo punto, lascia libera interpretazione allo spettatore. Di sicuro, il personaggio ha un carattere iconoclasta, un po’ come lo stesso film – anche verso il cinema stesso.

Il film della Donoso vuole essere in parte ritratto personale di una donna borghese reso attraverso alcuni documenti filmati della sua vita, in parte descrizione metaforica dell’evoluzione della storia cilena nell’ultimo cinquantennio, dal breve periodo di Allende alla successiva fase della dittatura, fino al confuso e contraddittorio presente del paese. Non è esplicita, la trattazione politica, ma piuttosto sottintesa, evidenziata nella rievocazione – pur ideologicamente ambigua – del cambio di regime, della casa acquistata con la valuta in vigore sotto Allende e delle barricate bruciate con gioia sotto il regime di Pinochet, nelle scritte sui muri che inneggiano, nell’epilogo/prologo, all’anniversario della rivoluzione cubana, in alcuni dialoghi (il tassista convinto che gli incendi siano opera del demonio) che mostrano la permanenza di credenze superstiziose tra le classi popolari del Cile moderno.

La soluzione del personaggio di Nona alle contraddizioni del presente, a un’ipocrisia borghese che pare aver mantenuto, del recente passato, tutte le componenti più deleterie – espresse in disuguaglianze sociali sempre più visibili – sembra essere un repulisti radicale: un impeto piromane che, una vola soddisfatto, lascia l’autrice a contemplare i risultati della sua azione, come una versione femminile – e moderna – di Nerone. Un impeto che si sposta, metanarrativamente, anche sul piano del linguaggio scelto, col motivo della pellicola che brucia più volte esplicitamente richiamato, e un’alternanza continua di messa in scena classica con mezzi moderni, filmini casalinghi in 16mm, spezzoni da found footage, parti riprese con videocamere analogiche, oltre a mute e psichedeliche variazioni di ognuna di queste componenti.

Il quadro generale che si ricava da questo Nona. Si me mojan, yo los quemo è stimolante ma vagamente disorientante, anche per l’incerta distanza dell’osservatore dall’oggetto trattato: un po’ come se la regista, nel momento in cui si accorgesse di avvicinarsi troppo al suo personaggio – che intuiamo reale come parte delle vicende che vengono raccontate – o di “violare” in modo eccessivo la sua intimità, scegliesse di distanziarsene inserendo una sovrastruttura, un drastico cambio di modo di ripresa, un ellissi temporale. In questo senso, forte rimane l’impressione di una certa freddezza (ed è un paradosso un po’ beffardo, dato il tema del film), di un’operazione intellettuale a cui manca, a prescindere da quali fossero le reali intenzioni dell’autrice, il necessario contraltare emotivo.

Resta comunque un’operazione interessante, quella di questo Nona. Si me mojan, yo los quemo, che ha anche il merito di aver rivelato un’ulteriore faccia del cinema cileno contemporaneo, di una generazione anagraficamente successiva a quella di Pablo Larraín (di circa una decina d’anni più anziano rispetto alla regista – che è del 1988), non dimentica della sua lezione ma desiderosa di cercare un personale approccio al racconto del presente del paese. Il risultato è una sorta di satira/decostruzione, tra voglia di intimità e pulsioni anarcoidi, non sempre centratissima, ma affascinante e decisamente stimolante nelle suggestioni che offre.

Titolo originale: Nona. Si me mojan, yo los quemo
Regia: Camila José Donoso
Paese/anno: Cile / 2019
Durata: 86’
Genere: Drammatico, Grottesco
Cast: Paula Dinamarca, Nancy Gómez, Eduardo Moscovis, Josefina Ramírez, Gigi Reyes
Sceneggiatura: Camila José Donoso
Fotografia: Matías Illanes
Montaggio: Karen Akerman, Camila José Donoso
Produttore: Rocío Romero, Alexa Rivero, Tatiana Leite, Rodrigo Letier
Casa di Produzione: Mimbre Producciones, Transparaíso Films, Bubbles Project, Altamar Films

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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