OPERA SENZA AUTORE

OPERA SENZA AUTORE
di Florian Henckel von Donnersmarck
Voto: 6,5

A otto anni da The Tourist, Florian Henckel von Donnersmarck torna in Opera senza autore a esplorare la storia recente e i suoi fantasmi, in un fluviale affresco che si snoda attraverso tre decenni. Il film arriva in home video tramite l’etichetta 01 Distribution/Rai Cinema, in un DVD dalla buona resa audio-video, seppur privo di contenuti speciali.

L’invisibile creatore

Ha fatto passare ben otto anni, Florian Henckel von Donnersmarck, prima di tornare dietro la macchina da presa, dopo il suo salto nel blockbuster d’autore con The Tourist. Otto anni in cui molto è cambiato, sia in quel cinema europeo più popolare che vide trionfare il suo Le vite degli altri, sia più nei gusti di quello che resta il suo pubblico di riferimento – quello del cinema da festival più improntato ai racconti “forti” e alla classicità – ormai più smaliziato rispetto a un decennio fa. Regista naturalmente portato a indagare la storia, e le sue ricadute sul presente della società europea, von Donnersmarck dirige con Opera senza autore un fluviale affresco che vuole tenere insieme storia e memoria personale, dimensione intima e dramma collettivo, rigore della ricostruzione e impeto da feuilleton. Un’opera che in circa tre ore racconta l’esistenza di un artista tedesco (ispirato alla reale figura storica del pittore Gerhard Richter) attraverso i due totalitarismi attraversati dalla Germania nel corso del secolo, e un ritorno alla democrazia che non ha fatto compiutamente i conti coi fantasmi del passato. Fantasmi, questi ultimi, che restano attaccati alla vita di Kurt Barnert nella figura del suocero Carl Seeband, da sempre oppositore della sua relazione con la figlia Ellie, e in passato resosi responsabile di un orribile crimine.

È piuttosto esplicito e diretto, il registro di Opera senza autore, privo di orpelli e sovrastrutture, con un piglio che punta da subito al coinvolgimento del pubblico e a una sua introduzione decisa – persino violenta – nel dramma dei protagonisti: siamo nel pieno del periodo nazista, l’arte moderna è considerata arte degenerata, prodotta da – e indirizzata a – quei “deboli di mente” che il regime vuole eliminare. Il prologo, che delinea ottimamente il rapporto del protagonista bambino con sua zia Elisabeth, giovane donna dal temperamento artistico che finirà per questo nelle camere a gas, ci catapulta in media res in un dramma che intuiamo destinato ad avere ripercussioni ben più vaste – e durature – rispetto a quelle di un “semplice” crimine perpetrato dal regime. Il regista gioca in modo spregiudicato con le ellissi temporali, non avendo paura a mettere tra parentesi molta dell’evoluzione personale del protagonista, glissando su vari aspetti della sua situazione familiare (in particolare sul rapporto col padre) e stringendo direttamente l’obiettivo su quello che si delinea come il tema principale della storia: la love story tra lo stesso Kurt e la futura moglie Ellie, figlia di quel medico delle SS che si rese responsabile della morte di sua zia. Il parallelo tra quest’ultima e la figura di Ellie è più che mai esplicito, sia nella fisicità affine, a più riprese sottolineata dalla regia, che nello stile di recitazione delle due interpreti, rispettivamente Saskia Rosendahl e Paula Beer.

Più in generale, nel suo ricercato piglio popolare, tutto Opera senza autore si caratterizza per un registro esplicito, per una voluta assenza di nuances, per la scelta dell’affresco “epico” – storicamente ben contestualizzato quanto poco improntato ai chiaroscuri – a rappresentare una frazione di storia caratterizzata da cambiamenti violenti e spesso destabilizzanti. Il titolo internazionale del film di von Donnersmarck, d’altronde, è un esplicito Never Look Away (dall’esortazione fatta dalla giovane Elisabeth al protagonista bambino): ciò che conta è la ricerca della verità, e soprattutto della bellezza nella verità, finanche laddove quest’ultima è la più tragica. Una ricerca che si esplicita nel film nel percorso del protagonista a caccia del suo approccio ideale alla creazione artistica, che passa dapprima attraverso i soggetti più cupi e astratti, per approdare poi a una forzata adesione al realismo socialista, a un poco convinto matrimonio con le avanguardie dominanti nell’Ovest capitalista, per giungere infine a una personale e peculiare ricerca del reale. Proprio l’intimo, accidentato percorso del Kurt interpretato da Tom Schilling, in cui si mescolano tensione creativa e rilettura critica del proprio passato – ivi compreso quello familiare – è la componente più interessante, ma anche quella trattata nel modo più tardivo e incompleto, del film di von Donnersmarck.

La frazione finale di Opera senza autore, con la svolta compiuta dal protagonista e la sua scelta all’insegna di quel realismo inquieto, quello che annulla l’entità-autore (e in questo è fin troppo facile vedere un parallelo con l’approccio dello stesso regista alla creazione cinematografica) in favore di un’adesione mimetica che resta consapevole – in quelle linee che sporcano l’immagine – della distanza dal soggetto ritratto, giunge dopo un susseguirsi di eventi poco rilevanti, a volte improntati al mero riempitivo (tutta la frazione della vita del protagonista all’interno dell’accademia). La sceneggiatura, tutta tesa alla resa diretta di un dramma i cui contorni (e i cui ruoli) sono da subito chiari, sembra ricordarsi solo nell’ultima parte di inserire uno slancio melò che ne sostanzi in qualche modo le basi, coerentemente con l’ottica del film. Un’ottica che, lo ripetiamo, può legittimamente restare indigesta a una parte del pubblico, magari meno uso ai toni espliciti, e più intrigato dall’esplorazione delle zone d’ombra (e dei vuoti da riempire con la propria, personale sensibilità) di personaggi comunque ben costruiti. In questo senso, il più diretto termine di paragone per il film, il già citato Le vite degli altri, aveva indubbiamente un altro passo e un’altra coerenza. Ma l’esplorazione compiuta qui da von Donnersmarck, pur con le sue lungaggini e nel suo piglio a tratti “urlato”, contiene comunque momenti di cinema di assoluta rilevanza. Quanto basta perché le tre ore di visione trovino una solida giustificazione.

Titolo originale: Werk ohne Autor
Regia: Florian Henckel von Donnersmarck
Paese/anno: Germania, Italia / 2018
Durata: 188’
Genere: Drammatico
Cast: Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Saskia Rosendahl, Oliver Masucci, Ina Weisse, Florian Bartholomäi, Hans-Uwe Bauer, Ben Becker, Antonia Bill, Rainer Bock, Jonas Dassler, Lars Eidinger
Sceneggiatura: Florian Henckel von Donnersmarck
Fotografia: Caleb Deschanel
Montaggio: Patrick Sanchez-Smith
Musiche: Max Richter
Produttore: Florian Henckel von Donnersmarck
Casa di Produzione: Pergamon Film, Wiedemann & Berg Filmproduktion
Distribuzione: 01 Distribution

Data di uscita: 04/10/2018

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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