TRAGAM-ME A CABEÇA DE CARMEN M.

TRAGAM-ME A CABEÇA DE CARMEN M.
di Catarina Wallenstein, Felipe Bragança


Coraggioso nelle scelte narrative e di messa in scena, Tragam-me a Cabeça de Carmen M. è un’opera in cui i registi Felipe Bragança e Catarina Wallenstein raccontano la storia brasiliana attraverso la rievocazione di uno dei suoi emblemi. In concorso alla 55a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro.

La testa dell’artista, il cuore di un paese

È una cifra stilistica interessante, quella usata dai registi Felipe Bragança e Catarina Wallenstein, per il racconto di una figura come quella di Carmen Miranda. Un racconto, quello portato avanti da questo Tragam-me a Cabeça de Carmen M., in concorso alla 55a Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, che neanche può dirsi diretto, ma piuttosto filtrato, ricostruito, assemblato tramite i meccanismi dell’allusione e dell’analogia. Quello dell’iconica attrice e cantante, portoghese, europea, straniera che si trovò a diventare simbolo di una cultura come quella brasiliana, è nel film una sorta di fantasma, evocato attraverso il parallelo della sua storia con quella della protagonista Ana (a cui dà il volto la stessa Catarina Wallenstein) che dovrà interpretarne la parte. Neanche il cognome per esteso viene mai citato: solo Carmen M., la donna di cui il titolo invita esplicitamente a prendersi la testa (citando il titolo originale del classico di Sam Peckinpah, Voglio la testa di Garcia). Un senso che tuttavia, nella visione del film, diviene doppio e ambiguo: la frase, infatti, esprime sì il punto di vista del Brasile fascista e puritano (di ieri e di oggi) che vorrebbe elidere tutta l’arte non allineata, ma anche quello di chi – come esplicitamente dichiarato nella prima sequenza del film – vorrebbe scrutare nella mente dell’artista per penetrarne l’essenza.

Ci si potrebbe forse aspettare un’esplosione di colori e musica, o comunque un’estetica che rimandi direttamente agli anni presi in esame dal film, per un’opera che – volente o nolente – ha come punto di riferimento principale la regina della spensieratezza, l’icona della levità kitsch e la rappresentante di un immaginario lucente e “solare” (almeno nella vulgata) come quello della cultura popolare brasiliana. Tragam-me a Cabeça de Carmen M. è invece un film dai toni foschi, sperimentale nelle modalità narrative e nella messa in scena, che intelligentemente rifugge dalla metafora esplicita e dalla citazione diretta; lo fa, il film di Felipe Bragança e Catarina Wallenstein, trattando un percorso artistico nella sua complessità e nelle sue contraddizioni, e intrecciandone le basi col periodo storico in cui maturò. La Miranda, rievocata nelle parole della sua alter ego del 2018, era un’“aliena” che inseguiva il sogno visionario di un paese fondato come mondo altro, di musica e utopica condivisione, violentato e stravolto dal regime di Vargas; allo stesso modo, Ana arriva dall’Europa in una terra che ha appena arrestato il socialista Lula e si prepara a consegnarsi alla deriva reazionaria di Bolsonaro. Una storia ciclica, percorsa dall’amaro pessimismo dell’artista di ieri e di oggi.

Tragam-me a Cabeça de Carmen M. si articola su due piani temporali sfalsati, che mostrano rispettivamente l’apprendistato di Ana, le prove delle canzoni della Miranda (leit motiv – anche simbolico – del film è il pezzo Recenseamento, dall’emblematico testo che racconta una storia di umiliazione e speranza), i dialoghi con la sua mentore (un’enigmatica donna sulla sedia a rotelle) e il suo privato col compagno; e poi il contatto dell’artista coi bassifondi, il suo rinvenimento priva di sensi da parte di un trans, la nuova “formazione” in un universo di sbandati di cui dovrà apprendere le regole. Con un’interessante scelta estetica, la prima parte è narrata in un rigoroso e denso bianco e nero, mentre la seconda è espressione di quell’universo colorato e kitsch, addirittura fantastico nel carattere levigato e iperrealistico della fotografia, che tanto bene si accorda all’immaginario associato all’artista. Un immaginario, tuttavia, che mentre mostra i suoi sfavillanti colori, racconta di outsider e derelitti, gente spinta ai margini dalla globalizzazione e destinata a restarci. In mezzo, divagazioni sulla storia del paese, l’interessante digressione sull’incendio del museo nazionale – inestimabile deposito di cultura indigena andato distrutto – l’amarezza di una viaggiatrice che, cercando le tracce di una sua simile, ha trovato quelle della crudeltà della Storia. Il finale aperto non lascia certezze, ma non esprime neanche sentenze definitive. E ciò, in fondo, è coerente con quello che il film ha espresso.

Titolo originale: Tragam-me a Cabeça de Carmen M.
Regia: Catarina Wallenstein, Felipe Bragança
Paese/anno: Brasile, Portogallo / 2019
Durata: 61’
Genere: Drammatico
Cast: Catarina Wallenstein, Helena Ignez, Higor Campagnaro, Luiz Alfredo Montenegro, Lux Nègre, Marcos Sacramento, Priscila Lima
Sceneggiatura: Catarina Wallenstein, Felipe Bragança
Fotografia: Guilherme Tostes
Montaggio: Karen Black
Produttore: Catarina Wallenstein, Felipe Bragança
Casa di Produzione: Cavideo Produções

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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