SPIDER-MAN: FAR FROM HOME

SPIDER-MAN: FAR FROM HOME
di Jon Watts


Non era un sequel facile, questo Spider-Man: Far From Home: il regista Jon Watts si è trovato a dover conciliare la necessità di continuity col precedente Avengers: Endgame e l’atmosfera scanzonata del primo film. Il risultato, al netto di alcuni scivoloni e trascuratezze, è comunque abbastanza soddisfacente.

Così lontano, così vicino

Fa un certo effetto, appena due mesi dopo il rassemblement e l’epica conclusione di Avengers: Endgame, tornare a vedere un film Marvel almeno teoricamente “stand-alone”, dedicato a un singolo personaggio. Fa ancora più effetto, forse, pensare che questo Spider-Man: Far From Home sia di fatto solo il secondo film dedicato all’arrampicamuri in versione Marvel Cinematic Universe, nonostante in realtà questa sia la quinta apparizione del personaggio (nella versione col volto di Tom Holland) sullo schermo. Paradossi della continuity di casa Marvel, in massima parte, ma forse anche qualcos’altro: nonostante le perplessità iniziali, infatti, il personaggio nella sua attuale incarnazione si è rapidamente conquistato un suo spazio all’interno dell’immaginario degli spettatori del MCU, e soprattutto il suo interprete ha convinto (in gran parte) anche gli scettici. Anche se il ricordo di Tobey Maguire è ben vivo nella memoria dei fans, l’ormai ex “bimbo-ragno” di Holland è ora per tutti, indiscutibilmente, Peter Parker/Spider-Man. Un risultato che va sicuramente ascritto – specie considerata la storia del personaggio sullo schermo, le sue precedenti incarnazioni, e lo scetticismo iniziale – allo studio di Kevin Feige, al regista Jon Watts, e ovviamente al suo giovane interprete.

In una saga che, dopo i fuochi d’artificio del film precedente – con l’uscita di scena di due dei suoi pezzi da novanta – ritorna a una dimensione parzialmente più “piccola” e prosaica, questo sequel dovrebbe rappresentare la chiusura della cosiddetta Fase Tre. Una categorizzazione che tuttavia, com’è stato più volte ripetuto, è in realtà solo teorica: non c’è dubbio, infatti, che il carattere di opera conclusiva, riassuntiva e onnicomprensiva di tutta una fase storica dell’universo Marvel (così come l’abbiamo finora conosciuto) appartenga ad Avengers: Endgame. Questo Spider-Man: Far From Home, nel suo carattere di “ritorno sulla terra” per un personaggio e per un intero immaginario, vuole in parte essere una sorta di postilla, un modo più “soft” per preparare i fans ai cambiamenti che verranno, ma anche una sorta di rassicurazione per gli spettatori più distratti: non ci sono più Tony Stark e Steve Rogers, il futuro degli Avengers è incerto, ma la loro narrazione cinematografica è tutt’altro che conclusa. Certo, i cambiamenti saranno tanti e radicali – verosimilmente già dal prossimo, annunciato Black Widow – e la probabilissima introduzione di nuovi personaggi nella saga (gli X-Men e i Fantastici Quattro sono lì, pronti a essere utilizzati) pone in egual misura sfide e incertezze.

Il film di Jon Watts, così, più che da capitolo conclusivo di una frazione della saga, fa semmai da ponte verso ciò che verrà, preparando il terreno per le (im)prevedibili novità del franchise. In questo senso, l’aver scelto un personaggio giovane – limitando questa definizione al contesto della saga, ovviamente – ha un senso preciso, vista anche la pesante eredità che lo Spider-Man interpretato da Holland inizia a portare con sé a partire a partire da questo film: Tony Stark ha infatti in qualche modo eletto Peter a suo successore, gli ha consegnato l’accesso al suo arsenale tecnologico e militare (tutto racchiuso negli occhiali E.D.I.T.H. – lasciamo allo spettatore la scoperta del significato della sigla), ma il ragazzo è comprensibilmente ben lungi dal sentirsi all’altezza. La sua “educazione supereroistica”, nonostante le traversie passate, di fatto non si è completata; le sue stesse necessità immediate – far colpo sull’amata Mary Jane durante una gita scolastica in Europa – sono ben più semplici e prosaiche rispetto a quelle di un supereroe. C’è in questo senso un che di ironico nel titolo: Peter è infatti “lontano da casa” così come può esserlo un qualsiasi adolescente. Un po’ paradossale, per un personaggio che abbiamo visto combattere nello spazio, ma funzionale a un suo corretto (re)inquadramento nell’ottica del film.

La nuova chiamata all’azione – da parte di un Nick Fury che vediamo tornare qui a un ruolo più corposo rispetto ai precedenti film, e della new entry Mysterio interpretata da Jake Gyllenhaal – provoca quindi, comprensibilmente, più di un momento di crisi e incertezza nel protagonista. Proprio in questo senso, la sceneggiatura di Spider-Man: Far From Home si trova a dover gestire il difficile doppio binario di un sequel che non può ignorare quanto accaduto in Avengers: Endgame, ma contemporaneamente deve proseguire il mood da “romanzo di formazione” del precedente Spider-Man: Homecoming, replicandone in qualche modo il tono scanzonato e adolescenziale. Una coesistenza di toni certo non semplice, che nella prima parte si cerca di gestire con i cenni – in parte virati al grottesco – sul “Blip” (la temporanea “morte” di metà del pianeta, occorsa tra gli eventi di Avengers: Infinity War e quelli di Avengers: Endgame). Cenni, questi ultimi, che tuttavia restano leggermente decontesualizzati, privi di seguito, apparentemente funzionali solo alla ferrea regola della continuity di casa Marvel (e alla necessità della sua perenne sottolineatura). Sempre nell’ottica del tentativo di conciliare le due diverse “anime” del film, vanno inquadrati gli sketch da teen movie vacanziero che a tratti sconfinano nel farsesco, espressi soprattutto in una prima parte in cui il ritmo – specie nella frazione ambientata a Venezia – fatica un po’ a carburare. Il tentativo di mantenere un collegamento con l’atmosfera da commedia adolescenziale à la John Hughes del precedente film appare, in alcune sequenze, vagamente forzato.

Le cose vanno meglio quando il personaggio entra in azione e il plot (coi rispettivi ruoli) si precisa in modo più netto. In questo senso, riveste un peso particolare una figura come quella di Mysterio, gestita in modo abile dalla sceneggiatura e introdotta funzionalmente nella mitologia della saga: merito, anche, di un Jake Gyllenhaal sornione e capace di leggere ottimamente il personaggio. L’evoluzione del plot mostra in corsa qualche forzatura – specie nella parte conclusiva, che vede coinvolti i personaggi di Nick Fury e dell’“Happy” Hogan interpretato da Jon Favreau – ma il film sembra trovare un equilibrio più convincente rispetto a quanto visto nella prima parte, innervato dai soliti, robusti quantitativi di azione, e da un interprete ormai familiare e perfettamente a suo agio col personaggio. Se questo Spider-Man: Far From Home, rispetto al suo diretto predecessore, perde qualcosa quanto a spontaneità e freschezza di tono, va sottolineata l’introduzione di alcune interessanti soluzioni di regia, che sfruttano abilmente la svolta “onirica” che a un certo punto il plot si dà. Una scelta, questa, che in parte avvicina il film all’opera visivamente più “anarchica” del Marvel Cinematic Universe (parliamo del Doctor Strange diretto da Scott Derrickson) ma in parte è debitrice anche al recente, splendido film animato Spider-Man – Un nuovo universo: un’opera, quest’ultima, che ha rappresentato sicuramente la più convincente incarnazione moderna del personaggio, la cui influenza (lo si vede anche nel breve riferimento al “multiverso”) si fa chiaramente sentire anche qui.

Dopo quanto visto in Avengers: Endgame, e considerati quali erano i contorni del progetto – e le coordinate all’interno del quale doveva muoversi il film – era probabilmente irragionevole aspettarsi che questo Spider-Man: Far From Home replicasse la freschezza di tono e il felice equilibrio di generi che avevano caratterizzato il suo predecessore. Qui, Jon Watts ha avuto evidentemente meno libertà, trovandosi stretto nell’imperativo della continuity con le altre opere Marvel, dovendo conciliare un coming of age non ancora conclusosi – quello di un personaggio tanto importante, quanto (per ragioni indipendenti dal discorso artistico e creativo) introdotto tardivamente all’interno della saga – con la necessità di mantenere una coerenza con l’epica del precedente film dedicato agli Avengers; una necessità che si andava a sommare a quella di preparare e accompagnare in modo graduale lo spettatore ai futuri – e ancora tutt’altro che certi – sviluppi della saga. Il risultato è a tratti decisamente efficace, nonostante alcune cadute di tono e trascuratezze: molte di queste ultime erano probabilmente evitabili, con un più attento lavoro di scrittura. Le attenuanti, tuttavia, in un lavoro comunque complessivamente godibile, certamente non mancano.

Titolo originale: Spider-Man: Far From Home
Regia: Jon Watts
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 129’
Genere: Avventura, Azione, Fantastico
Cast: Angourie Rice, Cobie Smulders, Erik Sommers, Hemky Madera, J. B. Smoove, Jacob Batalon, Jake Gyllenhaal, Jon Favreau, Marisa Tomei, Martin Starr, Peter Billingsley Sceneggiatura: Chris McKenna, Samuel L. Jackson, Tom Holland, Tony Revolori, Zendaya
Sceneggiatura: Chris McKenna, Erik Sommers
Fotografia: Matthew J. Lloyd
Montaggio: Dan Lebental
Musiche: Michael Giacchino
Produttore: Amy Pascal, Kevin Feige
Casa di Produzione: Columbia Pictures, Marvel Studios, Pascal Pictures
Distribuzione: Warner Bros. Entertainment Italia

Data di uscita: 10/07/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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