BABY GANG

BABY GANG
di Stefano Calvagna


Nonostante un plot assemblato giorno per giorno, privo – stando alle dichiarazioni del regista – di un vero copione, Baby Gang appare un lavoro ben strutturato, che offre una nuova sfumatura dello sguardo duro e realistico del cinema di Stefano Calvagna.

Strade sperdute

Continua imperterrito a esplorare il mondo che conosce meglio, Stefano Calvagna. Il cinema del regista romano sembra ormai essersi attestato sul ritmo di un film l’anno – gli ultimi tre sono apparsi tutti nei mesi estivi – proseguendo in una sorta di indagine “antropologica”, cinematograficamente ruspante quanto esteticamente efficace, che continua a mostrare i colori delle borgate e della vita di strada. I modelli dichiarati, per questo nuovo Baby Gang, sono stavolta particolarmente impegnativi: si parla di neorealismo, e in particolare della rilettura che ne ha dato un gigante del cinema e della cultura italiana come Pier Paolo Pasolini. Modelli che tuttavia, vedendo il film, restano presenti più che altro come idea di partenza e guida concettuale, “simpatia” e vicinanza di sguardo – fatti i dovuti distinguo – che certo non vuole sostituirsi ai maestri. Calvagna ha il suo, di sguardo, anche se in questo nuovo film lo esplicita in un modo inedito. Per certi versi con un vigore rinnovato.

Baby Gang, stando a quanto dichiarato dallo stesso regista, nasce senza un copione vero e proprio, con un plot frutto dell’improvvisazione giornaliera dello stesso Calvagna. I cinque membri della banda giovanile sono non professionisti; adolescenti presi dal contesto delle borgate capitoline, affiancati da alcuni volti ricorrenti nel cinema di Calvagna (Claudio Vanni, Andrea Autullo), e dallo stesso regista, che si ritaglia qui il ruolo dello psichiatra carcerario. Al centro di tutto c’è una baby gang, appunto: un suo membro – il carismatico Giorgio – è sotto chiave, solo alla fine scopriremo per quale motivo. Dai colloqui tra lui e lo psichiatra, il film si dipana in un lungo flashback: l’amicizia fraterna con l’altro membro principale del gruppo, Marco, i furti, il contatto quotidiano con la droga, le risse da stadio. Poi, l’ingresso in due “giri” nuovi, un po’ più pericolosi di quelli finora frequentati dal gruppo: la clonazione delle carte di credito, da un lato, e la prostituzione minorile, dall’altro. Un tentativo di espansione che segnerà anche l’inizio della fine.

È interessante come, per improvvisato e libero che sia, Baby Gang appaia comunque un film molto scritto, e narrativamente organizzato. Segno, quest’ultimo, che una traccia narrativa – magari inconscia – o comunque un’idea di massima sullo svolgimento del plot e sull’effetto da trasmettere, nella mente di Calvagna era probabilmente presente. Sia quel che sia, il film appare (ed è un bene) decisamente strutturato, grazie anche a un montaggio che assembla e seleziona le storie personali, mettendo in primo piano le figure dei due protagonisti – gli efficaci Daniele Lelli e Raffaele Sola – senza dimenticare i restanti membri del gruppo. Il risultato è un affresco cupo, all’insegna di un realismo anche più spietato rispetto a quanto si vedeva nei precedenti film del regista. Più che la partitura – ci si passi il paragone musicale – “da free jazz” del film (che, lo ripetiamo, è abbastanza “trasparente” nel risultato finale) a distanziare questo nuovo lavoro dai precedenti di Calvagna è il suo carattere collettivo: l’assemblaggio di storie libera anche la trama dai legacci del film di genere, quelli che comunque avevano tenuto imbrigliato il precedente Cattivi e cattivi.

L’effetto è quello di un efficace pugno – cinematografico – nello stomaco, che lascia ben pochi spiragli di luce. Il melò de La fuga, ma anche l’iperrealismo a tratti sdrammatizzante del già citato Cattivi e cattivi, sono abbastanza lontani. Non è che non ci sia humour, in Baby Gang: anzi, spesso si sorride, ma quando ci si allontana dalle singole storie e si guarda il quadro generale, si capisce che erano sorrisi amari. L’affresco resta volutamente “piccolo” e lontano da qualsiasi declamazione, vieppiù da tentazioni pedagogiche: il legame tra Giorgio, Marco, Giulio, Alessandro e Luca è quanto di più reale e sano si possa immaginare (nel contesto malsano che gira intorno e dentro il loro gruppo), la loro amicizia è giustamente ed esplicitamente celebrata. Le loro sono vite noir, di un noir che ha ormai assunto i contorni del quotidiano: quando agli scontri con pugni e coltelli si sostituiscono le pistole, praticamente neanche ce ne accorgiamo. E la tragedia, volutamente priva di epica, è lo sbocco più naturale. Il crimine non paga, e Baby Gang questo ci tiene a sottolinearlo: ma è davvero difficile trovare qualcosa che paghi, da quelle parti. Tutto il resto è noia, per quelli a cui a cui va bene; morte o qualche decennio “ar gabbio”, per gli altri. Ma restare liberi e in piedi, se non altro per sperare ancora nella speranza, sembra comunque un auspicio accettabile.

Titolo originale: Baby Gang
Regia: Stefano Calvagna
Paese/anno: Italia / 2019
Durata: 85’
Genere: Drammatico, Noir
Cast: Andrea Autullo, Chiara De Angelis, Claudio Vanni, Daniele Lelli, Domiziana Mocci, Francesco Lisandrelli, Gianluca Barone, Gianmarco Malizia, Giulia Sauro, Raffaele Sola, Stefano Calvagna
Sceneggiatura: Stefano Calvagna
Fotografia: Matteo de Angelis
Montaggio: Roberto Siciliano
Musiche: Mauro Paoluzzi
Produttore: Stefano Calvagna
Casa di Produzione: Lake Film
Distribuzione: Lake Film

Data di uscita: 17/07/2019

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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