MEN IN BLACK: INTERNATIONAL

MEN IN BLACK: INTERNATIONAL
di F. Gary Gray


Men in Black: International tenta di dare un nuovo respiro e due nuovi protagonisti alla longeva saga nata nel 1997: ma i contrasti tra la produzione e il regista F. Gary Gray sono risultati in un prodotto stanco e privo di mordente, penalizzato da uno script di sconcertante esilità.

L'internazionale del tedio

Tra i franchise più longevi del cinema d’intrattenimento statunitense, nato negli anni ’90 con un prototipo che rapidamente ha incarnato una delle tante facce (quella più mainstream) di quel decennio, la saga di Men in Black è stata rivitalizzata solo – relativamente – di recente, con un terzo episodio datato 2012, che ne aveva reimpostato le basi narrative. Questo nuovo Men in Black: International, firmato dall’esperto F. Gary Gray, si pone quindi in parte come sequel, in parte come una sorta di spin-off/reboot della saga, vista l’uscita di scena dei due protagonisti storici Will Smith e Tommy Lee Jones e il coinvolgimento di quelle che una volta sarebbero state definite “forze fresche”. All’annunciata internazionalizzazione del plot – che qui spazia dalla New York che è quartier generale storico del gruppo a fino a Parigi, passando per le strade e stradine di Marrakesh, Londra e di un’isola vicino Napoli – si aggiunge un riequilibrio “di genere”, con tanto di occasione di riflettere una volta di più sul nome dell’organizzazione – e della saga. Al nuovo “uomo in nero” Chris Hemsworth si affianca infatti una Tessa Thompson smaniosa di dimostrare la propria attitudine a occuparsi di affari alieni, folgorata dall’incontro con una creatura extraterrestre durante l’infanzia. I nemici: due pericolosi criminali spaziali decisi a impadronirsi di una letale arma, e (forse) una talpa interna all’organizzazione.

Non aggiungiamo altro, sul plot di questo nuovo Men in Black: International, e non certo per la paura di incappare in spoiler, o per la parsimonia critica che da sempre impone di non dilungarsi sull’intreccio di un film. Il motivo per cui non aggiungiamo dettagli è che veramente il film di F. Gary Gray, regista che ha praticamente disconosciuto – non esplicitamente, ma nei fatti – il risultato finale, può essere riassunto in buona approssimazione con le poche parole di cui sopra. La rimaneggiatissima sceneggiatura, oggetto di continui contrasti tra il regista e il produttore Walter Parkes, si muove in modo talmente lineare, limitando le “sorprese” alla scoperta di quale sarà la prossima location, da ingenerare presto persino nel fan un senso di inusitata noia, se non di fastidio. Una sceneggiatura che – nella versione che è stata infine portata sullo schermo – appare irrimediabilmente vecchia, incapace di rappresentare un nuovo inizio per il franchise, di una prevedibilità quasi naïf nei principali snodi di trama, nonché goffa nel presentare i personaggi e nel delinearne i caratteri. Lo sguardo femminile che doveva caratterizzare il nuovo corso, col personaggio dell’Agente M interpretato da Tessa Thompson a rappresentare la mente del duo, finisce per ottenere addirittura l’effetto contrario: la figura della ragazza è talmente tagliata con l’accetta, i suoi duetti col co-protagonista interpretato da Hemsworth talmente stanchi e stereotipati, che presto la scena dei due viene rubata – ed è tutto dire – dalla figura del piccolo alieno digitale, spalla comica che quantomeno fa quello che si propone.

All’humour ruspante ma non privo di riscontri con l’attualità che aveva finora rappresentato il marchio di fabbrica della saga – capace di giocare in modo intelligente con le regole dello spy movie e coi suoi topoi – si sostituisce un tentativo di ironia muscolare e (paradossalmente) molto “maschile”, mutuata in parte dai comic movie più recenti, ma totalmente priva di preparazione e contestualizzazione. Le schermaglie tra i due protagonisti stancano subito, ma ciò avviene principalmente perché è scolastica e goffa la loro presentazione: il personaggio di Tessa Thompson viene seguito praticamente fin dall’infanzia, in un’evoluzione che si concentra sui particolari più smaccati ed esteriori – gli insuccessi lavorativi, il primo contatto col gruppo (con la sequenza che vorrebbe essere cool della vestizione) la successiva e poco credibile gavetta – mettendo di fatto tra parentesi qualsiasi reale aspetto psicologico; Hemsworth, al contrario, veste una copia – molto – sbiadita del suo ruolo di Thor nel Marvel Cinematic Universe, incarnando un bidimensionale eroe d’azione dall’evoluzione più che mai prevedibile. Ma la prevedibilità – insieme a un’esilità narrativa in qualche modo dichiarata, ma non per questo meno stucchevole – rappresenta in realtà un po’ la cifra di base dell’intero film, con dinamiche interpersonali – e supposti twist narrativi – a coinvolgere anche i personaggi di Liam Neeson, Emma Thompson e Rafe Spall, di cui si intuiscono praticamente da subito gli sviluppi.

Resta l’azione, in questo Men in Black: International, presente in dosi generose, piazzata nei punti giusti, in sequenze che non lesinano in rutilanti evoluzioni digitali, ben orchestrata da un regista esperto come Gray (già al timone di regia in Fast & Furious 8). La base, tuttavia, il tappeto narrativo su cui il tutto si innesta, è stavolta talmente fragile e priva di mordente, tanto visibilmente pretestuosa, da far risultare il film niente più che un innocuo giro al luna park – magari con attrazioni provviste di avveniristici sfondi digitali a simulare viaggi intorno al mondo – ma pur sempre smaccatamente di plastica. Non proprio la migliore premessa per un ipotetico rilancio della saga, e non proprio il “biglietto da visita” ideale per quelli che si propongono come i suoi due nuovi protagonisti.

Titolo originale: Men in Black: International
Regia: F. Gary Gray
Paese/anno: Stati Uniti / 2019
Durata: 115’
Genere: Avventura, Azione, Commedia, Fantascienza
Cast: Ariana Grande, Chris Hemsworth, Emma Thompson, Kayvan Novak, Larry Bourgeois, Laurent Bourgeois, Liam Neeson, Rafe Spall, Rebecca Ferguson, Spencer Wilding, Tessa Thompson, Tim Blaney
Sceneggiatura: Art Marcum, Matt Holloway
Fotografia: Stuart Dryburgh
Montaggio: Christian Wagner
Musiche: Danny Elfman
Produttore: Laurie McDonald, Walter Parkes
Casa di Produzione: Sony Pictures Entertainment
Distribuzione: Warner Bros. Italia

Data di uscita: 25/07/2019

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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