C’ERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD

C’ERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD
di Quentin Tarantino
Voto: 9

Arrivato al suo nono film, Quentin Tarantino fa in C’era una volta a… Hollywood una lucida disamina di un preciso contesto storico e culturale (la Hollywood di fine anni ’60). Una ricognizione su cui si innesta alla perfezione l’elemento ludico e favolistico, da sempre proprio del suo cinema.

Tra (grande) schermo e realtà

L’esplorazione della storia americana portata avanti da Quentin Tarantino prosegue imperterrita, film dopo film, seppur mascherata di volta in volta col rivestimento esterno di questo o quel genere. Dopo Django Unchained e The Hateful Eight (a loro volta successivi alla parentesi – solo apparentemente più improntata al fantastico – di Bastardi senza gloria), il regista americano prende direttamente di petto la fine degli anni ’60, con una disamina di quella Hollywood che conosce tanto bene. Il titolo, C’era una volta a… Hollywood, segnala già di suo un approccio alla materia, da parte del regista, più complesso e stratificato di quanto potrebbe apparire a prima vista. Il classico incipit da fiaba, infatti, oltre a porre teoricamente il film di Tarantino nel campo della narrazione mitica, sembrerebbe rivelare la parentela col cinema di Sergio Leone, e col suo modo di raccontare per immagini; ma d’altro canto i puntini di sospensione, così significativi in un titolo che (anche a livello eufonico) sarebbe naturale leggere senza pause, rivelano chiaramente che c’è di più. È quel di più che, da sempre, differenzia il regista americano da tanti altri – anche validi – riciclatori di materiali altrui: quello che separava Le iene dagli altri heist movie del periodo, quello che faceva dei due Kill Bill qualcosa di più di un mero, pur perfetto contenitore citazionistico.

C’era una volta a… Hollywood, nona prova registica di Tarantino, è il primo film in cui il regista americano si immerge direttamente nel contesto magmatico, luccicante ma dall’anima noir, dello star system hollywoodiano. Non che nei suoi film precedenti il tema dell’industria cinematografica – e del suo luogo di assemblaggio di sogni – non fosse stato trattato, ma questa è la prima volta in cui Tarantino ne fa una ricognizione sistematica. Lo fa a modo suo, ovviamente, ambientando la sua storia in un anno-chiave per la storia americana, cinematografica e non: quel 1969 in cui il movimento hippie perdeva la sua innocenza, annegata nel sangue di Sharon Tate e nel suo corpo straziato, ma anche quello in cui il successo di un film come Easy Rider mostrava che la New Hollywood non era uno scherzo di qualche hippie con in mano una macchina da presa; c’era davvero, pronta e scalpitante, una nuova generazione di cineasti pronti a dire la loro, poco propensi a piegarsi ai dettami dello star system, e anche poco propensi ad accettare le regole (cinematografiche e non) imposte dai loro padri putativi. Un rinnovamento radicale che – e il successo di film come quello di Dennis Hopper stava lì a confermarlo – poteva anche generare incassi, intercettando i gusti di un pubblico che stava a sua volta subendo una rapida mutazione antropologica.

Proprio tra questi due mondi sull’orlo del ricambio si muove il Rick Dalton interpretato da Leonardo DiCaprio, star in declino a soli quarant’anni, protagonista di un western televisivo che – a dispetto dei suoi appena dieci anni di età – sembra già un pezzo d’antiquariato. Un outsider relegato a un posto marginale nella geografia fisica e sentimentale della fabbrica dei sogni, seguito come un’ombra dal suo stunt, tuttofare e amico Cliff Booth, qui col volto di Brad Pitt. Due uomini, letteralmente, invecchiati prima di crescere, testimoni impotenti della trasformazione radicale di un mondo (artistico, politico, sociale) arrivata proprio mentre stavano cercando la chiave di volta per comprenderlo, quel mondo (e per venirci a patti). Una scossa arriva, per i due – e soprattutto per Rick – quando nel villino vicino a quello dell’attore si trasferisce la coppia formata da Roman Polanski e Sharon Tate. Un ulteriore mondo, quello del cinema europeo e delle sue storie, potrebbe forse bussare alla porta dell’attore; un mondo forse a lui più affine. Comunque, uno stimolo sufficiente per mandar giù l’ennesimo ruolo da villain destinato al martirio, tra battute dimenticate e crisi depressive sul set.

È un film incredibilmente libero, C’era una volta a… Hollywood. Non dovrebbe stupire più di tanto, questo, per un cineasta che, superati i 55 anni di età, può godere di una libertà artistica che ha pochi termini di paragone tra i suoi colleghi. Tuttavia, erano volutamente pochi, i dettagli lasciati trapelare dalla produzione sulla trama del film, al di là della sua collocazione di massima nel campo del period drama, della sua ambientazione nel mondo del cinema di fine anni ’60, e dell’ovvio collegamento con l’assassinio di Sharon Tate. Pur laddove esiste un filo rosso che lega il film ai tre precedenti lavori del regista, nei temi di una ricognizione storica arrivata ormai a sfiorare i giorni nostri, C’era una volta a… Hollywood spiazza e toglie da subito tutti i punti di riferimento. Fin dalle primissime immagini del film, fotografate in un 35mm mai così vivo e fisico, è chiaro che l’obiettivo di Tarantino è l’immersione: un’immersione totale e incondizionata, in un mondo, un tempo e un’atmosfera. Viene quasi da sorridere a pensare che, fino a pochi anni fa, qualcuno pensava che un obiettivo del genere potesse essere raggiunto con il 3D: qui, gli esterni losangelini hanno una consistenza e una resa scenica tale da farsi beffe di qualsiasi espediente ottico. La Hollywood del 1969 è lì davanti ai nostri occhi: occhi che si sovrappongono, di volta in volta, a quelli di Rick, Cliff, o della Sharon Tate col volto di Margot Robbie. Occhi chiamati (meglio, costretti) al sogno/incubo.

Manca – volutamente – di una struttura narrativa classica, C’era una volta a… Hollywood, che scompone la narrazione nelle vicende separate dei suoi tre protagonisti, spezzandone il ritmo con dettagli e sketch apparentemente decontestualizzati (l’apparizione di Bruce Lee, che tanto ha fatto infuriare la figlia dell’attore), in realtà concomitanti a delineare il background e la realtà esperita dai tre. Una realtà che spesso resta fuori dallo schermo o appena al margine della visuale, così aliena nella sua familiarità, quella dove un ranch che era set di un vecchio film western è ora sede di una comunità hippie che del flower power ha mantenuto solo l’abito esterno. Una realtà che a volte costringe a chiudersi in un cinema per riguardare se stessi, risintonizzandosi al di qua dello schermo con la propria essenza. Un compito, questo, che riesce bene alla solitaria Tate interpretata dalla Robbie, meno a un Rick che – nella sua evoluzione – mostra l’atteggiamento amaro, seppur a suo modo dolcemente empatico, con cui il regista ha approcciato il film. Ma la dimensione favolistica, parallela e amalgamata alla perfezione con la disamina antropologica, è lì dietro l’angolo. Il “c’era una volta” del titolo acquista un senso (ben distinto da quello leoniano) nella parte finale del film, che riconnette il regista con l’afflato più genuinamente ludico del suo cinema – nel senso più alto e onnicomprensivo del termine. E il profondo, resistente amore per l’arte cinematografica – ivi compresi i suoi luoghi oscuri – emerge alla fine con una lucidità che ha pochi pari.

Titolo originale: Once Upon a Time in… Hollywood
Regia: Quentin Tarantino
Paese/anno: USA / 2019
Durata: 161’
Genere: Commedia, Drammatico
Cast: Leonardo DiCaprio, Brad Pitt, Margot Robbie, Emile Hirsch, Margaret Qualley, Timothy Olyphant, Julia Butters, Austin Butler, Dakota Fanning, Bruce Dern, Mike Moh, Luke Perry, Damian Lewis, Al Pacino, Kurt Russell, Zoe Bell
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Fred Raskin
Produttore: Quentin Tarantino, David Heyman, Shannon McIntosh
Casa di Produzione: Columbia Pictures, Bona Film Group, Heyday Films, Visiona Romantica
Distribuzione: Sony Pictures Entertainment

Data di uscita: 18/09/2019

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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