DIAMANTINO – IL CALCIATORE PIÙ FORTE DEL MONDO

DIAMANTINO – IL CALCIATORE PIÙ FORTE DEL MONDO
di Daniel Schmidt, Gabriel Abrantes


Arrivato in sala a oltre un anno dalla sua presentazione alla Semaine de la Critique di Cannes, Diamantino - Il calciatore più forte del mondo, nuovo lavoro dei registi Gabriel Abrantes e Daniel Schmidt, è un estemporaneo e colorato scherzo, dalla consistenza assai esile, che a tratti cerca di porsi (senza convinzione) come opera di satira sociale e politica.

Cinderella Football Man

Arriva direttamente (si fa per dire, dati gli oltre dodici mesi trascorsi) dalla Semaine de la Critique del Festival di Cannes 2018, questo Diamantino – Il calciatore più forte del mondo, curioso film di produzione portoghese catapultato nelle nostre sale nella settimana ferragostana. Arriva in sordina, come un oggetto strano, abbastanza difficile da classificare, in bilico tra la commedia di costume, la fiaba contemporanea e la fantascienza, con contorno di colorate suggestioni pop. Come spiegato dal (superfluo) sottotitolo italiano, il film di Gabriel Abrantes e Daniel Schmidt è incentrato su un asso del pallone, celebrato e osannato in tutto il mondo, che cade in disgrazia dopo un (decisivo) rigore fallito nella finale della Coppa del Mondo. Depresso per la sconfitta e annientato per la morte di suo padre – anche suo mentore e modello – Diamantino decide di ritirarsi dalle scene e dedicarsi alle opere benefiche: colpito dagli sbarchi dei profughi sulle coste portoghesi, decide di adottarne uno, portandolo a vivere nella lussuosa villa che condivide con le sue due sorelle. Peccato che il “profugo” sia in realtà una giovane agente dei servizi segreti portoghesi, che sta indagando su presunte irregolarità finanziarie che coinvolgerebbero il campione. Una volta giunta nella villa, la donna scopre non solo l’innocenza di Diamantino, ma anche una cospirazione politica che lo vede come vittima, ordita dal partito neofascista al governo e avallata dalle perfide sorelle.

Inizia come una colorata e surreale satira sul mondo calcistico, questo Diamantino – Il calciatore più forte del mondo, presentando una sorta di Candido del pallone che è un po’ un Francesco Totti ancora più naïf, un po’ un Lionel Messi che sul campo, invece delle geometrie e dei pattern che guidano nel gioco il campione argentino, vede improbabili cagnoloni pelosi che gli indicano la via della porta. L’estetica volutamente kitsch della parte iniziale del film – resa anche visivamente accattivante dall’uso del 16mm – unita ai caratteri sopra le righe di tutti i personaggi (al protagonista si affianca il padre/maestro, le sorelle sfruttatrici e le due singolari spie) avvicinano un po’ il film di Abrantes e Schmidt a certo cinema dell’estremo oriente, nipponico in primis, dove la satira sociale passa spesso per una messa in scena surriscaldata, con trovate estemporanee e sempre all’insegna di una colorata e rutilante estetica pop. Il “gioco”, tuttavia, qui dura poco, mentre i due registi non mostrano di avere l’attitudine giusta per portarlo fino in fondo, seguendone gli sviluppi con coerenza: la struttura fiabesca di questo Diamantino – Il calciatore più forte del mondo, ricalcata su una curiosa variante maschile e contemporanea della Cenerentola di grimmiana memoria, resta troppo ancorata a un tono da commedia di costume europea – pur se più surreale della media – mantenendo le accelerazioni pop e le deliranti digressioni fantascientifiche a un livello di gradevole riempitivo.

Poteva funzionare (e bene) da autentica satira sociale, un soggetto come quello del film di Abrantes e Schmidt, per il modo in cui mette insieme – anche con una certa disinvoltura – la concezione del calcio come oppio per la popolazione – contrapposta alla sua visione “artistica” e pura da parte del protagonista –, il tema dei migranti che accomuna ormai tutti i paesi europei, e le tensioni che serpeggiano nel cuore della società portoghese, fatte di revanscismo storico, di nostalgie di un fosco passato non (ancora) abbastanza lontano, di confusa e violenta avversione per l’entità-Europa mescolata alle peggiori pulsioni nazionalistiche e razziste. Tutti temi che però il film sfiora con la consistenza e l’attitudine della boutade da bar, dello scherzo da trasmissione televisiva di pseudosatira politica, affogate in una trama eccessivamente esile e che non ha mai il coraggio di graffiare davvero, alzando il tiro e inserendo reali riferimenti all’attualità. Lo “spiegone” che ci illustra l’origine e gli scopi dell’esperimento portato avanti ai danni del protagonista arriva a oltre metà film, quando ormai abbiamo familiarizzato con un personaggio che, nel suo voler essere insieme “Cenerentolo” contemporaneo, emblema lobotomizzato dello star system del pallone, e Candido puro con cui immedesimarsi, riesce solo a mostrare la consistenza di una figurina di cartapesta. Avviato su una strada di esile, colorato e autoreferenziale scherzo, il film non viene preso sul serio nel momento in cui cerca di porsi (tardi) come allegoria politica.

Lo stesso carattere asessuato di Diamantino, unito alle conseguenze del trattamento che subisce, e alla scoperta dell’amore romantico a dispetto dell’incompatibilità sessuale, avrebbe potuto dar adito a un’interessante riflessione sul peso della componente sessuale (negata nella sua concretezza, proprio nel momento in cui viene sottolineata nei suoi aspetti più esteriori) nella costruzione delle icone, ivi comprese quelle calcistiche. Una riflessione che tuttavia il film, perso nelle sue trovate estemporanee, e nei tanti joke che compongono la sua slegata ed episodica trama, tiene a un livello meramente embrionale. Pur tenendo presente, inoltre, come ci si muova nell’ambito di un’opera surreale e slegata dai concetti di credibilità classica, non si può non stigmatizzare l’improbabile e affrettato finale, in cui la suspension of disbelief (concetto che, anche in un film come questo, non va mai dimenticato) diviene veramente ardua. Tutti limiti intrinseci che fanno di questo Diamantino – Il calciatore più forte del mondo un lavoro sostanzialmente non riuscito, occasione persa laddove si guardi al suo soggetto (e alle sue non sfruttate potenzialità), divertissment esile e fine a se stesso se invece lo si analizza per quello che concretamente mostra.

Titolo originale: Diamantino
Regia: Daniel Schmidt, Gabriel Abrantes
Paese/anno: Brasile, Francia, Portogallo / 2018
Durata: 96’
Genere: Commedia, Fantastico, Grottesco
Cast: Anabela Moreira, Carla Maciel, Carloto Cotta, Chico Chapas, Cleo Tavares, Filipe Vargas, Joana Barrios, Manuela Moura Guedes, Margarida Moreira, Maria Leite
Sceneggiatura: Daniel Schmidt, Gabriel Abrantes
Fotografia: Charles Ackley Anderson
Montaggio: Daniel Schmidt, Gabriel Abrantes, Raphaëlle Martin-Holger
Musiche: Adriana Holtz, Ulysse Klotz
Produttore: Daniel van Hoogstraten, Felipe Sholl, Fernanda Tornaghi, Justin Taurand, Maria João Mayer
Casa di Produzione: Maria & Mayer
Distribuzione: I Wonder Pictures

Data di uscita: 15/08/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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