IL RE LEONE

IL RE LEONE
di Jon Favreau
Voto: 6

Atteso e temuto, il nuovo Il re leone sceglie la via della fedeltà letterale per portare l’iconica storia del 1994 in un illusorio live action (in realtà animazione digitale altamente realistica). Il regista Jon Favreau gioca così sul sicuro, ma il risultato manca della magia “bidimensionale” del film di 25 anni fa.

La trasposizione al potere

Continua senza sosta, e con alterne fortune, la pratica di riciclo dei classici antichi e moderni targati Disney, pratica che sta portando sullo schermo un gran numero di versioni live action di storie da tempo attestate nella memoria collettiva in versione animata. Una tendenza che testimonia soprattutto della volontà della Casa del Topo di restare ancorata a un passato e a una tipologia di prodotti che – a livello di peso all’interno dell’immaginario, ma anche di mera quota di mercato – sembrano ultimamente finiti un po’ in secondo piano. Un “ridimensionamento” – virgolette d’obbligo – dovuto in primis alla vertiginosa espansione dello studio, con l’acquisizione di una serie di realtà produttive (Lucasfilm, Marvel, Fox) che ormai identificano il marchio Disney quasi come sinonimo di intrattenimento cinematografico tout court. Questo nuovo Il re leone, in realtà, era tra i titoli insieme più attesi e temuti di questa nuova stagione di trasposizioni live action; un’uscita anticipata dalle immagini sui social che mettevano a confronto i fotogrammi della versione animata con le prime foto di scena del nuovo film, e dai simpatici contest collaterali. Ma il film di Jon Favreau, soprattutto, va a toccare un’opera che, nonostante il suo carattere relativamente vicino nel tempo (l’uscita in sala risale al 1994) è considerata iconica per più di una generazione di spettatori.

Seguendo quanto da lui stesso fatto per il nuovo Il libro della giungla (2016), Favreau sceglie qui di restare fedelmente ancorato al modello originale, riproponendone con modalità quasi filologica il plot, le atmosfere, le musiche (il nuovo score di Hans Zimmer si discosta da quello del ‘94 solo quel tanto che basta ad adeguarsi al gusto moderno), persino gran parte delle immagini. Nonostante siano state smentite le ipotesi originariamente ventilate di un remake shot-for-shot (stimolate dalle prime immagini circolate in rete), Il re leone versione 2019 è un prodotto in larghissima parte ricalcato sul suo modello originale, non solo nei personaggi e nel plot, ma anche nelle modalità espressive. Certo, il minutaggio è notevolmente più esteso (circa 30 minuti in più) ma è una differenza di cui verosimilmente ben pochi si accorgeranno: l’estensione della durata è infatti distribuita in modo uniforme lungo tutta la storia, non facendo rilevare un avvertibile maggior peso narrativo di certi passaggi a discapito di altri. Il film di Favreau, tratto da quello che fu il primo classico Disney non ispirato da fonti esterne (nonostante i noti debiti con L’Amleto shakespeariano, nonché la filiazione indiretta dal giapponese Kimba – Il leone bianco di Osamu Tezuka) recupera in toto l’immaginario dell’originale e lo traspone tal quale nella nuova versione: lo fa con gli enormi mezzi della Disney moderna, oltre che con un taglio registico assolutamente ricalcato su quello del 1994.

Considerata l’indubbia professionalità con cui è confezionato il film, considerato il limpido, intatto potenziale della storia de Il re leone a 25 anni dalla sua concezione (ed è questa, probabilmente, la prima importante differenza rispetto a prodotti quali Aladdin e lo stesso Il libro della giungla) questo remake conserva inevitabilmente in sé una buona parte della pregnanza emotiva, lirica, dell’edificante ma denso saggio di coming of age sotto forma di racconto per l’infanzia, che rapidamente elessero il suo predecessore al rango di classico. Una parte che tuttavia, altrettanto inevitabilmente, è ben lontana dal tutto. Giocare sul sicuro evitando qualsiasi rilettura o interpretazione personale, per il film di Jon Favreau, è certo il modo più semplice per coinvolgere una nuova generazione di spettatori, capaci di meravigliarsi per una CGI tanto presente quanto “invisibile”; ma è anche una scelta tale da lasciare l’amaro in bocca a chi – magari non contrario a prescindere alla pratica del remake – avrebbe gradito il tentativo di tirar fuori altro (e, in nuce, di altre suggestioni, così come in tutte le storie che hanno un potenziale universale, ce n’erano sicuramente) da un soggetto tanto capace di resistere al tempo e ai cambiamenti delle mode. Il nuovo Il re leone, insomma, sceglie qui di parlare lo stesso identico linguaggio – col suo intatto potenziale affabulatorio – del suo diretto ispiratore: quel linguaggio è validissimo ancor oggi, ma la sua riproposizione non pare sufficiente a giustificare un nuovo film.

Una considerazione che ci sentiamo di fare, per il film di Favreau, riguarda poi la definizione di live action (non a caso rifiutata dalla stessa Disney) che qui appare quantomeno azzardata: siamo di fronte, piuttosto, a un molto realistico prodotto di animazione in CGI, che riesce a simulare in modo mimetico – e quindi in certo modo “invisibile”, come si diceva poc’anzi – la consistenza delle immagini dal vivo. Proprio in questo particolare, nell’impossibilità di adattare un soggetto nato nella dimensione immaginifica e bidimensionale dell’animazione tradizionale, nei suoi colori, nei suoi tratti e nella naturale caratura fantastica dei suoi personaggi – ivi compresa la loro espressività facciale – sta il vero, principale limite di questo nuovo Il re leone: a differenza di quanto accadeva per tutti i precedenti remake targati Disney (persino per il censurabile Dumbo di Tim Burton) qui l’assenza dell’elemento umano, la traslazione delle caratteristiche proprie dell’uomo nei protagonisti, la descrizione puntuale di una società animale così ricalcata sui modelli sociali umani, rendeva naturale – almeno per la forma mentis che il medium animazione, in un secolo, ci ha trasmesso – la dimensione dell’animazione come mezzo espressivo e veicolo dell’elemento fantastico. Vedere la nuova tridimensionalità di Simba, Mufasa, Scar e compagnia, insomma, ritrovarne tutta la personalità in una consistenza fisica così radicalmente modificata (e così contraddittoriamente realistica) finisce per allontanarci, in un certo qual modo, da loro. Ciò che viene sottratto loro, insomma, è proprio quel potenziale “umano” che qui si è cercato, in modo così impossibilmente letterale, di replicare con un diverso mezzo espressivo.

Titolo originale: The Lion King
Regia: Jon Favreau
Paese/anno: USA / 2019
Durata: 118’
Genere: Avventura
Cast: Donald Glover, Billy Eichner, Seth Rogen, Chiwetel Ejiofor, Beyoncé, John Kani, John Oliver, Florence Kasumba, Eric Andre, Keegan-Michael Key, Alfre Woodard, James Earl Jones
Sceneggiatura: Jeff Nathanson
Fotografia: Caleb Deschanel
Montaggio: Mark Livolsi, Adam Gerstel
Musiche: Hans Zimmer
Produttore: Jon Favreau, Karen Gilchrist, Jeffrey Silver
Casa di Produzione: Walt Disney Pictures
Distribuzione: Walt Disney Pictures

Data di uscita: 21/08/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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