SUBMERGENCE

SUBMERGENCE
di Wim Wenders
Voto: 4

Arrivato in sala con due anni di ritardo, nella poco esaltante collocazione dell’ultimo scorcio di estate, Submergence è un indigesto melodramma sentimentale, con accenni di thriller e qualche pedante riflessione simil-filosofica, che conferma l’involuzione creativa di un Wim Wenders più che mai lontano dalle sue opere migliori.

La (non) forma dell’acqua

Dura ormai da qualche anno, l’involuzione creativa di Win Wenders, regista che negli ultimi lavori (sempre più diradati nel tempo) ha tentato con alterne fortune di inserire le tematiche che in passato avevano reso così riconoscibile il suo cinema nel tessuto di opere dal taglio più mainstream e popolare. Se il gioco aveva funzionato almeno in parte col problematico Ritorno alla vita, esplorazione irrisolta – ma con qualche punta di fascino – della crisi creativa e personale di uno scrittore, la lunga eclissi artistica del regista tedesco è stata ribadita e approfondita dal successivo, inedito I bei giorni di Aranjuez (2016) e soprattutto da questo Submergence. Un film, quello con protagonisti James McAvoy e Alicia Vikander, giunto in sala con due anni di ritardo, in pieno agosto, privo di qualsivoglia promozione degna di questo nome, lasciato a popolare le poche sale aperte dell’ultimo scorcio di estate come un fondo di magazzino qualsiasi. Un risultato che certo mette una certa tristezza, se si pensa ai conseguimenti passati del regista de Il cielo sopra Berlino, ma di cui, guardando il film, non si fatica a comprendere le ragioni.

Si è parlato di thriller sentimentale, per quest’ormai penultimo lavoro di Wenders (l’ultimo è il biodocumentario Papa Francesco, nel cartellone di Cannes 2018 e passato anch’esso come una meteora nelle nostre sale); una definizione invero piuttosto generosa, in termini di atmosfere, ritmo e tono di racconto, laddove si osservi la love story a distanza – e per lo spettatore, diciamolo pure, fortemente distanziante – tra la spia interpretata da McAvoy e la professoressa biologa col volto della Vikander. I due personaggi, seguiti nel film prima nel più classico dei montaggi alternati, poi in un lungo flashback (ma la linea temporale è a tratti asimmetrica) si incontrano in un resort sulla costa della Normandia; lui, sotto copertura e con la falsa identità di un ingegnere idrico, deve raggiungere la Somalia per incontrare un jihadista disertore; lei deve immergersi nelle profondità del Mar Glaciale Artico per raggiungere la “zona adopelagica” del fondo marino, quella dove tutto è buio e l’uomo non si è mai spinto. La scintilla tra i due scocca quasi immediata, irresistibile; ma quando ritornano alle rispettive missioni, i due personaggi si ritrovano entrambi prigionieri, lui nelle mani dei carcerieri jihadisti, lei in una spedizione di cui non coglie più il senso e l’importanza.

Wenders sembra voler introdurre in questo Submergence (il senso del titolo viene chiarito in modo esplicito solo nei minuti finali) parte dei suoi temi prediletti, in un preteso studio sulla natura umana a cui i due protagonisti si accostano in modi diversi: la biologa – o biomatematica, come lei stessa si definisce – tramite lo scandaglio di una profondità marina che diviene metafora dell’immersione nel silenzio primevo che ha dato origine alla vita, nel sogno di un contatto più profondo con l’essenza umana, e di una possibile rigenerazione; la spia/ingegnere attraverso il contatto diretto col lato oscuro della natura umana, laddove questo si è fatto struttura sociale (il jihadismo e le sue gerarchie) nel tentativo di comprenderne le radici e far emergere le sue contraddizioni. Per entrambi, a circondarli e blandirli ci sono il buio e il silenzio, quelli che – in modi diversi – tanto li hanno affascinati portandoli sulle rispettive strade: quello degli abissi della coscienza, per lei, ma anche di un’assenza che – una volta sperimentato il completamento nell’altro – significa mancanza e solitudine; quello della prigionia e della costante paura della morte, per lui, adocchiato – e in qualche modo bramato – in tutto il suo lavoro, stampato anche fisicamente in un tatuaggio che è qualcosa di più di un errore di gioventù.

In questo Submergence, Wenders punta quindi teoricamente in alto, riecheggiando le tematiche di molti suoi precedenti lavori, tentando di portarne gli assunti in un tessuto di genere e dichiaratamente popolare, figlio di una fonte letteraria (il romanzo omonimo di J. M. Legard). Purtroppo, il risultato ha i piedi d’argilla, e il tutto risulta tanto smaccatamente scolastico e pretestuoso da rendere impossibile qualsiasi seria considerazione delle elucubrazioni dei due protagonisti. Non sta tanto in una recitazione sottotono da parte di uno spaesato McAvoy e di una Vikander qui insolitamente monoespressiva, il problema di questo lavoro; né – principalmente – in una sceneggiatura priva di scosse degne di nota, di scarti che giustifichino la sua pedestre e involuta struttura narrativa. Submergence cade semmai – ma è una caduta che parte fin dai suoi primissimi minuti – su una messa in scena da polpettone sentimentale arrivato fuori tempo massimo, tutto languidi primi piani (se ne contano di più nella prima parte del film che in un qualsiasi normale lungometraggio), su flashback ridondanti e privi di funzionalità narrativa, sull’esplicitazione di motivi visivi – gli abissi, l’acqua, il blu che digrada verso il nero – dati in pasto allo spettatore in modo tanto decontestualizzato, tra una lapidazione e un’invocazione dell’amor perduto, da sconfinare quasi sempre nel kitsch.

Non alza mai davvero il tono del racconto e della sua riflessione, Submergence, principalmente perché il materiale narrativo di partenza mal si adatta alle intenzioni del regista; quello che si vede sullo schermo – al netto di elucubrazioni filosofiche e sociologiche che restano a un livello scolastico, a volte portate avanti (vedi la riflessione sulla fede, e tutto il subplot che coinvolge il medico jihadista) con insopportabile pedanteria – resta una love story della domenica, fiaccamente narrata e altrettanto fiaccamente recitata. Tutto il resto, ivi compreso un finale in cui il regista fa un goffo tentativo di ribadire il portato “metafisico” della trama, resta semplice contorno, con caratteristiche di pretestuosità e di voglia di “nobilitazione” di materiale di genere, che lo rendono anche oltremodo irritante.

Submergence poster

Titolo originale: Submergence
Regia: Wim Wenders
Paese/anno: USA, Germania, Francia, Spagna / 2017
Durata: 112’
Genere: Drammatico, Sentimentale, Thriller
Cast: James McAvoy, Alicia Vikander, Alexander Siddig, Celyn Jones, Reda Kateb, Mohamed Hakeemshady, Harvey Friedman, Andrea Guasch, Jannik Schümann, Audrey Quoturi, Darian Martin, Charlotte Rampling, Florent Paumier
Sceneggiatura: Erin Dignam
Fotografia: Benoît Debie
Montaggio: Toni Froschhammer
Musiche: Max Aruj, Steffen Thum
Produttore: Cameron Lamb
Casa di Produzione: Lila 9th Productions
Distribuzione: Movies Inspired

Data di uscita: 22/08/2019

Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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