LA VITA INVISIBILE DI EURÍDICE GUSMÃO

LA VITA INVISIBILE DI EURÍDICE GUSMÃO
di Karim Aïnouz


Restando ancorato alla realtà degli anni '50 del suo paese, ma mantenendo uno sguardo ravvicinato e intimo sulle due protagoniste, Karim Aïnouz cesella con La vita invisibile di Eurídice Gusmão un palpitante melodramma, in cui la ricchezza visiva va di pari passo con la pregnanza del racconto.

Racconto di due sorelle

È insieme melodramma intimo e impietoso spaccato sociale, La vita invisibile di Eurídice Gusmão. Una vicenda sentimentale e familiare che illumina la realtà di un paese fortemente impregnato di cultura patriarcale come il Brasile degli anni ’50, attraverso l’emblematica, palpitante storia di due sorelle; un’epopea dallo sguardo doppio, scisso tra i punti di vista diversi e complementari di Eurídice e Guida (le due notevoli intepreti Carol Duarte e Julia Stockler), che si snoda attraverso gli anni e poi i decenni sullo sfondo di un universo apparentemente immobilizzato. Un’operazione, che il regista Karim Aïnouz ha tratto dall’omonimo romanzo di Martha Batalha, che ha conquistato i giurati della sezione Un Certain Regard dell’ultimo Festival di Cannes, che gli hanno tributato il premio per il miglior film. Un riconoscimento, quello cannense, che premia una declinazione del melò intrinsecamente grande, nella sua estensione temporale (139 minuti) come nella portata delle passioni (e pulsioni) che mette in campo, tanto intimo e centrato sulle sue due protagoniste all’interno del racconto, quanto capace di aprirsi a un fuori – quella vita altra, perseguita tenacemente dalle due protagoniste – che resta evocato con la forza dirompente del sogno.

Eurídice e Guida sognano entrambe, in effetti, seppur in modo diverso e apparentemente speculare: la prima, sorella minore, ha un talento naturale per la musica, vorrebbe andare a Vienna a studiare al conservatorio, ma vuole raggiungere questo scopo senza entrare in collisione con la sua famiglia; la seconda vuole invece affrancarsi dal giogo patriarcale, e quando conosce un marinaio greco, sull’impeto della passione decide di seguirlo nel suo paese. Il fortissimo, simbiotico legame tra le due sorelle si spezza quando le due rispettive strade si delineano: una divaricazione che è rappresentata simbolicamente dal prologo del film, con la sottile inquietudine di un bosco, la voce che richiama le due verso casa, e la decisione della sorella maggiore di seguire una sua personale via. Guida tenta e fallisce, torna a casa in cerca di comprensione e accoglienza, ma non trova né l’una né l’altra: non trova, soprattutto, l’amata sorella minore, che le viene detto essere a Vienna a studiare musica, indisponibile ad avere contatti con Guida. Eurídice, in realtà, è lì a Rio col nuovo marito, a due passi da casa, ignara del ritorno della sorella: le due seguiranno così percorsi paralleli, entrambe convinte di essere lontane, entrambe convinte che l’altra abbia infine coronato il suo sogno.

Mette in risalto il carattere (e la consistenza) della vita della sorella minore, il titolo de La vita invisibile di Eurídice Gusmão, sebbene il punto di vista della storia sia esattamente suddiviso in due, sdoppiato tra le divergenti – ma così affini – vicende personali delle due protagoniste. Un titolo che tuttavia riassume in sé le tante sfaccettature del racconto, inglobando anche (a dispetto di quanto potrebbe apparire) il terminale della sorella maggiore: la vita di Eurídice è infatti invisibile principalmente per Guida, per quelle lettere scritte attraverso gli anni che non arrivano mai a destinazione, per quel silenzio a cui la donna tenacemente non si rassegna, supplendo a una dolorosa assenza con la forza immaginifica del sogno; un sogno incarnato nella reiterata figura di una Eurídice in viaggio per l’Europa, a portare di città in città la sua musica. Ma la vita della sorella minore è invisibile anche perché consapevolmente succube, capace di annullare la propria individualità per la fedeltà ai vincoli familiari (prima quelli patriarcali, poi quelli col meschino marito); una vita agita solo nell’intimo, quello di un sogno a più riprese frustrato, nascosta nella sua ricchezza – e inquietudine – al mondo esterno. Solo quando infine giunge la più dolorosa delle rivelazioni, il mondo interiore della donna diviene infine visibile: e lo diviene in modo più distruttivo possibile, prima di tornare di nuovo (e per sempre) nell’ombra. La Eurídice successiva è lei stessa un’ombra, visivamente sfocata in una delle più eloquenti inquadrature del film.

È visivamente ricco, La vita invisibile di Eurídice Gusmão, di una ricchezza che per una volta non collide – ma anzi si integra alla perfezione – con la densità e pregnanza della sua narrazione. La macchina da presa del regista sta incollata alle sue protagoniste, colora volti e ambienti con le tonalità dei diversi gradienti emotivi della storia, supportata in questo da un tappeto musicale che (spesso coincidente con le inquiete composizioni di Eurídice) interviene con parca ma – laddove è richiesto – “piena” parsimonia. Il film di Karim Aïnouz riesce a farsi spaccato sociale anche mantenendosi intimo (e fortemente empatico) nello sguardo, evocando costantemente il fuori senza mostrarlo, giocando continuamente con la dimensione immaginifica – strettamente legata a quella dell’assenza – e col suo rapporto dialettico con la crudezza della realtà. Un’opera che si prende il suo tempo per articolare il suo (melo)dramma, non avendo paura, nel finale, di piazzare un ellissi temporale che spiazza, ma che poi si rivela non solo giustificata nell’economia generale del racconto, ma persino necessaria. In un mondo trasformato, la (doppia) parabola di vita a cui abbiamo assistito può finalmente giungere a compimento; ma la dimensione onirica, plasticamente incarnata dall’ultima sequenza, resta lì, viva e inquieta quanto necessaria.

Titolo originale: A vida invisível de Eurídice Gusmão
Regia: Karim Aïnouz
Paese/anno: Brasile, Germania / 2019
Durata: 139’
Genere: Drammatico
Cast: Antônio Fonseca, Bárbara Santos, Carol Duarte, Cristina Pereira, Fernanda Montenegro, Flávia Gusmão, Flavio Bauraqui, Gillray Coutinho, Gregorio Duvivier, Julia Stockler, Marcio Vito, Maria Manoella, Nikolas Antunes
Sceneggiatura: Inés Bortagaray, Karim Aïnouz, Murilo Hauser
Fotografia: Hélène Louvart
Montaggio: Heike Parplies
Musiche: Benedikt Schiefer
Produttore: Michael Weber, Rodrigo Teixeira, Viola Fügen
Casa di Produzione: Canal Brasil, Naymar, Pola Pandora, RT Features
Distribuzione: Officine UBU

Data di uscita: 12/09/2019

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Marco Minniti

Giornalista pubblicista e critico cinematografico. Collaboro, o ho collaborato, con varie testate web e cartacee, tra cui (in ordine di tempo) L'Acchiappafilm, Movieplayer.it e Quinlan.it. Dal 2018 sono consulente per le rassegne psico-educative "Stelle Diverse" e "Aspie Saturday Film", organizzate dal centro di Roma CuoreMenteLab. Nel 2019 ho fondato il sito Asbury Movies, di cui sono editore e direttore responsabile.

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